Cosa succederebbe se Thor perdesse la capacità di sollevare Mjolnir e, invece di cercare disperatamente di riconquistare il martello, imparasse a combattere senza di esso?
La risposta arriva da una delle versioni più insolite del Dio del Tuono: un Thor spezzato, tormentato dalla propria incapacità e destinato a trasformare la sua più grande umiliazione nella più straordinaria delle sue armi.
Questa storia comincia con un Thor completamente diverso dall'immagine classica dell'eroe invincibile. Asgard è bruciata, Midgard è stata devastata e lui non è riuscito a impedirlo. Ma la sua tragedia personale è ancora più profonda: Thor non riesce più a sollevare Mjolnir.
Il martello rimane lì, immobile.
Thor prova ad allontanarsi. Cerca luoghi sempre più remoti, come se potesse finalmente liberarsi di quel simbolo della propria indegnità. Ma Mjolnir lo segue. Ovunque vada, il martello è lì ad aspettarlo.
A quel punto Thor esplode.
Invece di tentare ancora una volta di sollevare Mjolnir, comincia a prenderlo a pugni.
È un gesto apparentemente assurdo. Un Dio che colpisce il proprio martello perché non riesce a impugnarlo. Ma proprio quel gesto attira l'attenzione di Lei Kung, il Thunderer, guardiano di K'un-Lun e custode delle sue antiche tradizioni.
Lei Kung osserva Thor e comprende qualcosa che il Dio del Tuono non ha ancora capito.
Thor sta combattendo con la rabbia.
Ma la rabbia, da sola, non basta.
Il problema non è soltanto quanto forte Thor riesca a colpire. È come colpisce.
Lei Kung lo conduce quindi a K'un-Lun, dove gli racconta la storia della città e delle sue battaglie contro gli invasori. Gli parla dell'Iron Fist e del drago Shou-Lao, e soprattutto gli fa capire che forse le mani di Thor non sono destinate a sollevare un martello.
Forse sono destinate a diventare il martello.
Ed è qui che comincia l'allenamento.
Thor deve colpire Mjolnir.
Non una volta.
Non cento volte.
Per trenta giorni e trenta notti.
Il bersaglio non potrebbe essere più crudele: Mjolnir è uno degli oggetti più resistenti dell'universo. Thor sta quindi utilizzando i propri pugni contro qualcosa che, almeno apparentemente, non può essere spostato né danneggiato.
Ma Thor continua.
Colpo dopo colpo.
Giorno dopo giorno.
La rabbia iniziale comincia lentamente a trasformarsi in disciplina. Le sue mani si consumano, si induriscono, diventano quasi dei martelli naturali. Non sta più semplicemente sfogando la propria frustrazione.
Sta imparando a concentrare la propria forza.
Passano altri trenta giorni.
E qualcosa cambia.
Mjolnir comincia a tremare.
Il martello, fino a quel momento immobile, comincia a reagire ai colpi di Thor.
Non è ancora la vittoria, ma è il primo segnale che qualcosa di straordinario sta accadendo.
Poi accade l'impensabile.
Mjolnir comincia a schivare i pugni.
Il martello sembra quasi avere paura dei colpi di Thor.
E questo dettaglio racconta meglio di qualunque spiegazione quanto sia diventato devastante il nuovo combattimento del Dio del Tuono.
Thor non è più l'uomo che cerca disperatamente di sollevare Mjolnir.
È diventato l'uomo che costringe Mjolnir a evitare i suoi pugni.
Ma la storia non si ferma qui.
Il martello reagisce.
Comincia a combattere Thor.
È una sorta di esame finale involontario: l'arma che per tutta la vita ha rappresentato il potere di Thor diventa improvvisamente il suo avversario.
E Thor la sconfigge.
A quel punto Lei Kung gli comunica qualcosa di sorprendente: Thor è finalmente pronto. Può reclamare Mjolnir.
Ma Thor rifiuta.
Ed è probabilmente il momento più importante dell'intera storia.
Perché il vero risultato dell'allenamento non è che Thor abbia finalmente imparato a utilizzare meglio il martello.
È che non ne ha più bisogno.
Thor ha trasformato la propria debolezza in una nuova forma di potere.
Ma Lei Kung non ha ancora finito.
Lo attacca.
Non per ucciderlo, ma per verificare se il suo allievo sia realmente diventato ciò che lui crede.
Thor risponde con un solo pugno.
Lei Kung viene scaraventato via.
E la sua reazione è significativa: non parla semplicemente della forza di Thor. Parla del pugno perfetto.
A quel punto il significato della trasformazione diventa evidente.
Thor non è più soltanto il Dio del Tuono.
È diventato il Dio dei Pugni.
E questa versione del personaggio apre una domanda estremamente interessante per qualsiasi universo di scontri impossibili: quanto è potente realmente un singolo pugno di Thor?
Perché la forza di un combattente e la potenza del suo pugno non sono necessariamente la stessa cosa.
Un personaggio può essere straordinariamente forte ma non possedere la tecnica necessaria per trasferire tutta quella forza attraverso un colpo. Un altro può essere meno potente fisicamente ma estremamente efficace nel concentrare energia, velocità e massa in un punto preciso.
Thor Iron Fist porta questa distinzione all'estremo.
Il suo allenamento non consiste semplicemente nell'aumentare la massa muscolare. Il suo obiettivo è trasformare la forza in impatto.
E Mjolnir diventa il suo bersaglio perfetto.
Non può essere distrutto facilmente. Non può essere spostato. Non può essere intimidito. Non si stanca.
Thor deve quindi imparare a migliorare il proprio pugno senza poter contare sulla reazione del bersaglio.
È quasi una forma di allenamento assoluto.
La domanda successiva è inevitabile.
Thor Iron Fist contro Hulk: chi tira il pugno più forte?
A prima vista, Hulk sembra avere un vantaggio enorme. La sua forza fisica è una delle caratteristiche fondamentali del personaggio e può crescere in relazione alla sua rabbia.
Ma Thor ha qualcosa che Hulk non possiede necessariamente nello stesso modo: una tecnica costruita specificamente per trasformare la propria forza in un colpo devastante.
E allora il confronto diventa molto più interessante.
Hulk rappresenta la forza esplosiva.
Thor Iron Fist rappresenta la forza disciplinata.
Hulk colpisce perché la sua natura lo rende una macchina di distruzione.
Thor colpisce perché ha trasformato il proprio corpo in un'arma attraverso mesi di allenamento.
Non sarebbe quindi sufficiente chiedere chi sia "più forte".
Bisognerebbe stabilire cosa intendiamo per pugno più potente.
Potenza assoluta? Velocità d'impatto? Energia trasferita? Capacità di perforazione? Effetto sul bersaglio? Tecnica?
È qui che i confronti diventano davvero interessanti.
Perché un vero VS non dovrebbe limitarsi a mettere due personaggi uno di fronte all'altro e scegliere il vincitore in base alla popolarità.
Bisogna stabilire le regole.
E nel caso di Thor Iron Fist la regola potrebbe essere semplicissima: un solo pugno.
Niente Mjolnir.
Niente fulmini.
Niente armi.
Niente poteri aggiuntivi.
Solo Thor, il suo corpo e quella tecnica che ha costruito colpendo per sessanta giorni il martello che non riusciva più a sollevare.
A quel punto non staremmo più osservando il Dio del Tuono.
Staremmo osservando qualcosa di molto più raro.
Un personaggio che ha perso la propria arma simbolo e ha scoperto che l'arma più pericolosa che possedeva era sempre stata dentro di lui.
Cesio Endrizzi