martedì 15 settembre 2026

PLASTIC MAN CONTRO MISTER FANTASTIC: SEMBRANO UGUALI, MA I LORO POTERI SONO MOLTO PIÙ DIVERSI DI QUANTO SEMBRI

 


A prima vista la domanda sembra quasi banale: che differenza c'è tra Plastic Man e Mister Fantastic? Entrambi possono allungare il proprio corpo, deformarlo, assumere forme impossibili per un essere umano normale e utilizzare la propria elasticità per combattere, muoversi o raggiungere luoghi altrimenti inaccessibili. Se ci fermiamo alla descrizione più elementare, sembrano praticamente lo stesso personaggio appartenente a due universi differenti.

Ma è proprio qui che nasce l'equivoco. Plastic Man e Mister Fantastic condividono l'idea di base, non necessariamente la natura, l'estensione e le conseguenze dei loro poteri. Reed Richards è un uomo il cui organismo è stato trasformato dall'esposizione ai raggi cosmici e che possiede una straordinaria elasticità cellulare; Plastic Man, invece, è diventato qualcosa di molto più vicino a una massa vivente malleabile sulla quale esercita un controllo estremamente ampio. Marvel descrive Mister Fantastic come un uomo dalla forma estremamente deformabile, mentre DC presenta Plastic Man come un essere capace di trasformare il proprio corpo praticamente in qualsiasi forma desideri.

La differenza fondamentale, quindi, è questa: Mister Fantastic è principalmente un supereroe elastico; Plastic Man è un mutaforma corporeo estremamente avanzato.

Reed Richards può allungare braccia, gambe, collo e altre parti del corpo, deformarsi, comprimersi e sfruttare la propria elasticità in combattimento. Ma la sua capacità rimane legata alla particolare fisiologia del suo corpo. Non è semplicemente una massa senza struttura: è Reed Richards, con una fisiologia modificata. La sua caratteristica distintiva è quindi l'estrema elasticità combinata con un'intelligenza scientifica eccezionale. E questa seconda componente è fondamentale: spesso Reed non vince perché il suo corpo è il più potente, ma perché riesce a utilizzare scientificamente il proprio potere e a trovare una soluzione al problema che ha davanti.

Plastic Man parte da un concetto molto più radicale. Patrick "Eel" O'Brian, dopo l'incidente che gli conferisce i suoi poteri, non si limita a diventare elastico: il suo corpo acquisisce una plasticità straordinaria. La stessa DC lo descrive come capace di trasformarsi in oggetti, assumere forme differenti e persino mimetizzarsi nell'ambiente. Può diventare una superficie, un oggetto, una forma umanoide o qualcosa di completamente diverso.

Ed è qui che la semplice parola "elasticità" diventa insufficiente.

Immaginiamo di prendere un normale elastico e tirarlo. L'elastico si allunga, ma rimane sostanzialmente un elastico. Questo è un modello intuitivo molto più vicino all'idea di Mister Fantastic. Ora immaginiamo invece una sostanza vivente capace di cambiare continuamente configurazione, volume, forma e distribuzione della propria massa. Questo è molto più vicino al modo in cui Plastic Man è stato rappresentato in numerose storie.

La differenza diventa ancora più evidente quando consideriamo la resistenza fisica. Reed Richards possiede una straordinaria durabilità proprio grazie alla sua fisiologia elastica, ma Plastic Man è stato portato dagli autori verso livelli decisamente più estremi. In diverse storie il suo corpo è stato deformato, disperso, frammentato e ricostituito. L'arco narrativo di The Obsidian Age, per esempio, porta questa caratteristica a un livello quasi assurdo: Plastic Man viene separato in parti e riesce comunque a sopravvivere per un periodo di tempo enorme prima di essere ricomposto. È uno dei motivi per cui il personaggio viene spesso considerato uno dei membri fisicamente più difficili da neutralizzare della Justice League.

Questo non significa però che Plastic Man sia letteralmente "senza limiti" in ogni storia. Ed è importante dirlo, perché nei fumetti DC e Marvel le capacità dei personaggi cambiano in base agli autori, alle epoche e alle esigenze narrative. Plastic Man ha avuto vulnerabilità e situazioni nelle quali temperature estreme o particolari condizioni hanno compromesso temporaneamente la sua capacità di funzionare normalmente. Alcune versioni e alcune storie hanno inoltre rappresentato in modo differente la sua resistenza a determinati tipi di attacco. Per questo sarebbe scorretto trasformare una serie di imprese eccezionali in una regola assoluta valida per ogni incarnazione del personaggio.

