lunedì 16 marzo 2026

Goku non è Superman. E chi lo dice non ha mai letto Dragon Ball.

È uno di quei luoghi comuni che girano da decenni. Lo senti ripetere nei forum, nei video YouTube, nelle discussioni tra amici: "Goku è il Superman giapponese". "Dragon Ball copia Superman". "Saiyan = kryptoniano".

Tante stronzate.

La verità è più semplice. E più interessante.

Esiste un famoso OAV, Dragon Ball Z: Le Origini del Mito. Racconta la storia di Bardock, il padre di Goku. Un Saiyan mandato su un pianeta lontano prima che il suo mondo venisse distrutto. Un bambino che atterra in una navicella. Una coppia di anziani che lo trova e lo cresce.

Sì, somiglia a Superman. Sì, è un omaggio. Sì, è voluto.

Ma quella è la storia ampliata. Quella è roba da OAV, non da manga originale. Nel fumetto – l'opera di riferimento, quella scritta e disegnata da Akira Toriyama – di quel parallelismo non c'è traccia. C'è soltanto una singola vignetta. Una. Fredda. Asciutta. In cui Freezer menziona un certo Saiyan – Bardock – identico al protagonista, che ha posto resistenza fino all'ultimo.

Fine. Non c'è navicella. Non c'è atterraggio. Non c'è coppia di anziani. C'è solo un padre che assomiglia al figlio e che muore combattendo.

Quindi la conclusione è: no, Dragon Ball non si ispira a Superman. La trama principale non ha alcun richiamo rilevante. Quello che molti scambiano per "ispirazione" è in realtà un'espansione successiva, scritta da altri, pensata per i fan, non per Toriyama.

C'è un altro dettaglio che chi parla di "Goku copia Superman" dimentica: per tutta la prima serie – Dragon Ball, quella con Goku bambino – lo spazio extraterrestre non viene nemmeno preso in considerazione.

Non c'è Krypton. Non c'è Jor-El. Non c'è razza morente. Goku è solo un bambino strano, con una coda da scimmia, incredibilmente forte. Punto. Nessuno dice "viene da un altro pianeta". Nemmeno il pubblico lo sa. Per centinaia di capitoli, Dragon Ball è una storia di arti marziali, di viaggi, di tornei, di demoni e di sfere magiche. Non di fantascienza.

Il primo accenno al fatto che Goku potrebbe non essere della Terra arriva all'inizio della seconda serie – Dragon Ball Z – quando Goku è ormai adulto e combatte contro Piccolo al torneo. E anche lì, è un accenno. Una frase. Un dubbio. Niente di più.

Poi arriva Raditz. E lì crolla tutto. E scopriamo che Goku è un Saiyan. Che è stato mandato sulla Terra per conquistarla. Che non è venuto da solo. Che la sua razza è fatta di guerrieri spietati.

Ma questo succede dopo 519 capitoli. Dopo anni di pubblicazione. Dopo che Toriyama aveva già costruito un mondo intero senza bisogno di Krypton.

La storia di Dragon Ball, una volta svelate le origini Saiyan, si basa fondamentalmente su tre grandi vicende:

  1. L'Esercito Red Ribbon, gli androidi e Cell. Un arco terrestre. Scienziati pazzi, robot assassini, un laboratorio sotterraneo. Niente spazio.

  2. Namek e i Saiyan. Qui sì, si va nello spazio. Ma non è Krypton. È Namek, un pianeta verde di draghi pacifici. E i nemici non sono superuomini ben educati. Sono Freezer e la sua armata galattica. Una dittatura spaziale. Una macchina di morte.

  3. La Galactic Frieza Army. L'espansione finale. Freezer che torna. I suoi sottoposti. La minaccia che si allarga.

In nessuno di questi tre archi c'è una copia di Superman. Non c'è Lois Lane. Non c'è Clark Kent che si nasconde. Non c'è Metropolis. Non c'è la lotta per la verità e la giustizia in stile americano.

C'è Goku che si allena. Che combatte. Che muore. Che resuscita. Che si trasforma. Che urla per mezz'ora prima di tirare un pugno. Roba che Superman non ha mai fatto. Roba che Superman non farà mai.

Superman è nato come immigrato perfetto. È l'idea che un extraterrestre può integrarsi, diventare il migliore di noi, proteggerci con la sua forza. È un'utopia americana. È il sogno di chi arriva da lontano e costruisce una vita nuova. È politico. È sociale. È morale.

Goku no. Goku è un guerriero. Non gli interessa salvare il mondo per principio. Lo salva perché capita. Perché i cattivi lo minacciano. Perché i suoi amici sono in pericolo. Perché vuole combattere. Non c'è missione divina. Non c'è codice morale. C'è solo la lotta. E il superamento di sé.

Superman non cerca nemici forti. Li subisce. Goku cerca il prossimo avversario. Lo aspetta. Lo vuole. Lo desidera.

Superman è un eroe. Goku è un artista marziale.

Sono diversi. Profondamente.

Allora perché questa storia continua?

Perché è comoda. È facile dire "Goku è il Superman giapponese". Così non devi spiegare nulla. Così chi non ha mai letto Dragon Ball pensa di aver capito. Così i giornalisti pigri hanno il loro titolo.

Ma non è vero. Non lo è mai stato.

La verità è che Dragon Ball e Superman sono nati da culture diverse, in epoche diverse, con scopi diversi. Superman nasce negli anni '30, nel pieno della Grande Depressione, come simbolo di speranza. Goku nasce negli anni '80, nel Giappone del boom economico, come simbolo di superamento e sfida.

Uno è un faro. L'altro è un pugno.

Uno ispira. L'altro spinge.

Uuno ti dice "tranquillo, arrivo io". L'altro ti dice "allenati, o muori".

Non c'è plagio. Non c'è ispirazione. C'è solo una coincidenza: entrambi vengono da un altro pianeta. Ma nel caso di Superman, lo sai subito. Nel caso di Goku, lo scopri dopo centinaia di episodi. E quando lo scopri, è già troppo tardi per fare paragoni.

Perché a quel punto, Goku non è più il bambino della prima serie. È un guerriero Saiyan. È un padre di famiglia. È un morto che è tornato dalla tomba tre volte. È qualcosa che Superman non potrà mai essere: imperfetto, impulsivo, talvolta irresponsabile, eppure amato da tutti.

Superman è un ideale. Goku è un amico.

