sabato 21 marzo 2026

Perché i supereroi della Golden Age sono così strambi, rispetto alle versioni moderne?

Proviamo per un attimo un esperimento mentale. Prendete un lettore medio di fumetti odierno, abituato a Batman che pianifica trenta mosse di scacchi in anticipo, a Iron Man che riscrive la termodinamica con un Arc Reactor nel petto, e a Superman la cui biologia aliena viene spiegata con dettagli pseudo-scientifici sulla radiazione solare gialla. Ora, sedetelo davanti a un numero del 1940. Vedrebbe eroi che indossano mutandoni sopra i collant, calzette svolazzanti e maschere che sembrano uscite da un bazar di Carnevale. E le origini? Assurde, improbabili, spesso deliranti. Eppure, i lettori di allora non battevano ciglio.

Perché? Forse per ignoranza delle leggi fisiche e biologiche, forse per pura noncuranza degli scrittori, o forse perché l’epoca aveva un contratto narrativo diverso con l’impossibile. Quel che è certo è che il risultato fu una schiera di eroi piuttosto assurdi, la cui stranezza oggi ci fa sorridere, ma che allora funzionava alla perfezione.

Prendiamo ad esempio un gioiello di assurdità scientifica: Robert Frank, meglio noto come The Whizzer (la Trottola), della Marvel – allora nota come Timely Comics. Apparso per la prima volta nel 1940 su USA Comics n.1, questo velocista ha un'origine che farebbe accapponare la pelle a qualsiasi sceneggiatore moderno di The Flash. Come ottiene i suoi superpoteri? Con una trasfusione di sangue di mangusta.

Leggete bene: sangue di mangusta.

La motivazione, nella finzione, è che da bambino Robert Frank soffriva di una malattia del sangue. Suo padre, uno scienziato, notò che le manguste sono immuni al veleno dei serpenti (vero) e dedusse che il loro sangue dovesse conferire una "velocità e agilità sovrumana" (falso, pseudoscientifico, magnificamente stupido). Così gli iniettò il sangue dell’animaletto e – voilà – il ragazzo divenne in grado di correre a velocità incredibili, sconfiggendo i nazisti con una tuta gialla e un copricapo che sembrava un elmetto da motociclista dipinto.

Oggi, un’origine del genere verrebbe ridicolizzata sui social media in meno di dieci minuti. Un pubblico moderno chiederebbe: "Che nesso c’è tra l’immunità al veleno e la velocità?"; "Perché non gli hanno dato i poteri di un ghepardo?"; "E la coagulazione? Il rigetto dell’animale?" Eppure, nessun lettore nel 1940 si lamentò mai dell’assurdità della cosa. Nessuna lettera infuriata alla redazione. Nessun dibattito su forum (per ovvi motivi). Per loro, "sangue di mangusta = super velocità" era accettabile esattamente come "ragno radioattivo = forza e ragnatela".

Se parliamo della DC, il Sandman della Golden Age (Wesley Dodds) è un caso ancora più affascinante e, per certi versi, ancora più strambo. Creato da Gardner Fox e Bert Christman nel 1939 su Adventure Comics n.40, questo Sandman non ha niente a che vedere con il Morfeo di Neil Gaiman. Wesley Dodds è un ricco playboy che, armato di una pistola a gas soporifero, una maschera antigas e un elmetto a cono (sì, un cono in testa), di notte combatte il crimine.

La sua stranezza non è solo nel costume. È nella logica: indossa una maschera antigas che gli copre interamente il volto, ma lascia scoperti i capelli biondi; usa un gas che addormenta i nemici, ma lui stesso deve respirare attraverso filtri; il suo nome ("Sandman", l’uomo della sabbia) richiama il folklore dell’addormentamento, ma Wesley non ha poteri onirici – è solo un milionario con un’ossessione per i narcotici aerosol. E la sua origine? Non c’è nemmeno un incidente traumatico! Semplicemente, legge dei giornali, si indigna e decide: "Comprerò una tuta verde, una maschera antigas e un cono in testa".