Un'altra differenza fondamentale riguarda la massa e la struttura corporea. Plastic Man può alterare la propria configurazione in modi che vanno molto oltre il semplice allungamento. Può appiattirsi, gonfiarsi, comprimersi, creare aperture nel proprio corpo e assumere forme estremamente complesse. In alcune rappresentazioni può perfino modificare la distribuzione della propria massa e utilizzare la trasformazione corporea per aumentare la propria capacità offensiva o difensiva.

Reed Richards, invece, rimane concettualmente più vicino a un organismo umano deformabile. Il suo corpo può diventare incredibilmente lungo e assumere configurazioni impossibili, ma la sua caratterizzazione non ruota attorno alla stessa idea di plasticità totale della materia.

Questo porta anche a una differenza filosofica interessante tra i due personaggi.

Mister Fantastic è un uomo che ha ricevuto un corpo straordinario. Plastic Man è un uomo che, dopo la trasformazione, è diventato qualcosa di molto diverso da un normale essere umano.

Eppure c'è un'altra caratteristica che rende il confronto particolarmente interessante: Reed Richards è probabilmente il personaggio più intelligente dei due, mentre Plastic Man è spesso molto più sottovalutato di quanto sembri.

Reed è uno degli scienziati più brillanti dell'universo Marvel. Il suo superpotere non è soltanto il corpo elastico: è soprattutto la capacità di capire la realtà, elaborare soluzioni e costruire tecnologie capaci di affrontare minacce cosmiche. Marvel presenta esplicitamente la sua genialità scientifica come parte centrale della sua identità.

Plastic Man, invece, viene spesso trattato come il buffone della situazione. È sarcastico, assurdo, imprevedibile e costruito attorno a una componente umoristica molto più marcata. Ma proprio questo può trarre in inganno. La sua capacità di pensare lateralmente e di utilizzare il proprio corpo in modi completamente imprevedibili lo rende un avversario estremamente difficile da affrontare. Il fatto che possa trasformarsi in praticamente qualsiasi cosa rende impossibile prevedere con facilità quale sarà il suo prossimo movimento.

Ed è qui che il confronto diventa davvero interessante.

Se parliamo di intelligenza scientifica, Reed Richards è nettamente superiore.

Se parliamo di versatilità della trasformazione corporea, Plastic Man ha generalmente il vantaggio.

Se parliamo di resistenza e capacità di sopravvivere a danni fisici estremi, Plastic Man può raggiungere livelli che Reed Richards normalmente non mostra.

Se parliamo di capacità tattica, entrambi sono estremamente pericolosi, ma in modi completamente differenti.

Reed utilizza il proprio corpo come uno scienziato utilizzerebbe uno strumento. Plastic Man utilizza il proprio corpo come se fosse contemporaneamente un'arma, uno scudo, una maschera, un veicolo e un materiale da costruzione.

Ed è proprio questo il motivo per cui l'affermazione "sono uguali" è tecnicamente troppo semplicistica.

Sono uguali soltanto nella premessa: entrambi possiedono un corpo estremamente deformabile.

Da quel punto in poi, le loro strade divergono.

Mister Fantastic rappresenta l'idea dell'elasticità portata all'estremo. Plastic Man rappresenta invece l'idea della materia vivente completamente malleabile.

E questa differenza diventa enorme quando si smette di chiedersi semplicemente "quanto possono allungarsi?" e si comincia a chiedersi "che cosa possono fare con il proprio corpo?"

È lì che Plastic Man diventa davvero inquietante.

Un braccio che può diventare lungo cinquanta metri è impressionante. Un corpo che può diventare una corda, una parete, una superficie piatta, una massa enorme, un oggetto, una forma umanoide o una struttura completamente diversa è qualcosa di molto più difficile da classificare.

Per questo, se un lettore chiedesse "chi dei due ha il potere più versatile?", la risposta più ragionevole sarebbe Plastic Man.

Se invece chiedesse "chi è il personaggio più intelligente?", la risposta sarebbe Reed Richards.

E se chiedesse "chi vincerebbe in uno scontro?", la risposta diventerebbe molto più complicata, perché dipenderebbe dalle versioni utilizzate, dalle condizioni dello scontro e soprattutto da quanto gli autori decidano di spingere le capacità di Plastic Man.

La vera differenza, dunque, non è che uno è elastico e l'altro no.

Sono entrambi elastici.

La differenza è che Reed Richards possiede un corpo umano straordinariamente elastico, mentre Plastic Man possiede un corpo che, nelle sue rappresentazioni più estreme, può essere modellato praticamente come materia vivente.

Ed è proprio per questo che, quando li si mette uno accanto all'altro, sembrano inizialmente identici.

Ma più si analizzano i loro poteri, più diventa evidente che Plastic Man non è semplicemente la versione DC di Mister Fantastic.

È un concetto molto più estremo.