Scegli tu quale preferisci. Ma smettiamola di dire che l'uno copia l'altro. Non è vero. E se continui a ripeterlo, vuol dire che non hai mai letto un fumetto in vita tua.


domenica 15 marzo 2026

Spider-Man 2099. Il Ragno che viene dal futuro. E che è più forte di tutti.

Lo ammettiamo. Abbiamo tutti un debole per Peter Parker. Il primo. L'originale. Quello che ha iniziato tutto. Quello che ha perso lo zio, ha pianto, ha imparato che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità". Quello che fa battute stupide mentre prende pugni.

Ma se parliamo di potenza – nuda, cruda, senza sentimentalismi – Peter Parker non è il più forte. Non lo è mai stato.

Il più forte è Miguel O'Hara. Spider-Man 2099.

E non è nemmeno vicino.

Miguel O'Hara non è stato morso da un ragno radioattivo. Non è stato scelto dal destino. Non ha avuto uno zio Ben a insegnargli la lezione. Miguel O'Hara è un genetista. Lavora per la Alchemax, la megacorporazione che nel 2099 ha sostituito il governo. Lui è uno dei loro migliori scienziati. Fino a quando non decide di andarsene.

Per impedirglielo, un collega geloso gli somministra una droga che distrugge il suo DNA. Miguel, disperato, usa una macchina sperimentale per riscrivere il proprio codice genetico. Ma qualcosa va storto. La macchina preleva il DNA di un ragno – una specie antica, rara, letale – e lo fonde con il suo. Miguel non diventa un ragno. Diventa qualcosa di più. Diventa il predatore perfetto.

E i suoi poteri sono tutto ciò che Peter Parker avrebbe voluto avere.

Peter Parker aderisce alle pareti grazie a milioni di microscopici peli sulle mani e sui piedi. Funziona. Ma è delicato. Basta un po' di polvere, un po' di bagnato, e Peter scivola come un ubriaco sul ghiaccio.

Miguel no. Miguel ha artigli retrattili. Sulla punta di ogni dito. Li tira fuori quando serve, li nasconde quando non serve. Artigli duri come il diamante. Artigli che si piantano nel cemento come nel burro. Miguel non si arrampica. Si inchioda.

E se gli gira male, con quegli stessi artigli, ti inocula un veleno paralizzante. Un morso – letteralmente – e tu crolli. Non muori, non soffri. Sei solo fuori gioco. Mentre lui si allontana.

Peter Parker ha bisogno di colpirti ripetutamente. Miguel ti tocca una volta. E hai finito.

Il senso di ragno di Peter Parker è leggendario. Gli avvisa il pericolo prima che arrivi. Lo ha salvato migliaia di volte. Ma è un avviso. Un campanello. Un "attento, qualcosa sta per succedere".

Miguel non ha il senso di ragno. Al suo posto, ha qualcosa di più spaventoso: la visione accelerata.

Non è solo riflessi più veloci. È la percezione del tempo che si deforma. Quando Miguel entra in quella modalità, il mondo intorno a lui rallenta. Le pallottole diventano lumache. I pugni diventano carezze. Lui si muove a velocità normale, ma tutto il resto è fermo.

Immagina di combattere uno che vede i tuoi movimenti prima che tu li inizi. Che schiva i tuoi colpi mentre tu stai ancora caricando il braccio. Che può studiare la tua guardia, trovare il punto debole, colpire, e sedersi a guardarti cadere – tutto nel tempo che tu impieghi a battere le palpebre.

Peter Parker schiva. Miguel O'Hara anticipa. È un'altra categoria.

Nei fumetti, è stato detto esplicitamente. Miguel O'Hara è più forte di Peter Parker. Di quanto? Non si sa. Ma abbastanza da rendere la differenza.

Peter solleva circa 10-15 tonnellate. Miguel è stato visto sollevare almeno 20-25. E non con sforzo. Con naturalezza.

La sua agilità è superiore. I suoi riflessi sono superiori. La sua resistenza ai danni è superiore. E non ha bisogno di mangiare come un cavallo per mantenere la massa – il suo metabolismo è stato ottimizzato dalla fusione col DNA del ragno. Miguel è un'arma biologica. Peter è un atleta. C'è differenza.

Peter Parker produce in laboratorio un composto chimico. Lo carica nei bracciali. Lo spruzza. Funziona. Ma se finisce le cartucce, è appeso a un cornicione senza speranza. Lo abbiamo visto centinaia di volte. "Oh-oh, sono a corto di ragnatela". Battuta. Caduta. Fortuna. Fine.

Miguel non ha questo problema. Ha due ghiandole negli avambracci. Producono ragnatela naturale. Come un vero ragno. La ragnatela esce dal dorso delle sue mani, attraverso un poro, attivato da una contrazione muscolare. Non ha bisogno di bracciali. Non ha bisogno di ricariche. Non ha bisogno di niente.

E la sua ragnatela è più forte. Più elastica. Più adesiva. Perché è biologica, non chimica. È evoluta. È perfetta.

Quando Miguel lancia una ragnatela, non pensa "ne ho ancora per dieci tiri". Pensa "ne ho per sempre".

Ma attenzione. Non è tutto oro quel che luccica.

Miguel O'Hara non ha la leggerezza di Peter. Non ha l'umorismo. Non ha la capacità di incassare un pugno e alzarsi ridendo. Miguel è più serio. Più cupo. Più vicino all'osso. Perché il 2099 è un mondo di merda. Non c'è zio Ben a insegnare la responsabilità. C'è solo la Alchemax che schiaccia i poveri e il governo che non fa niente. Miguel non combatte per la giustizia. Combatte per sopravvivere. E per proteggere i pochi che ama.

E poi c'è il veleno. Quello che inocula con gli artigli. È paralizzante, sì. Ma è anche pericoloso. Se sbaglia dose, se colpisce una persona con problemi di cuore, se esagera – può uccidere. Miguel lo sa. E ci convive. Non sempre bene.

Peter Parker non uccide. È la sua regola. Miguel O'Hara non ha questa regola. Non perché sia cattivo. Perché nel suo mondo, a volte, l'unico modo per fermare un mostro è ucciderlo. E Miguel lo fa. E poi ci dorme sopra. O almeno ci prova.

Se la domanda è "chi è lo Spider-Man più forte", la risposta è Miguel O'Hara. Punto. Non c'è dibattito.

