Perché, probabilmente, in quel momento Thanos aveva già capito qualcosa che gli altri non avevano ancora pienamente realizzato: aveva perso. E per un personaggio come lui, la consapevolezza della sconfitta non produce necessariamente una scenata di rabbia. Produce silenzio.
Thanos non è un uomo che combatte per il piacere di combattere. Non cerca la vittoria perché ama il potere o perché ha bisogno di dimostrare di essere superiore agli altri. È convinto di avere una missione. Per tutta la sua vita ha costruito la propria identità intorno a una convinzione precisa: l'universo è diventato insostenibile e qualcuno deve avere il coraggio di intervenire. Lo schiocco delle dita, nella sua mente, non è una vendetta. È il compimento della soluzione che considera necessaria.
E proprio per questo la scena finale di Endgame è particolarmente significativa.
Thanos ha appena visto il proprio piano fallire. Non perché qualcuno abbia semplicemente sconfitto lui in combattimento, ma perché il suo progetto, quello per cui ha sacrificato eserciti, alleati e persino Gamora, è stato definitivamente cancellato. Tony Stark gli ha sottratto le Gemme proprio quando Thanos credeva di essere ormai arrivato alla conclusione della battaglia.
C'è poi un dettaglio fondamentale: Thanos aveva già sperimentato una forma di vittoria.
Il Thanos del 2014 che vediamo in Endgame non ha vissuto gli eventi del primo film nello stesso modo del Thanos che conosciamo in Infinity War. Attraverso la Nebula proveniente dal futuro, però, scopre ciò che sarebbe accaduto: scopre che una versione futura di sé sarebbe riuscita a raccogliere le Gemme, a compiere lo schiocco e a sopravvivere abbastanza a lungo da vedere realizzato il proprio progetto.
Ma scopre anche qualcosa di ancora più importante: gli Avengers hanno trovato un modo per tornare indietro nel tempo e cercare di annullare tutto.
Da quel momento la sua motivazione cambia. Non vuole più soltanto completare il piano originale. Vuole distruggere il futuro stesso da cui provengono gli Avengers e costruire un universo completamente nuovo.
Quando arriva il momento dello scontro finale, dunque, Thanos non sta combattendo semplicemente per sopravvivere. Sta combattendo per la propria visione dell'universo.
Ed è per questo che la sua reazione al gesto di Tony Stark è così importante.
Per un istante Thanos capisce di non avere più le Gemme.
Guarda il guanto.
Poi guarda Tony.
E comprende.
Non c'è bisogno di una lunga esplosione di rabbia. Non c'è nemmeno necessariamente il tempo materiale per organizzare una nuova strategia. Il piano per il quale ha combattuto fino a quel momento è appena diventato impossibile.
E infatti Thanos non sembra arrabbiato nel senso convenzionale del termine. Sembra riconoscere l'esito.
È una reazione perfettamente coerente con un personaggio che, per tutta la saga, ha mostrato una forma quasi patologica di accettazione del sacrificio e della morte. Quando deve uccidere Gamora, soffre, ma non abbandona il proprio obiettivo. Quando subisce ferite gravissime, continua. Quando finalmente usa le Gemme per eliminare metà della vita nell'universo, non celebra la propria vittoria come farebbe un conquistatore: si allontana e si siede a osservare il tramonto.
Il suo rapporto con la vittoria è quindi molto diverso da quello di un normale antagonista.
Thanos non ha bisogno di urlare “NO!” per dimostrare di essere sconfitto.
Anzi, sarebbe quasi fuori personaggio.
E c'è un'altra ragione. Quando Tony schiocca le dita, Thanos non sa esattamente cosa succederà. Ma quando comprende che le Gemme sono ormai nelle mani di Stark, sa che il proprio destino è deciso.
Il successivo schiocco non gli lascia praticamente alcuna possibilità di reazione.
Thanos tenta comunque di combattere fino all'ultimo. Non rimane immobile durante l'intera scena: partecipa alla battaglia, cerca di impedire agli Avengers di recuperare il guanto e, quando vede Tony con le Gemme, reagisce immediatamente. Ma una volta che Stark ha utilizzato il loro potere, non esiste una soluzione fisica che Thanos possa improvvisare.
Questo è particolarmente importante perché le Gemme non stanno semplicemente colpendo Thanos con un'arma convenzionale. Stark sta utilizzando contemporaneamente il potere delle sei Gemme. E il film mostra chiaramente quanto sia devastante persino per un essere straordinariamente resistente.
Thanos può essere incredibilmente forte, resistente e combattivo. Non è però onnipotente.
La sua capacità di combattere non gli permette di annullare ciò che è già accaduto.
Ed è qui che la scena acquista il suo significato.
Thanos ha passato tutta la sua esistenza a credere che l'universo fosse governato da una legge inevitabile: la scarsità avrebbe prodotto conflitto, e il suo compito sarebbe stato intervenire attraverso una soluzione terribile ma, secondo lui, necessaria.
Alla fine, invece, viene sconfitto proprio dall'imprevedibilità che aveva cercato di eliminare.
Non viene sconfitto perché improvvisamente diventa debole.
Non viene sconfitto perché perde la volontà di combattere.
Viene sconfitto perché qualcun altro riesce a sorprenderlo.
E, per un personaggio ossessionato dall'idea che l'universo debba essere riportato sotto una forma di equilibrio, è quasi una beffa perfetta.
La sua espressione finale può quindi essere letta come una combinazione di sorpresa, comprensione e accettazione.
Non è necessario immaginare un Thanos terrorizzato o improvvisamente pentito. Il film non suggerisce questo. Né è necessario pensare che sia semplicemente “demoralizzato” perché sa di essere morto.
È qualcosa di più coerente con la sua caratterizzazione: Thanos comprende che la sua volontà non è più sufficiente a modificare il risultato.
Ha perso.
E quando lo comprende, non gli rimane più nulla da conquistare, nessuno da convincere e nessuna strategia da tentare.
Gli rimane soltanto qualche istante per assistere alle conseguenze della propria sconfitta.
È quasi la stessa calma che aveva mostrato dopo il suo stesso schiocco delle dita in Infinity War, ma rovesciata.
Allora aveva vinto e si era seduto a guardare il tramonto.
In Endgame, invece, ha perso e guarda arrivare la propria fine.
La differenza è che questa volta non è lui ad aver imposto il destino agli altri.
È il destino che, per una volta, ha imposto qualcosa a lui.