Cesio Endrizzi


lunedì 14 settembre 2026

Kaioh: quando il dolore smette di essere una ferita e diventa una filosofia

 



Ci sono antagonisti che vogliono il potere, altri che vogliono il controllo, altri ancora che desiderano semplicemente sopravvivere in un mondo dominato dalla violenza. E poi c’è Kaioh. In Hokuto no Ken 2, Kaioh non rappresenta soltanto un nemico più forte degli altri, né semplicemente l’ultimo ostacolo sulla strada di Kenshiro. La sua funzione narrativa è molto più interessante: Kaioh rappresenta la possibilità che una persona, dopo essere stata esposta alla sofferenza, possa trasformare quella sofferenza in una spiegazione totale dell’esistenza.

Ed è proprio qui che il personaggio diventa filosoficamente interessante. Kaioh non si limita a soffrire. Costruisce una visione del mondo nella quale la sofferenza diventa la prova che il mondo è fondamentalmente malvagio, che la compassione è una debolezza e che i legami affettivi sono strumenti attraverso i quali l’uomo può essere ferito. La sua tragedia non consiste quindi soltanto nel dolore che ha subito, ma nel modo in cui quel dolore viene successivamente organizzato, interpretato e trasformato in ideologia.

Kaioh e Kenshiro condividono qualcosa di fondamentale. Appartengono alla stessa linea familiare e sono legati alla stessa tradizione marziale. Ma proprio questa somiglianza rende ancora più importante la loro differenza. Se fossero semplicemente due uomini provenienti da mondi completamente diversi, il loro conflitto sarebbe soprattutto fisico. Invece Kaioh rappresenta una possibilità alternativa di ciò che Kenshiro avrebbe potuto diventare. È quasi uno specchio deformato.

Il punto non è dunque: “Kenshiro è buono e Kaioh è cattivo”. È troppo semplice. Il punto è: come possono due uomini sottoposti alla violenza e alla perdita arrivare a conclusioni completamente opposte?

Kenshiro attraversa il dolore senza permettere che il dolore diventi l’unica definizione della sua identità. Kaioh compie il movimento contrario. Il dolore diventa progressivamente una lente attraverso cui interpretare tutto ciò che lo circonda. A quel punto non è più soltanto qualcosa che gli è accaduto: diventa una teoria sull’esistenza.

Ed è questa trasformazione a rendere Kaioh inquietante.

Quando una persona soffre, può chiedersi perché sia accaduto qualcosa. Kaioh compie un passo ulteriore: arriva a trasformare la propria esperienza in una conclusione generale. Se il mondo gli ha mostrato crudeltà, allora il mondo è crudeltà. Se l'affetto ha prodotto sofferenza, allora l'affetto è debolezza. Se la compassione può essere sfruttata, allora la compassione deve essere eliminata. È un processo radicale di generalizzazione: dall’esperienza individuale alla legge universale.

Ed è qui che il linguaggio psicologico utilizzato per descrivere Kaioh deve essere maneggiato con attenzione. Dire che il personaggio rappresenta un uomo che ha trasformato il trauma in identità è una potente interpretazione narrativa. Dire invece che Kaioh “ha una dissociazione”, che presenta una determinata struttura clinica o che la sua crudeltà costituisce necessariamente un meccanismo psicologico specifico significa fare un'affermazione molto più forte. Il personaggio è costruito dalla narrazione; non è un paziente che possiamo sottoporre a valutazione clinica.

La distinzione è importante perché spesso oggi si commette l'errore di utilizzare il vocabolario della psicologia come se fosse una chiave universale. Basta trovare rabbia, freddezza, isolamento o violenza e immediatamente compaiono parole come trauma, dissociazione, anestesia emotiva, narcisismo, repressione. Ma un personaggio può essere letto attraverso concetti psicologici senza che quei concetti costituiscano automaticamente una diagnosi.

Nel caso di Kaioh, è molto più interessante osservare ciò che la narrazione effettivamente costruisce: un uomo che non vuole più essere vulnerabile e che, per eliminare la propria vulnerabilità, cerca di eliminare tutto ciò che la rende possibile.

Qui entra in gioco il concetto di demone. Il “Makai” non deve necessariamente essere interpretato soltanto come una categoria psicologica. È anche una scelta narrativa e simbolica. Kaioh si colloca deliberatamente dalla parte dell'oscurità, del demonio, della distruzione. Costruisce intorno a sé un'immagine che gli consente di trasformare la propria ferocia in principio.

E questa è un'operazione fondamentale: la forza non viene più semplicemente esercitata, viene giustificata.