Oggi, un personaggio simile sarebbe riscritto in chiave oscura e realistica (come infatti successe con la versione anni '70 di Joe Simon e Jack Kirby, e poi con Neil Gaiman che ne fece un’entità metafisica). Ma il Wesley Dodgs originale è il trionfo dell’assurdo funzionale: non serve una logica, serve che sia riconoscibile e memorabile.

Perché allora i lettori non facevano caso a questi particolari?

La risposta è triplice.

Ignoranza generalizzata delle leggi fisiche e biologiche. Negli anni '30 e '40, la divulgazione scientifica non era capillare come oggi. Il pubblico medio non sapeva che una trasfusione di sangue animale causa una reazione immunitaria fatale (anzi, lo scienziato pazzo era un tropo amato proprio perché la scienza "vera" era magica per la maggior parte delle persone). La genetica era ancora acerba, la biologia molecolare inesistente. Per un lettore del 1940, "sangue di mangusta" suonava plausibile tanto quanto "raggi gamma". Oggi, ogni bambino sa che le manguste non sono veloci: sono agili, ma non corrono a Mach 2.

Noncuranza degli scrittori e ritmi di produzione. I fumetti della Golden Age erano prodotti a ritmo forsennato: uno scrittore poteva dover consegnare tre storie diverse a settimana. Non c’era tempo per la coerenza interna, figuriamoci per consulenti scientifici. L’importante era che l’origine fosse breve, visiva e spiegabile in una vignetta. "Trasfusione di mangusta" occupa meno spazio di un paragrafo. "Milionario con maschera antigas" si disegna in un secondo. L’assurdo non era un difetto: era un acceleratore narrativo.

Il patto con il lettore era diverso. Allora, i supereroi erano ancora una novità. Il primo Superman era uscito nel 1938. Non c’erano decenni di tradizione da rispettare, né canoni di realismo. Il lettore accettava qualsiasi cosa purché fosse divertente e veloce. Le storie erano brevi (6-10 pagine), e l’assurdo veniva dimenticato alla pagina successiva, sostituito da un nuovo assurdo. Inoltre, non c’era internet ad analizzare ogni buco di trama. L’unica critica era: "È bello? Sì. Allora va bene".

Non si pensi che gli autori fossero tutti incoscienti. Già verso la metà degli anni '40, alcuni cominciarono a scrivere storie e origini più vicine alla realtà, pur tenendo conto che i supereroi restano fantascienza. Bill Finger, co-creatore di Batman, introdusse gradually dettagli più credibili (Batman si allena, non beve sieri; la Batcaverna ha una logica). Alla Timely, Joe Simon e Jack Kirby crearono Capitan America con un siero (il Super-Soldato) che, pur essendo fantascienza, aveva almeno una parvenza di procedura scientifica militare: non era sangue di mangusta, ma una formula chimica studiata.

Fu l’inizio di una lenta transizione verso il "realismo fantastico" che culminerà con la Silver Age (dove le assurdità diventano cosmiche ma spiegate con la pseudoscienza) e infine con il moderno tentativo di radicare ogni potere in qualche principio – fittizio ma coerente – di fisica o biologia.

Oggi, rileggere queste storie della Golden Age è un’esperienza irresistibile. Da un lato, ci fanno ridere: la Trottola e la sua mangusta, Sandman e il suo cono in testa, il primo Lanterna Verde (Alan Scott) con una lanterna magica e la debolezza al legno (perché sì), o il primo Flash (Jay Garrick) che ottenne i poteri da acqua pesante evaporata. Sono assurdi, sì. Ma proprio in quell’assurdo c’è l’essenza di un’epoca in cui il supereroe era ancora un giocattolo ribelle, non un pilastro della cultura pop.

E forse, in fondo, un po’ di quella stranezza ci manca. Oggi ogni supereroe deve avere una psicologia complessa, un’origine traumaturgica scientificamente plausibile, un costume tattico. Ma nessuno, oggi, oserebbe più dire: "E se gli facessimo una trasfusione di sangue di mangusta?" E questa, in un certo senso, è una perdita. Perché il fumetto, alla fine, è anche questo: il luogo dove l’impossibile incontra il divertente. E la Trottola, con la sua mangusta, corre ancora più veloce di tutte le nostre spiegazioni.


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