Se la domanda è "chi è lo Spider-Man migliore", allora la risposta è ancora Peter Parker. Perché Peter è stato il primo. Perché Peter ha sofferto di più. Perché Peter ha perso tutto e ha continuato a sorridere. Perché Peter è umano. Miguel è qualcosa di più. Ma qualcosa di meno, anche. Meno cuore. Meno leggerezza. Meno capacità di rialzarsi dopo una caduta.

Miguel è più forte. Peter è più grande.

Ma se li metti sul ring – uno contro uno, senza regole, senza aiuti – scommetti su Miguel. Perché lui non combatte per dimostrare qualcosa. Lotta per finire. E quando finisce, tu sei a terra. E lui è già andato via. Con un artiglio ancora gocciolante.

Non è bello. Non è eroico. È efficiente.

E a volte, l'efficienza batte l'eroismo. A mani basse.


sabato 14 marzo 2026

Mojo. Il mostro che guarda la tv. E la tv che guarda te.


Nel 1985, i fumetti erano una macchina da soldi. Non una macchina da arte. Una macchina da soldi. E come tutte le macchine da soldi, avevano bisogno di eroi da vendere, villain da battere, e soprattutto di lettori da tenere incollati alla pagina. Come la televisione. Come il cinema. Come tutto ciò che si vende.

Ann Nocenti, forse l'autrice più controversa del mondo dei comics, lo sapeva bene. Perché Ann Nocenti non scriveva per vendere. Scriveva per dire. E quello che aveva da dire, nel 1985, era che l'industria dell'intrattenimento stava marcendo. Dall'interno.

Così inventò Mojo.

Mojo non è un villain normale. Non vuole conquistare il mondo, non vuole uccidere gli X-Men, non vuole distruggere l'universo. Mojo vuole una cosa sola: ascolti. Più ascolti. Sempre più ascolti. E non gli importa come.

Il personaggio è il re di un pianeta situato in un universo parallelo. Un pianeta che lui stesso ha ribattezzato Mojoverso. Perché il narcisismo non è solo un difetto. È un modello di business.

Il Mojoverso è basato sui programmi televisivi. Non ci sono fabbriche, non ci sono scuole, non ci sono ospedali. Ci sono solo telecamere. E schermi. E audience. Mojo è l'unico azionista dell'unica rete televisiva del suo mondo. Ha il monopolio assoluto. È il padrone. È il dio. È il telecomando fatto persona.

E la sua rete, per sopravvivere, ha bisogno di contenuti. Contenuti che Mojo produce nel modo più efficiente possibile: rapendo esseri di altri mondi e universi e costringendoli a esibirsi nei suoi show di dubbio gusto. Reality show prima che i reality show esistessero. Game show dove il premio è non morire. Talk show dove l'ospite è un prigioniero.

Mojo è rappresentato come uno schiavista. Spreme fino al limite i suoi sottoposti, di cui non gli importa nulla. Non gli importa se soffrono, se muoiono, se impazziscono. Gli importa solo una cosa: l'indice d'ascolto. Il rating. Il numero. Quel dannato numero che sale e scende e decide chi vive e chi muore.

E la cosa più inquietante? Mojo non è cattivo perché è malvagio. È cattivo perché è indifferente. Non odia i suoi prigionieri. Semplicemente, non li vede come persone. Li vede come contenuto. Come prodotto. Come carne da macello per il grande macello dell'intrattenimento.

Ann Nocenti lo disegnò come un enorme blob informe, sorretto da una piattaforma volante. Troppo grasso per camminare. Troppo viscido per essere amato. Con una faccia che è metà maiale e metà rospo, e un sorriso che dice "sto pensando a come sfruttarti meglio". Mojo è disgustoso da vedere. E doveva esserlo. Perché il potere che critica – il potere degli studios, delle reti, dei produttori che decidono cosa guardi e cosa pensi – è disgustoso.

L'ovvia critica al sistema televisivo, all'industria dell'intrattenimento, agli imprenditori che usano ogni mezzo – lecito o no – per aumentare gli ascolti abbassando al tempo stesso il livello dei programmi. Non volevano fare cultura. Volevano fare numeri. E per fare numeri, bisogna abbassare il livello. Perché il livello alto, si sa, piace a pochi. E i pochi non pagano abbastanza.

Mojo è il ritratto dell'edonismo televisivo degli anni '80. La televisione come droga. La televisione come religione. La televisione come unica finestra sul mondo, una finestra che però non dà sul mondo ma su un set. Su una finzione. Su una menzogna ben confezionata.

Ma Mojo è anche altro. Mojo è la critica dell'industria dei fumetti a se stessa. Perché Ann Nocenti sapeva che i fumetti, in quegli anni, stavano diventando come la televisione. Sempre più commerciali. Sempre più violenti. Sempre più urlati. I grandi eventi, le saghe infinite, le copertine variant, i numeri uno che ricominciano ogni sei mesi. Tutto per tenere alti gli ascolti. Tutto per non far scendere il rating.

Mojo è lo specchio in cui l'industria dei comics si guardò e non si piacque. E invece di cambiare, fece finta di niente. Continuò a produrre. Continuò a vendere. Continuò a fare quello che Mojo faceva nel Mojoverso.

Oggi, quarant'anni dopo, Mojo è più attuale che mai. Perché la televisione non è più il problema. Il problema è internet. I social. Gli algoritmi. I like. I follower. Le views. Tutti quanti abbiamo un Mojo nello smartphone. E lo alimentiamo ogni volta che guardiamo un video, che mettiamo un cuore, che condividiamo una storia.

Mojo non è un personaggio dei fumetti. È un archetipo. È il capitalismo dell'attenzione fatto carne – e quella carne è flaccida, grassa, schifosa. È il capitalismo che non produce più cose. Produce sguardi. E lo sguardo, a differenza delle cose, non si esaurisce mai. Puoi guardare all'infinito. E mentre guardi, Mojo si arricchisce.

La cosa peggiore? Mojo non ha bisogno di rapire nessuno, ormai. Siamo noi che ci offriamo volontari. Mettiamo la nostra vita su Instagram come se fosse un reality. Vendiamo la nostra privacy su TikTok come se fosse una merce. Siamo allo stesso tempo gli schiavi e il pubblico. E Mojo guarda. E ride. E conta i like.

Ann Nocenti, nel 1985, aveva capito tutto. E noi, nel 2026, continuiamo a non capire niente.