Un uomo crudele può essere semplicemente crudele. Kaioh è più complesso perché la sua crudeltà pretende di avere una ragione. Il suo mondo deve funzionare secondo la sua filosofia. Se la compassione è debolezza, allora chi mostra compassione deve essere sconfitto. Se l'amore rende vulnerabili, allora l'amore deve essere distrutto. Se Kenshiro continua a dimostrare che la forza può convivere con la compassione, allora Kenshiro diventa una minaccia non soltanto fisica ma ideologica.

Questo spiega perché lo scontro tra i due abbia una dimensione diversa rispetto a una semplice battaglia tra maestro e avversario.

Kaioh deve sconfiggere Kenshiro, ma in un certo senso deve anche smentirlo.

Perché se Kenshiro può essere forte senza diventare disumano, allora l'intera filosofia di Kaioh perde consistenza. Se si può soffrire senza trasformare la sofferenza in odio universale, allora Kaioh deve confrontarsi con una possibilità che mette in discussione tutto ciò che ha costruito.

È questo il cuore del loro confronto.

Kenshiro dimostra che la sofferenza non determina automaticamente ciò che diventeremo. Kaioh dimostra invece cosa può accadere quando la sofferenza viene elevata a principio interpretativo assoluto. Il primo attraversa il dolore; il secondo lo trasforma in una religione personale.

E qui arriviamo a una delle formule più efficaci per descrivere il personaggio: Kaioh non prova semplicemente odio; Kaioh finisce per diventare l'odio che ha scelto di rappresentare.

Ma anche questa frase va compresa fino in fondo. Non significa che dentro Kaioh non esista più alcuna umanità. Al contrario, è proprio la presenza di quella dimensione umana a rendere tragica la sua figura. Un personaggio completamente privo di legami, desideri, memoria e vulnerabilità sarebbe semplicemente un mostro. Kaioh è interessante perché la sua mostruosità nasce dalla storia dell'uomo che c'è dietro.

La sua forza, quindi, non è soltanto capacità distruttiva. È anche una costruzione identitaria. Kaioh deve essere Kaioh. Deve essere il demone, l'oscurità, colui che non teme nulla, colui che non ha bisogno degli altri. Più radicale diventa questa immagine, più diventa difficile tornare indietro.

Ed è qui che la frase “crede di essere invincibile perché non sente più nulla” assume un significato particolarmente interessante. Non sentire dolore non equivale necessariamente ad averlo superato. Esiste una differenza enorme tra elaborare una ferita e costruire una corazza intorno alla ferita.

La prima modifica il rapporto con ciò che è accaduto. La seconda modifica il comportamento necessario per non essere nuovamente colpiti.

Kaioh sceglie la seconda strada.

E allora la sua presunta invulnerabilità diventa paradossale: più deve dimostrare di non avere bisogno di nessuno, più il mondo intero deve essere sottoposto alla sua volontà. La necessità di dominare può diventare, paradossalmente, la prova che qualcosa continua a minacciare la sua costruzione interiore.

Per questo il confronto con Kenshiro è così potente. Kenshiro non è semplicemente l'uomo più forte che Kaioh deve sconfiggere. È la dimostrazione vivente che la forza e la compassione non sono necessariamente incompatibili.

Kenshiro può uccidere, ma può anche piangere. Può essere devastante in combattimento e contemporaneamente riconoscere il dolore degli altri. Può essere potente senza dover cancellare la propria sensibilità.

Kaioh, invece, tenta di risolvere il problema della vulnerabilità eliminando ciò che rende vulnerabili: l'amore, il legame, la compassione, la fiducia.

È una soluzione apparentemente semplice e in realtà autodistruttiva.

Perché se elimini la capacità di essere ferito, elimini anche una parte della capacità di essere coinvolto, di amare, di riconoscere l'altro. La corazza protegge, ma contemporaneamente separa.

Ed è questo che rende Kaioh più interessante di un semplice “villain finale”. La domanda che pone non è soltanto “chi vincerà lo scontro?”. La domanda è: quanto della nostra umanità siamo disposti a sacrificare pur di non soffrire più?

Kaioh porta questa domanda all'estremo. Non vuole più soltanto evitare il dolore: vuole costruire un mondo nel quale il dolore non possa più avere il significato che aveva prima. E per farlo deve distruggere tutto ciò che dimostra che esiste un'alternativa.

La sua tragedia, quindi, non è semplicemente quella di un uomo che ha sofferto troppo. È quella di un uomo che ha costruito una filosofia nella quale cambiare idea significherebbe mettere in discussione l'intera identità che ha costruito.

Ed è proprio qui che Hokuto no Ken 2 supera la semplice contrapposizione tra eroe e cattivo. Kenshiro e Kaioh non sono soltanto due combattenti che possiedono tecniche diverse. Sono due risposte diverse alla stessa domanda: che cosa facciamo del dolore che ci attraversa?

