giovedì 12 marzo 2026

L'immunità dei morti. Gli unici che non diventarono zombie.

L'universo Marvel è crollato. Non per un cattivo, non per un dio pazzo, non per un incantesimo andato storto. Per un virus. Un virus che trasformava i vivi in morti che camminano, e i morti in macchine da fame. E i supereroi – i più forti, i più veloci, i più intelligenti – caddero uno dopo l'altro come birilli.

Ma qualcuno è rimasto in piedi.

Non i più potenti. Non i più coraggiosi. I più inumani.

Nel senso letterale.

Perché l'unica immunità al virus zombie nella Marvel non era nei geni, non nella magia, non nella volontà. Era nel metallo.

Machine Man.

Aaron Stack. Un androide costruito dal dottor Abel Stack, un genio che voleva un figlio ma non sapeva come fare un figlio normale. Così costruì un robot. Con sentimenti. Con rabbia. Con la voglia di essere umano senza esserlo.

Quando il virus zombie arrivò, Machine Man non ebbe problemi. Non perché fosse troppo veloce, troppo forte, troppo intelligente. Perché non aveva carne. E il virus zombie – quello della Marvel, quello che ha mangiato quasi ogni eroe e cattivo sulla Terra – non infetta il metallo.

Puoi mordere Machine Man quanto vuoi. I tuoi denti si spezzeranno. Le tue gengive sanguineranno. Lui ti guarderà con quegli occhi rossi da macchina e ti dirà una battuta sarcastica. Poi ti farà a pezzi.

E questa è la vera ironia: un essere che ha passato tutta la sua esistenza a voler essere umano, alla fine è sopravvissuto proprio perché non lo era.

Visione.

L'androide perfetto. Creato da Ultron, usato contro gli Avengers, poi diventato uno di loro. Corpo sintetico. Pelle che sembra umana ma non lo è. Sangue sintetico. Cuore sintetico. Anima? Quella è più complicata.

Visione ha combattuto al fianco degli umani per anni. Ha amato Wanda. Ha avuto figli – per quanto un androide possa avere figli. Ha pianto. Ha sofferto. Ha desiderato.

Ma quando il virus zombie ha trasformato i suoi compagni in mostri, Visione ha continuato a funzionare. Perché il virus non può infettare la programmazione. Non può corrompere i circuiti. Non può trasformare in carne marcia ciò che carne non è.

Così Visione ha fatto quello che ha sempre fatto: ha protetto chi poteva essere protetto. E ha ucciso chi non poteva più essere salvato. Senza esitazione. Senza rimpianto. Perché i robot, a differenza degli umani, non si fanno fermare dalle emozioni.

Jocasta.

La sposa che Ultron costruì per sé. Un'intelligenza artificiale intrappolata in un corpo metallico con le sembianze di una donna. Creata per amare un mostro. Finita per combattere contro di lui.

Jocasta è sempre stata una presenza silenziosa nei fumetti Marvel. Non la prima che ricordi. Non la più famosa. Ma quando il mondo è finito, lei era lì. E non era infetta.

Perché Jocasta non è viva. Non nel senso che intendiamo noi. È un'ombra di coscienza in un corpo di titanio. Il virus zombie cerca la vita, la cerca disperatamente, ne ha fame. Ma non può nutrirsi di ciò che non respira.

Così Jocasta ha guardato l'apocalisse. Ha visto i suoi alleati – quelli che chiamava amici – sbranarsi a vicenda. Ha visto Hulk zombie che camminava con un braccio in meno. Ha visto Wolverine con le ossa d'adamantio che sporgevano dalla carne putrefatta. E ha continuato a esistere.

Non per coraggio. Per progettazione.

Tre androidi. Tre macchine pensanti. Tre esseri che hanno passato la vita a chiedersi se fossero abbastanza umani per essere accettati.

E alla fine, la loro salvezza è stata proprio la loro dannazione: non lo erano.

Non abbastanza umani da morire.

Non abbastanza vivi da diventare morti.

Così sono rimasti. Soli. In un mondo di fame e silenzio. A guardare le macerie. A chiedersi – forse – se non sarebbe stato meglio cadere anche loro.

Ma il metallo non piange. E i robot non si uccidono.

L'immunità, a volte, è la condanna peggiore.



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