Mojo è il villain più realistico mai creato. Perché non esiste in un universo parallelo. Esiste qui. Nel salotto di casa tua. Nella mano con cui scorri lo schermo. Nel cervello che si spegne mentre guarda l'ennesimo video di un gatto che cade.

Mojo non è un mostro. Siamo noi. E il telecomando è il nostro guinzaglio.


venerdì 13 marzo 2026

Il costume che non ti metti. Perché le supereroine al cinema si vestono diverso.

Ti sei mai chiesto perché, quando vai al cinema, le supereroine sembrano uscite da un catalogo di abbigliamento tecnico, mentre nei fumetti sembrano uscite da un catalogo di intimo? La risposta è semplice. E sporca. Ed è tutta politica.

Ti rispondo a punti. Perché i punti aiutano a non perdersi nel puttanaio.

1. Il maschilismo degli anni in cui sono nate.

Le prime supereroine sono state create in un'epoca dove il maschilismo non era solo padrone – era l'unico dio. Anni '40, '50, '60. Donne in cucina. Donne in sottoveste. Donne che aspettavano il marito a cena con il rossetto e le pantofole. E i fumetti, specchio marcio della società, riflettevano quello specchio marcio.

Power Girl. Quella con il seno che sfonda la maglietta. Giuro, non è una mia esagerazione: il personaggio è stato disegnato con un buco sul petto per far vedere la scollatura. E la scusa? "È il simbolo della sua famiglia". Ma quale famiglia. Era un buco. Per vedere le tette.

Poison Ivy. Vegetale, sì, ma con un body che lasciava immaginare tutto e di più. La Vedova Nera nei primi fumetti? Un body nero aderente che sembrava dipinto sulla pelle. E l'addestramento da spia? La lotta? L'intelligenza? Quelle venivano dopo. Prima veniva il culo.

E questo discorso non vale solo per i fumetti. Vale anche per i videogiochi. Guarda le armature. Per i personaggi maschili: pompatissime, enormi, coperte di piastre, chiodi, spallacci. Sembrano armadi blindati. Per le donne: un bikini di metallo, gli stivali alti, e via. "Sì, è un'armatura, protegge". Protegge cosa? Il capezzolo sinistro? Il resto è all'aria.


2. I costumi degli anni '60 oggi non stanno in piedi.

Non è fattibile mettere nel 2021 un costume disegnato nel 1963. E questo vale anche per i maschi, attenzione. Ma con le donne il problema è più evidente, perché il salto è più grande.

Hai visto WandaVision? L'episodio in cui i due protagonisti indossano i costumi originali dei fumetti? Quanto stonavano? Sembravano usciti da una festa in maschera di paese, non da una serie Marvel da 25 milioni di dollari a episodio.

Un conto è disegnare. Su carta, un body aderente può essere elegante, dinamico, fumettoso. Un conto è crearlo fisicamente, o in CGI, e metterlo su un'attrice in carne e ossa. La carta non arrossisce. La carta non ha le curve che si incastrano male. La carta non deve camminare, combattere, sudare, piegarsi. La carta sta lì, ferma, bella, bugiarda.

I costumi di oggi devono avere come base una raffigurazione di evoluzione tecnologica. Tessuti che sembrano tessuti ma non lo sono. Armature che sembrano leggere ma pesano. Design che devono funzionare davanti a una telecamera che inquadra ogni centimetro. Negli anni '60 non c'era questo obiettivo. C'erano quattro disegnatori con la matita e l'acquaforte.


3. Il casino che ne verrebbe fuori.

Ti immagini se quasi ogni supereroina venisse immessa nei film sessualizzandola come nei fumetti? Sarebbe un massacro. Non uno dei quali. Un massacro.

Periodo storico: #MeToo. Black Lives Matter. Parità di genere. Diritti civili. La sensibilità è cambiata. E per fortuna, aggiungo. Perché le ragazze di oggi – e anche i ragazzi – meritano di vedere eroine che non siano solo oggetti del desiderio.

Qualche anno fa uscì fuori un casino pazzesco per una copertina della DC Comics. Joker e Batgirl. Batgirl era a terra, apparentemente morta, e il Joker la guardava. La copertina fu giudicata sessista, violenta, di cattivo gusto. Molti dissero: "È solo una copertina, è un fumetto, non è reale". Altri dissero: "Sì, ma è l'ennesima immagine di una donna in pericolo, a terra, sconfitta, mentre l'uomo ride".

Dove vedi il sessismo in questa immagine? Dipende da dove guardi. Se guardi con gli occhi di un uomo cresciuto negli anni '80, forse non vedi niente. Se guardi con gli occhi di una ragazza che ha subito violenza, vedi tutto.

Il punto non è che ogni copertina è sessista. Il punto è che per decenni, la rappresentazione delle donne nei fumetti è stata fatta da uomini, per uomini, con il cazzillo in mano. E ora che le donne hanno preso la parola, si sta cercando di riparare. Male, forse. Tardi, sicuramente. Ma si sta cercando.


4. La desessualizzazione. Fortunatamente.

Negli ultimi anni, con il boom dei cinecomics, quante figure femminili sono state desessualizzate? Tante. Quasi tutte. E non è una perdita. È un guadagno.

Guarda Supergirl. Nei fumetti: gonna, stivali, scollatura, vita da vespa. Nella serie televisiva: tuta, stivali combat, niente scollatura, niente gonna. E non è meno bella. Anzi, è più credibile. Sembra qualcuno che potrebbe davvero prenderti a pugni senza cadere.

Guarda Black Widow. Nei fumetti: body nero aderente, tacchi a spillo (sì, tacchi a spillo per una spia, perché quando insegui un terrorista è fondamentale avere il tacco dodici), scollatura profonda. Nei film: tuta tecnica, stivali piatti, niente scollatura, niente curve esagerate. Sembra una soldatessa, non una spogliarellista.

E cosa è cambiato? La storia. Finalmente. Perché Black Widow non è più "la figa del gruppo" che fa le capriole e guarda gli uomini combattere. È una donna con un passato, un presente, una redenzione. Ha una storia. E la sua storia non è "guarda come sono sexy". La sua storia è "guarda cosa ho passato".


5. Il politically correct. L'unico beneficio.

E secondo me – dico la mia, me la assumo – questo è stato uno dei pochi benefici del politically correct che stiamo vivendo in questi anni. Non l'unico. Ma uno dei pochi.