Uno lo porta con sé senza permettergli di cancellare la propria umanità. L'altro lo trasforma in una legge universale.

E forse è questo il vero motivo per cui Kaioh rimane uno degli antagonisti più interessanti dell'universo di Hokuto no Ken. Non perché sia semplicemente più malvagio degli altri, ma perché porta una possibilità umana fino al suo punto estremo: quella di trasformare una ferita in identità, l'identità in ideologia e l'ideologia in distruzione.

Il problema di Kaioh non è quindi soltanto che odia il mondo.

È che ha bisogno che il mondo sia esattamente come lo ha immaginato.

Perché se esistesse anche una sola possibilità di dimostrare che amore, compassione e forza possono convivere, allora non sarebbe più necessario essere Kaioh.

E contro questa possibilità, alla fine, combatte anche quando combatte contro Kenshiro.

Cesio Endrizzi



domenica 13 settembre 2026

La porta verde e la dannazione eterna: perché Hulk non può morire

 


Nell'immenso e variegato pantheon dei supereroi Marvel, pochi personaggi incarnano il conflitto tra forza bruta e fragilità umana come Bruce Banner e il suo alter ego verde. La domanda se Hulk sia immortale non è una curiosità oziosa, ma il cuore di una delle narrazioni più complesse e filosofiche dell'editoria a fumetti, una riflessione sulla natura del dolore, della sopravvivenza e della maledizione di un potere che non conosce limiti. La risposta, come spesso accade nei fumetti, è articolata e si è evoluta nel tempo, passando da una spiegazione scientifica – il fattore di guarigione rigenerativa – a una più recente e inquietante interpretazione metafisica, che trasforma Hulk in una sorta di entità demoniaca, legata a un regno infernale da cui non può mai veramente fuggire.

Per decenni, la sopravvivenza di Hulk è stata attribuita alla sua capacità di rigenerazione, un potere che lo pone ben al di sopra di altri eroi noti per la loro resilienza, come Wolverine o Deadpool. Il corpo di Banner, quando si trasforma, diventa una macchina di adattamento e riparazione quasi perfetta: i suoi polmoni si modificano per respirare nel vuoto dello spazio, sviluppa ghiandole per ossigenare il sangue sott'acqua, e la sua carne, ridotta a un semplice scheletro, è in grado di ricomporsi in pochi secondi. Questa capacità, già di per sé impressionante, è stata portata a un livello quasi divino dalla serie del 2018 "The Immortal Hulk", scritta da Al Ewing, che ha introdotto una dimensione metafisica nella mitologia del personaggio. Secondo questa interpretazione, ogni volta che Banner muore, la sua coscienza non si spegne semplicemente, ma viene risucchiata in un regno infernale chiamato il Sottosuolo, attraverso una "Porta Verde" che collega il mondo dei vivi a quello dei morti. L'energia gamma, che è il cuore del potere di Hulk, funge da chiave per questa porta, permettendo all'anima di Banner di tornare nel corpo, che si rigenera istantaneamente, indipendentemente dalla gravità dei danni subiti. Questa spiegazione trasforma la morte di Banner non in una fine, ma in un passaggio, un viaggio di andata e ritorno che lo condanna a una sorta di immortalità tormentata, dove la morte non è una liberazione, ma solo un'altra tappa di un ciclo eterno.

La dimostrazione più estrema e desolante di questa immortalità si trova nel fumetto autoconclusivo del 2002 "Hulk: The End", scritto da Peter David, una storia che si svolge in un futuro distopico in cui un olocausto nucleare ha spazzato via l'umanità, lasciando Bruce Banner come l'ultimo uomo sulla Terra. In questo scenario apocalittico, Banner è un vecchio stanco e solo, che vaga tra le rovine di un mondo morto, cercando disperatamente di togliersi la vita per sfuggire alla solitudine. E ci riesce, morendo per un infarto fatale. Ma Hulk, che condivide il suo corpo, si rifiuta di accettare quella morte, e lo riporta in vita, costringendolo a continuare a esistere in un mondo che non ha più nulla da offrire. La scena più cruda è quella in cui Hulk viene divorato vivo da sciami di scarafaggi mutanti, ma il suo fattore rigenerante lo ricompone ogni volta, condannandolo a un'eterna agonia, a una sopravvivenza senza scopo. In questo futuro, Hulk non è un eroe, non è un mostro, non è nemmeno una vittima: è una presenza, un testimone eterno di un mondo che non c'è più, un simbolo della maledizione di un potere che non conosce limiti, nemmeno quello della morte.