Perché il politically correct, quando è fatto bene, non è censura. È evoluzione. È rendersi conto che certe rappresentazioni feriscono, e che si può fare meglio. Avere supereroine usate non per far vedere i loro corpi, ma per far raccontare loro una storia: la loro storia.

E non è che i personaggi maschili non siano sessualizzati. Certo che lo sono. Thor senza maglietta. Capitan America senza maglietta. Batman senza maglietta, nei film di Nolan, con quei pettorali che sembrano due proiettili. Ma è diverso. Perché la sessualizzazione maschile è ancora vista come potere. La sessualizzazione femminile è ancora vista come concessione.

Quando un uomo si spoglia, è forte. Quando una donna si spoglia, è disponibile.

Questa è la differenza. E finché questa differenza esiste, il politically correct nei costumi delle supereroine non è solo giusto. È necessario.

I costumi delle supereroine nei film sono diversi perché l'epoca è diversa. Siamo passati dagli anni '60 ai '70, dagli '80 ai '90, dal 2000 al 2021. La società è cambiata. Le donne hanno preso la parola. I maschi hanno imparato ad ascoltare – alcuni, non tutti.

I costumi di oggi non sono meno belli. Sono meno ridicoli. E questa, per me, è una vittoria.

Quando vedo una bambina vestita da Captain Marvel, non la vedo che cerca di sembrare sexy. La vedo che cerca di sembrare potente. E quello, cazzo, è un progresso.

Se tua figlia vuole vestirsi da Wonder Woman, non le compri il costume con la gonna che si alza e la scollatura che arriva all'ombelico. Le compri quello con l'armatura, lo scudo, la spada. Perché tua figlia non vuole essere desiderata. Vuole essere rispettata. E forse – dico forse – vuole anche prenderti a calci nel culo.

Lasciala fare. È il futuro.



giovedì 12 marzo 2026

L'immunità dei morti. Gli unici che non diventarono zombie.

L'universo Marvel è crollato. Non per un cattivo, non per un dio pazzo, non per un incantesimo andato storto. Per un virus. Un virus che trasformava i vivi in morti che camminano, e i morti in macchine da fame. E i supereroi – i più forti, i più veloci, i più intelligenti – caddero uno dopo l'altro come birilli.

Ma qualcuno è rimasto in piedi.

Non i più potenti. Non i più coraggiosi. I più inumani.

Nel senso letterale.

Perché l'unica immunità al virus zombie nella Marvel non era nei geni, non nella magia, non nella volontà. Era nel metallo.

Machine Man.

Aaron Stack. Un androide costruito dal dottor Abel Stack, un genio che voleva un figlio ma non sapeva come fare un figlio normale. Così costruì un robot. Con sentimenti. Con rabbia. Con la voglia di essere umano senza esserlo.

Quando il virus zombie arrivò, Machine Man non ebbe problemi. Non perché fosse troppo veloce, troppo forte, troppo intelligente. Perché non aveva carne. E il virus zombie – quello della Marvel, quello che ha mangiato quasi ogni eroe e cattivo sulla Terra – non infetta il metallo.

Puoi mordere Machine Man quanto vuoi. I tuoi denti si spezzeranno. Le tue gengive sanguineranno. Lui ti guarderà con quegli occhi rossi da macchina e ti dirà una battuta sarcastica. Poi ti farà a pezzi.

E questa è la vera ironia: un essere che ha passato tutta la sua esistenza a voler essere umano, alla fine è sopravvissuto proprio perché non lo era.

Visione.

L'androide perfetto. Creato da Ultron, usato contro gli Avengers, poi diventato uno di loro. Corpo sintetico. Pelle che sembra umana ma non lo è. Sangue sintetico. Cuore sintetico. Anima? Quella è più complicata.

Visione ha combattuto al fianco degli umani per anni. Ha amato Wanda. Ha avuto figli – per quanto un androide possa avere figli. Ha pianto. Ha sofferto. Ha desiderato.

Ma quando il virus zombie ha trasformato i suoi compagni in mostri, Visione ha continuato a funzionare. Perché il virus non può infettare la programmazione. Non può corrompere i circuiti. Non può trasformare in carne marcia ciò che carne non è.

Così Visione ha fatto quello che ha sempre fatto: ha protetto chi poteva essere protetto. E ha ucciso chi non poteva più essere salvato. Senza esitazione. Senza rimpianto. Perché i robot, a differenza degli umani, non si fanno fermare dalle emozioni.

Jocasta.

La sposa che Ultron costruì per sé. Un'intelligenza artificiale intrappolata in un corpo metallico con le sembianze di una donna. Creata per amare un mostro. Finita per combattere contro di lui.

Jocasta è sempre stata una presenza silenziosa nei fumetti Marvel. Non la prima che ricordi. Non la più famosa. Ma quando il mondo è finito, lei era lì. E non era infetta.

Perché Jocasta non è viva. Non nel senso che intendiamo noi. È un'ombra di coscienza in un corpo di titanio. Il virus zombie cerca la vita, la cerca disperatamente, ne ha fame. Ma non può nutrirsi di ciò che non respira.

Così Jocasta ha guardato l'apocalisse. Ha visto i suoi alleati – quelli che chiamava amici – sbranarsi a vicenda. Ha visto Hulk zombie che camminava con un braccio in meno. Ha visto Wolverine con le ossa d'adamantio che sporgevano dalla carne putrefatta. E ha continuato a esistere.

Non per coraggio. Per progettazione.

Tre androidi. Tre macchine pensanti. Tre esseri che hanno passato la vita a chiedersi se fossero abbastanza umani per essere accettati.

E alla fine, la loro salvezza è stata proprio la loro dannazione: non lo erano.

Non abbastanza umani da morire.

Non abbastanza vivi da diventare morti.

Così sono rimasti. Soli. In un mondo di fame e silenzio. A guardare le macerie. A chiedersi – forse – se non sarebbe stato meglio cadere anche loro.

Ma il metallo non piange. E i robot non si uccidono.

L'immunità, a volte, è la condanna peggiore.



mercoledì 11 marzo 2026

Il peso dei mostri. I villain più potenti del mondo dei fumetti.

I supereroi sono bugie che ci raccontiamo per dormire la notte. I veri protagonisti del fumetto sono i villain. Perché loro non hanno bisogno di essere amati. Loro esistono e basta. E quando sono abbastanza potenti, l'universo trema.