La verità, dunque, è che Hulk è immortale, ma la sua immortalità non è un dono, è una condanna. È la punizione per un potere che non può essere controllato, per una rabbia che non può essere placata, per un corpo che non può essere distrutto. È la storia di un uomo che, cercando di sfuggire alla sua stessa natura, si è ritrovato prigioniero di un ciclo eterno di morte e rinascita, di dolore e rigenerazione. E mentre la scienza cerca di spiegare questo fenomeno con la biologia e la fisica, la metafisica ci ricorda che, a volte, i mostri più terribili non sono quelli che uccidono, ma quelli che non possono morire.

Cesio Endrizzi


sabato 12 settembre 2026

Il lazo e il riflesso del caos: perché Batman non osa legare il Joker alla verità

 



Nel vasto e complesso pantheon degli eroi DC, pochi strumenti sono tanto potenti e carichi di significato simbolico quanto il lazo della verità di Wonder Woman. Forgiato dal metallo divino, capace di costringere chiunque vi sia avvolto a rivelare la propria essenza più profonda, il lazo rappresenta l'arma definitiva contro l'inganno e l'autoinganno, uno strumento di giustizia che non conosce compromessi. Eppure, nelle situazioni più critiche, quando il Joker minaccia Gotham con il suo sorriso insondabile e la sua follia imprevedibile, Batman non ha mai cercato di utilizzare quel potere contro di lui. Non per mancanza di opportunità, ma per una ragione che affonda le radici nella natura stessa del Cavaliere Oscuro e del suo più grande nemico, e che rivela una verità scomoda: che la verità, per il Joker, non è un rimedio, ma un veleno ancora più potente.

Per comprendere questa scelta, occorre prima di tutto capire cosa significhi la verità per Batman. Quando il Cavaliere Oscuro impugnò il lazo e pronunciò il suo vero nome, non disse "Bruce Wayne". Disse "Batman". Per lui, Bruce Wayne è morto in quel vicolo di Crime Alley, insieme ai suoi genitori, ucciso da un proiettile e da un'infanzia spezzata. Ciò che è uscito da quel vicolo era un corpo che assomigliava a Bruce, ma che già portava in sé il seme di una nuova identità, più autentica e totalizzante. Batman non è una maschera che Bruce indossa per combattere il crimine: è l'essenza stessa di chi è diventato, una vocazione che ha plasmato ogni fibra della sua esistenza. In questo senso, la verità per Batman è una costruzione dolorosa, una scelta consapevole di rinnegare il proprio passato per abbracciare un futuro fatto di ombre e di giustizia. Ma per il Joker, la verità è un concetto ancora più labile, perché la sua mente non è semplicemente malata: è, come hanno teorizzato alcuni dei più acuti osservatori del personaggio, una forma di super-sanità mentale, una percezione della realtà così radicale da essere incomprensibile per chiunque altro.

Il Joker non è schiavo del passato, non teme il futuro: vive in un eterno presente, dove il caos è l'unica costante in un mondo che, ai suoi occhi, si illude di poter essere ordinato e prevedibile. La sua mente, con tutte le sinapsi in costante attività, scorre attraverso infinite possibilità, vedendo il mondo non come una sequenza lineare di cause ed effetti, ma come un caleidoscopio di opzioni simultanee, dove ogni scelta è tanto valida quanto la sua opposta. Questa percezione distorta della realtà è ciò che lo rende così pericoloso, ma anche così resistente a qualsiasi tentativo di imposizione della verità fattuale. Il lazo di Wonder Woman, nella sua essenza, è uno strumento che impone una realtà oggettiva, una verità che esiste al di là delle percezioni individuali. Ma se la percezione del Joker è già di per sé una forma di realtà alternativa, un universo di caos in cui le regole della logica e della morale sono sospese, allora il lazo non potrebbe fare altro che entrare in collisione con quel mondo, causando uno strappo che avrebbe conseguenze devastanti.

Quando il Joker è legato con il lazo, la sua mente entra in un cortocircuito: la verità fattuale che il lazo impone si scontra con la sua realtà distorta, e il risultato non è una rivelazione illuminante, ma un trauma psicotico ancora più profondo. Il lazo non lo guarirà, non lo renderà sano: al massimo, gli infliggerà una "scossa" di verità, un momento di lucidità in cui Joker si renderebbe conto dell'orrore delle sue azioni. Ma quando quell'effetto svanisce, e la sua psicosi riprende il sopravvento, il Joker ritornerebbe alla sua follia, ma con un'aggravante: la consapevolezza, per quanto fugace, di ciò che è stato. In quel momento di lucidità, il Joker vedrebbe se stesso per quello che è, e la rivelazione sarebbe così devastante da spezzarlo definitivamente, trasformando un pazzo imprevedibile in un pazzo distrutto, forse ancora più pericoloso, perché privo di qualsiasi freno residuo.

C'è poi un aspetto ancora più profondo, che riguarda il rapporto tra il Joker e Batman. Il Joker sa che Bruce Wayne è Batman. Non è un segreto per lui. Semplicemente, non gli importa. Perché, nella sua mente, Bruce Wayne è una finzione, una maschera indossata da un uomo che, come lui, ha scelto di vivere in un mondo di simboli. Il Joker vede Batman come lo yin del suo yang, l'ordine necessario al suo caos, l'incarnazione di una tensione che dà senso alla loro eterna danza. Usare il lazo per costringere il Joker alla verità significherebbe spezzare quel delicato equilibrio, trasformare un gioco di specchi in una resa dei conti che nessuno dei due è veramente pronto ad affrontare. Perché la verità del Joker è che la verità non esiste, o esiste solo nella misura in cui viene percepita. E Batman, che ha fatto della sua identità un atto di fede, sa che la verità del lazo è uno strumento troppo potente per essere usato contro qualcuno che ha già fatto della menzogna la sua unica realtà.

Così, il lazo rimane avvolto al fianco di Wonder Woman, e il Joker continua a ridere. Non perché Batman non abbia il coraggio di usarlo, ma perché ha la saggezza di sapere che alcune verità sono troppo pericolose per essere pronunciate, e che in un mondo di ombre, a volte l'unico modo per vincere è non giocare al gioco della verità. Il Joker, in fondo, è la dimostrazione vivente che la follia è una forma di verità, e che la realtà è solo un'opinione. E Batman, che ha dedicato la sua vita a combattere il crimine, sa che alcune battaglie non si vincono con la luce, ma con l'ombra.


Cesio Endrizzi







venerdì 11 settembre 2026

La luce che non fu: il paradosso di Krypton e il difetto del giallo

 


La distruzione di Krypton, nell'immaginario collettivo degli appassionati di fumetti, rappresenta una delle tragedie cosmiche più evocative e, al tempo stesso, più gravide di conseguenze per l'intero universo DC. La domanda che molti appassionati si sono posti, nel corso dei decenni, è perché il Corpo delle Lanterne Verdi, con la sua formidabile capacità di intervento e la sua giurisdizione universale, non abbia fatto nulla per impedire l'annientamento di un intero pianeta e dei suoi miliardi di abitanti. La risposta, come spesso accade nelle trame più affascinanti della narrativa a fumetti, non risiede in una colpevole inerzia o in un cinico disinteresse, ma in un intreccio di circostanze, di limiti tecnologici e di beffardo destino che trasformano la sconfitta in un prologo necessario per la nascita dell'eroe più iconico di tutti i tempi.

Il Settore 2813, quello in cui gravitava il pianeta di Jor-El, era sotto la responsabilità di Tomar-Re, un alieno dall'aspetto di uccello, proveniente da Xudar, uno dei membri più rispettati e devoti del Corpo. La sua dedizione al dovere e la sua competenza erano fuori discussione, e la classica storia "La più grande Lanterna Verde di tutte!", apparsa su Superman n. 257 nel 1972, ce lo mostra mentre scopre l'imminente pericolo: il nucleo di Krypton stava subendo una reazione a catena, trasformando il pianeta in una gigantesca massa di kryptonite radioattiva. La soluzione che Tomar-Re ideò, l'utilizzo del raro composto Stellarium per stabilizzare il nucleo, era geniale e, almeno sulla carta, perfettamente in grado di scongiurare la catastrofe. Eppure, nel viaggio verso Krypton, il suo anello del potere, che avrebbe dovuto essere lo strumento della salvezza, divenne il traditore della sua missione, a causa di quella che i lettori dell'epoca conoscevano come l'"impurità gialla", un difetto strutturale che rendeva le costruzioni di energia verde completamente inefficaci contro qualsiasi oggetto o radiazione di colore giallo.

Il bagliore di una stella gialla, incontrato lungo il tragitto, fu sufficiente ad accecare Tomar-Re e a paralizzare il suo anello, facendogli perdere il prezioso Stellarium. Quel ritardo, quei pochi istanti di impotenza, sigillarono il destino di Krypton. Quando il Lanterna Verde recuperò la vista e il composto, era ormai troppo tardi: il pianeta esplose, e con esso una civiltà, una cultura, miliardi di vite. Il fallimento di Tomar-Re non fu una scelta, ma una tragedia, un evento che lo segnò per sempre e che lo portò a riferire ai Guardiani dell'Universo con il peso di una colpa che non era sua, ma che sentiva come propria. La risposta dei Guardiani, che gli fecero notare come un singolo razzo fosse sfuggito alla distruzione, e come quel neonato, Kal-El, sarebbe cresciuto fino a diventare Superman, non era una giustificazione, ma una consolazione amara: il fallimento di uno aveva consentito la nascita di un eroe, e il sacrificio di un mondo intero era stato il prezzo per la salvezza di molti altri. In questo senso, la storia di Tomar-Re e di Krypton è una parabola sulla natura del destino e sul limite delle grandi istituzioni: il Corpo delle Lanterne Verdi, con tutti i suoi poteri e la sua organizzazione, non era immune agli imprevisti, e la sua stessa forza, l'anello, nascondeva una debolezza che, in quel frangente, divenne fatale. La distruzione di Krypton non fu il frutto di una scelta, ma di un incidente, e la sua eredità, sotto forma di Superman, divenne il simbolo che quella debolezza, proprio perché rivelata, avrebbe potuto essere superata, come infatti avvenne, con la scomparsa dell'impurità gialla, in una delle più celebrate evoluzioni del mito delle Lanterne Verdi.