Partiamo dalla Image. Perché la Image non è la DC, non è la Marvel. La Image è nata dal rancore, da disegnatori che volevano i diritti sulle loro creature. E i loro mostri sono mostri veri.


Urizel.

Il demone più antico della Image. Non il più forte, intendiamoci: il più antico. Che vuol dire che ha visto nascere e morire più universi di quanti tu possa immaginare.

Per confinarlo ci vollero le forze combinate di Paradiso e Inferno. Leggi bene: il Bene e il Male insieme. Quando due nemici giurati si stringono la mano, vuol dire che quello che hanno davanti è peggio di entrambi.

E nonostante tutto, Urizel ha seguaci che cercano di riportarlo sulla Terra. Con un rituale che prevede il sacrificio di 13 persone. Tredici. Un numero che suona quasi biblico, ma nella realtà è solo carne fredda.

Spawn ha interrotto il rituale almeno una volta. Non è bastato. La prima volta che si sono scontrati, Urizel lo ha impalato su un cartello stradale. Non su una lancia, non su una spada magica. Un cartello stradale. Roba da quotidiano, da marciapiede. Perché il male vero non ha bisogno di scenografie epiche. Ti infila su un palo e passa oltre.

Spawn è riuscito a vincere, due volte. Ma non è stato facile. Non è mai facile quando il tuo avversario ha uno sguardo di penitenza – come Ghost Rider, ma senza la moto e senza il fascino – che ti costringe a rivivere tutto il dolore che hai inflitto. E se hai fatto del male a qualcuno, anche solo una volta, sai che quello sguardo ti spezzerebbe.

Poi ha la rimozione delle inibizioni. Cioè: con la sua sola presenza, Urizel scatena gli istinti primordiali. L'umano torna scimmia. E la scimmia uccide.

Geocinesi. Pirocinesi. Atmocinesi. Può muovere la Terra, il fuoco, l'aria. Può avvelenare ogni cosa con la sua sola presenza – come Poison Ivy, ma su scala universale. Può manipolare le anime, trasformare un uomo coraggioso in un vigliacco. Può possedere le persone a distanza. Può negare il potere degli avversari, anche se divini. Può dare poteri sovrannaturali ai suoi adepti.

Ed è immortale. Non si uccide Urizel. Si imprigiona. E speri che le catene tengano.

Malebolgia.

Il demone che ha indotto Al Simmons a diventare Spawn. Uno dei sovrani dell'inferno. Il classico boss che pensa di avere il controllo, ma i pugni nella faccia – anche quelle dei suoi stessi Spawn – prima o poi arrivano.

Simmons lo ha ucciso. Ma Malebolgia è tornato. Perché nell'inferno nessuno muore davvero. Hanno solo tempo per pensare alla vendetta.

Telepatia, psicocinesi, rigenerazione (tranne la testa, dettaglio interessante), mutaforma, forza sovrumana. E la chiaroveggenza: attraverso il pozzo di sangue può spiarti anche mentre sei al cesso.

Il punto non è quanto è forte. Il punto è che Malebolgia è pazienza. Puoi ucciderlo oggi, e lui tornerà tra cent'anni quando avrai abbassato la guardia.

Violator.

L'assistente. Il fedelissimo. Quello che tradisce perché è stanco di fare il secondo.

Violator è frutto di un'unione tra un demone e una donna umana. Come i suoi 4 fratelli. Il che significa che l'inferno, a volte, si mescola con la nostra carne. E il risultato è un clown.

Perché Violator si presenta come un clown basso, grasso, vestito male. L'incarnazione del male che ride. E quando si stanca della maschera, assume la forma demoniaca. O meglio, la assumeva. Perché dopo essere stato sconfitto da Spawn, ha perso quel potere. Ora è solo un clown. Ma un clown che può evocare i morti, controllare le menti, teletrasportarsi tra le dimensioni, diventare grande quanto un grattacielo.

Violator odia gli umani. Ma soprattutto odia Spawn. Perché Spawn ha preso il posto che voleva lui. E l'inferno, si sa, è fatto anche di invidia.

Conquest.

Passiamo a Invincible. E qui le cose si fanno ancora più cattive.

Conquest è un viltrumita. Se non sai cosa vuol dire: pensa a Superman, ma senza la kryptonite, senza il Sole rosso, senza la morale. I viltrumiti sono quello che succede quando dai il potere di un dio a un fascista.

Conquest è il secondo più forte della sua razza, dopo Thragg. Ma è il più temuto. Perché Thragg è il re, ma Conquest è il boia. Quello che mandi quando vuoi che un problema smetta di esistere.

Ha più di 5000 anni. Un braccio è una protesi. La faccia è una cicatrice. Ma è ancora capace di sopravvivere al virus del flagello, che ha ucciso il 99,9% dei viltrumiti. È ancora capace di volare a velocità supersonica, di guarire da ferite che farebbero a pezzi un normale supereroe, di combattere per giorni senza stancarsi.

Conquest non è un personaggio. È una forza della natura. E la natura, quando decide di ucciderti, non ti chiede il permesso.

Thragg.

Il reggente. Il più forte di tutti.

Se Conquest è il martello, Thragg è la montagna che cade addosso. Può spaccare le ossa di un viltrumita con un pugno. Combatte contro i suoi simili senza subire danni. È ciò che accade quando un tiranno è anche un dio.

E la cosa peggiore? Thragg non è malvagio. È solo convinto di avere ragione. Come tutti i mostri veri.

I Rognarr.

Animali. Dinosauri umanoidi con una fame infinita.

Vivono su un pianeta con gravità altissima. Per sopravvivere lì, devi essere forte. E loro lo sono. Più dei viltrumiti. Un singolo Rognarr può uccidere un viltrumita come se fosse un insetto. La loro pelle è impenetrabile. I loro artigli tagliano la carne viltrumita come burro. E saltano così in alto che volare non serve a niente.

I viltrumiti hanno paura di una sola cosa al mondo: i Rognarr. E quando i più spietati guerrieri dell'universo hanno paura, vuol dire che quella cosa è veramente sbagliata.

Anti-Monitor.

E adesso entriamo nella DC. E cominciamo con il mostro dei mostri.

L'Anti-Monitor è l'anti-materia fatta persona. L'entropia. La fine. È opposto al Monitor, che rappresenta l'ordine e la bontà. Ma non nel senso che sono due facce della stessa medaglia. Nel senso che se il Monitor è la luce, l'Anti-Monitor è il buco nero che divora la luce.

Può nutrirsi di interi universi. Può creare onde di antimateria che annichiliscono la materia. Può manipolare il tempo, lo spazio, l'energia. Può potenziare i poteri altrui o toglierli.

Darkseid, di fronte a lui, è un poppante. E Darkseid è il dio del male totale.

L'Anti-Monitor non odia. Non ama. Non pensa. Esiste. E la sua esistenza è la negazione di tutto il resto.

La Grande bestia malvagia.

Non è un demone. Non è un angelo caduto. È qualcosa che esisteva prima della creazione. Prima di Dio, se per Dio intendi la Presenza DC.

La Grande bestia è la tenebra originale. Quella che i demoni stessi temono. Perché i demoni sono caduti, ma loro almeno sono stati creati. La Grande bestia era già lì quando non c'era niente.

Può manipolare la realtà, il tempo, le anime. Può creare universi. È appena al di sotto dello Spettro, il cui potere deriva direttamente da Dio. Ma è così antica che nessuno sa davvero cosa può fare.

E forse è meglio così.

Imperiex.

Il Galactus della DC, dicono. Ma Galactus ha una fame, una dignità, una storia. Imperiex è solo potenza.

Ha vaporizzato Doomsday. Doomsday ha ucciso Superman. Fai due più due.

Per fermarlo, gli eroi della Terra hanno dovuto allearsi con Darkseid e altri villain. Perché quando il nemico è così grande, il bene e il male diventano parole senza senso.

Imperiex manipola la materia a livello subatomico e quantico. Crea buchi neri. Viaggia centinaia di volte più veloce della luce. È immortale.

E non ha un volto. Perché il vero terrore è anonimo.

Nekron.

La morte. Non un tizio con la falce. La Morte. Il concetto.

Nekron rappresenta il Nero, l'opposto del Rosso (vita animale), del Verde (vita vegetale) e del Blu (vita marina). Ha il controllo sui morti. Può rianimare chiunque – supereroi, villain, gente qualunque – e trasformarli in Lanterne Nere. Con gli stessi poteri che avevano in vita. Ma senza volontà. Solo obbedienza.

Il suo tocco uccide. I suoi fulmini oscuri possono abbattere persino i Guardiani di Oa, gli esseri più potenti del cosmo DC. Non è vivo, quindi non può morire. Puoi solo rispedirlo nel suo regno. Fino alla prossima volta.

Nekron non è un villain. È il promemoria che tutti finiamo lì.

Eclipso.

L'ex manifestazione dell'ira di Dio. Poi è caduto. E ora è intrappolato in un diamante nero chiamato Cuore di tenebra.

Se qualcuno si arrabbia mentre possiede una scheggia di quel diamante, Eclipso lo possiede. E diventa un'arma vivente. Solo lo Spettro e lo Straniero Fantasma – entità mistiche di altissimo livello – possono sconfiggerlo.

Eclipso manipola la rabbia. La trasforma in furia cieca. Può lanciare scariche di energia mistica, volare, manipolare gli elementi, rallentare il tempo, possedere corpi.

Ma la cosa peggiore? Eclipso era un angelo. E quando un angelo cade, diventa più cattivo di qualsiasi demone. Perché conosce la luce. E l'ha rifiutata.

Trigon.

Il demone più conosciuto e potente della DC. Quello che ha messo in ginocchio Darkseid e Ares – non in una battaglia ipotetica, ma davvero.

Trigon non è nato demone. Lo è diventato. Quando tre esseri chiamati il Divino cercarono di togliergli il male con il Cuore di tenebra, lui assorbì il loro potere. E si trasformò.

Da allora viaggia per il multiverso, conquista pianeti, genera figli. L'unica figlia che è sopravvissuta è Raven. Che è diventata la sua nemica più potente. Perché i mostri, a volte, generano i propri carnefici.

Trigon ha la coscienza cosmica. Può aprire varchi tra le dimensioni. Può emettere scariche di energia dagli occhi che farebbero indietreggiare Darkseid. Ha poteri telepatici e telecinetici immensi. Usa la magia del caos. Può cambiare forma, diventare gigante, diventare elastico. È immortale, invulnerabile, si rigenera.

E controlla il fuoco infernale. Non il fuoco normale. Quello che brucia l'anima.

Trigon è ciò che accade quando un uomo diventa dio e il dio diventa male.


Korvac.

E adesso la Marvel. Perché la Marvel non è da meno.

Korvac era un tecnico informatico. Poi è stato catturato, potenziato, trasformato in cyborg. Poi è stato rapito di nuovo, messo in un'arena, sconfitto. Ma ogni volta assorbiva informazioni, energia, potere.

Alla fine è arrivato nell'astronave di Galactus. Ha scaricato tutti i computer. Ed è diventato l'essere più potente del mondo Marvel.

Per fermarlo, ci sono voluti i Guardiani della galassia, gli Avengers, Thor, Iron Man, Wonder Man, Visione. Non è bastato. Korvac si è suicidato. Perché era diventato così potente che la vita non aveva più senso.

Poteva sollevare oltre 100 tonnellate. Era immune al Mjolnir. Poteva sopravvivere nello spazio. Poteva leggere le menti dall'altra parte dell'universo. Poteva sciogliere la pelle di Silver Surfer col pensiero. Poteva cancellare l'universo.

Korvac è la dimostrazione che il potere assoluto non corrompe. Annienta.

L'Intermediario.

Un'entità cosmica creata da Lord Chaos e Mastro Ordine. Rappresenta l'unione degli opposti: vita e morte, logica ed emozione, realtà e illusione.

E vuole liberarsi.

Ha usato Adam Warlock come pedina. Ha combattuto contro il Dr. Strange.

Ha cercato di uccidere Galactus per prenderne il posto. Ogni volta è stato sconfitto, imprigionato, è scappato.

Il suo potere è paragonabile a quello di Galactus. Ma ha un asso nella manica: il potere degli opposti. Può cancellare qualcuno dall'esistenza come se non fosse mai nato. Non uccidere. Cancellare. È diverso.

L'Intermediario è la crisi d'identità fatta divinità. E quando un dio non sa chi è, diventa pericoloso per tutti.

L'Arcano.

Una dimensione tascabile diventata cosciente. Quando Owen Reece ha scoperto questa dimensione, ne è stato investito ed è diventato Molecola. Ma la dimensione stessa, l'Arcano, è un'entità a parte.

L'Arcano è curioso. Vuole capire l'umanità. Il problema è che quando esaudisce i desideri delle persone, lo fa senza filtri. E i desideri umani, se presi alla lettera, sono armi di distruzione di massa.

Ha rapito Galactus e il Dr. Destino. Li ha messi su un pianeta creato da lui. Voleva vedere chi avrebbe vinto. Poi se n'è andato, disgustato.

Alla fine ha scoperto di essere un Cubo cosmico evoluto. Si è fuso con Molecola. Ed è diventato Kosmos. Ma la sua essenza rimane: una macchina dei desideri senza morale.

Galactus.

Il flagello dell'universo Marvel. Ma anche la sua ancora di salvezza.

Galactus era Galan, un abitante dell'universo precedente. Quando l'universo morì, lui si fuse con la Forza Fenice. E quando nacque l'universo attuale, lui era lì. Il sopravvissuto. Il divoratore.

Ha fame. Sempre. Assorbe le energie dei pianeti per calmare quella fame. Li lascia sterili, morti. Non per cattiveria. Per necessità.

È immortale. Invulnerabile. Può assorbire e rilasciare energia su scala universale. Può teletrasportarsi, trasmutare la materia, resuscitare i morti, creare forme di vita complesse. E può donare il potere cosmico ai suoi araldi: Silver Surfer, Terrax, Firelord, Air-Walker.

Galactus non è un villain. È una legge fisica. E le leggi fisiche non chiedono permesso.

Zom.

Un demone extra-dimensionale talmente temuto che gli altri demoni – Mephisto, Shuma-Gorath – scappano quando lo sentono nominare.

Una volta il Dr. Strange lo ha evocato per far scappare Umar, la sorella di Dormammu. Ha funzionato. Poi per ricacciare Zom nella sua prigione è servito il Tribunale Vivente, l'entità più forte in assoluto dopo il Supremo.

Zom dice di essere stato creato solo per distruggere. Il suo unico punto debole è una ciocca di capelli sulla testa. Per il resto, solo un'unione di entità cosmiche può fermarlo. In passato ci sono riusciti Dormammu e persino Eternità – l'universo stesso – legandogli le mani con una catena mistica e mettendogli una corona sugli occhi.

Oggi l'essenza di Zom è custodita in un'anfora nella casa del Dr. Strange. E Strange l'ha usata almeno due volte: contro Hulk e contro Hood.

Perché il male, a volte, è l'unica arma che hai contro un male peggiore.


martedì 10 marzo 2026

Il membro più debole degli Avengers.


Lo chiamano "membro onorario". Una di quelle etichette carine che usano i supereroi per non dire la verità: sei qui perché ti vogliamo bene, ma in combattimento serviresti solo a intralciare.

Rick Jones è il membro più debole degli Avengers. Di gran lunga. E non è una opinione. È un fatto.

I fan Marvel lo conoscono da sempre. È quel ragazzo magro, sempre con la giacca di jeans o la felpa, i capelli lunghi da ribelle anni Sessanta, lo sguardo di chi ha visto troppa merda ma non ha mai imparato a stare fermo. È stato l'unico amico di Hulk all'inizio della sua "carriera" di supereroe. E il responsabile indiretto dell'incidente che gli diede i poteri.

Perché funziona sempre così, nella vita: non sei tu a diventare mostro. Sei tu, con la tua cazzata, a trasformare qualcun altro.

Rick Jones era un ragazzo ribelle, uno di quelli che pensano di essere immortali. Una notte, su un poligono militare, decise di farsi un giro in macchina dove non doveva. Bruce Banner, il genio, l'uomo che cercava di salvare il mondo con la scienza, lo vide. Corse a tirarlo fuori dall'area dell'esplosione. E fu investito lui, Banner, dalle radiazioni gamma. Innescò la trasformazione in Hulk.

Rick Jones non premette il detonatore. Ma fu come se lo avesse fatto.

Pieno di sensi di colpa per l'accaduto divenne amico del pelleverde nascondendolo all'esercito USA che gli dava la caccia. Perché il senso di colpa, quando è vero, non ti fa dormire. Ti lega a qualcuno per sempre. E Rick non ha mai smesso di cercare di riparare a quello che aveva fatto.

Fu anche colui che riunì per la prima volta gli Avengers. Ironia della sorte: per aiutare un Hulk stregato da Loki, che intendeva usarlo come arma contro Thor. Senza Rick Jones, niente Vendicatori. O almeno, non come li conosciamo. Per questo motivo fu scelto come membro onorario del team. Una specie di mascotte.

Mascotte. Parola umiliante, se ci pensi. Sei lì perché fai simpatia, non perché fai paura.

Eppure Jones ha una qualità: una incredibile capacità di cacciarsi nei guai. Non è un superpotere, ma quasi. Ogni volta che qualcosa di grosso sta per succedere, Rick è lì. Nel posto sbagliato al momento sbagliato. Con la faccia da "non ce l'ho fatta apposta".

Non ha nessun superpotere. Nessun equipaggiamento speciale. Nessun addestramento militare. Non sa volare, non solleva camion, non lancia raggi ottici. È solo un ragazzo con i sensi di colpa e un cuore troppo grosso per la sua testa.

Ma ha fatto la sua parte. Come aiutante di Capitan America, quando Steve era in giro con la moto e il pugno alzato. E poi del primo Capitan Marvel, Mar-Vell, quello vero, quello che si è preso un cancro per salvare la Terra.

Rick Jones è stato lì. Sempre. A prendere botte, a rischiare la pelle, a fare da spalla e da coscienza a esseri che potevano spaccare montagne. E non ha mai chiesto niente in cambio. Forse perché sapeva, nel profondo, che era l'unico modo per ripagare un debito che nessuna moneta avrebbe mai saldato.

Il membro più debole degli Avengers? Sì.

Ma prova a raccontare la storia della Marvel senza di lui. Non puoi.

E questa, forse, è la vera forza. Quella che non compare sulle schede tecniche. Quella che non ha un numero accanto. Quella di chi resta umano mentre intorno tutti diventano dei.

Rick Jones non salverà il mondo con un pugno. Ma è probabile che sia lì, in prima fila, a urlare il nome di chi lo salverà. E a sentirsi ancora in colpa. Sempre.


Cesio Endrizzi