Cesio Endrizzi



Silver Surfer contro Thanos: perché il Titano Pazzo rappresenta tutto ciò che Norrin Radd odia

 


Silver Surfer contro Thanos: perché il Titano Pazzo rappresenta tutto ciò che Norrin Radd odia

Silver Surfer e Thanos sono due dei personaggi più potenti dell'universo Marvel.

Entrambi hanno raggiunto livelli di potere che mettono in difficoltà persino alcuni degli esseri più formidabili dell'universo.

Entrambi hanno avuto rapporti con forze cosmiche.

Entrambi hanno visto mondi nascere e morire.

Eppure, filosoficamente, non potrebbero essere più diversi.

Silver Surfer considera la vita qualcosa di prezioso.

Thanos considera la morte una risposta.

È proprio questa opposizione a rendere il loro rapporto così interessante.

Norrin Radd non è nato come Silver Surfer.

Era un abitante di Zenn-La, un mondo tecnologicamente avanzatissimo nel quale la guerra e la violenza erano diventate quasi un ricordo.

Poi arrivò Galactus.

Il divoratore di mondi aveva bisogno di nutrirsi e Zenn-La era destinata a diventare la sua prossima vittima.

Norrin Radd fece allora una scelta terribile.

Offrì se stesso a Galactus.

Sarebbe diventato il suo Araldo in cambio della salvezza del proprio pianeta.

È una delle origini più tragiche dell'universo Marvel.

Perché Norrin non si limitò a ottenere poteri cosmici.

Accettò di diventare colui che avrebbe indicato a Galactus i mondi da divorare.

Per molto tempo Silver Surfer cercò di utilizzare la propria posizione per trovare mondi privi di vita intelligente.

Ma non sempre ci riuscì.

E ogni mondo distrutto da Galactus lasciava qualcosa dentro di lui.

Il potere cosmico gli aveva dato quasi tutto.

Gli aveva tolto però una cosa fondamentale: la possibilità di dimenticare.

Silver Surfer ricorda.

Ricorda i mondi.

Ricorda le persone.

Ricorda le conseguenze delle proprie decisioni.

Ed è qui che entra in scena Thanos.

Il Titano Pazzo è quasi il suo contrario perfetto.

Thanos non vive la morte come una tragedia da evitare.

La considera una parte fondamentale dell'esistenza.

Nelle storie Marvel, la sua ossessione per la Morte assume persino una forma concreta: Thanos cerca di dimostrarsi degno dell'entità cosmica associata alla morte stessa.

Per questo le sue stragi non sono semplicemente atti di crudeltà.

Sono parte della sua filosofia.

Thanos crede che l'universo sia afflitto da un eccesso di vita e che la morte possa rappresentare una forma di ordine.

Silver Surfer vede invece la vita come qualcosa da preservare.

La differenza è enorme.

Per Norrin Radd, la distruzione di una civiltà è una tragedia.

Per Thanos, può diventare una soluzione.

E proprio per questo Thanos rappresenta una sorta di incubo filosofico per Silver Surfer.

Non perché sia semplicemente più forte.

Non perché possa sconfiggerlo fisicamente.

Ma perché mette continuamente alla prova ciò in cui Norrin crede.

Silver Surfer porta dentro di sé il senso di colpa per essere stato l'Araldo di Galactus.

Thanos può utilizzare proprio quella colpa contro di lui.

Può ricordargli le vite perdute.

Può costringerlo a confrontarsi con una domanda terribile: quante vite sei disposto a sacrificare per salvarne altre?

È una domanda che accompagna Silver Surfer praticamente per tutta la sua esistenza.

Ed è anche ciò che rende la sua figura diversa da quella del classico supereroe.

Silver Surfer non combatte soltanto contro il male.

Combatte anche contro la propria memoria.

Ogni volta che salva qualcuno, non cancella ciò che è successo.

Ogni volta che impedisce una catastrofe, sa di avere alle spalle una storia fatta di mondi che non è riuscito a salvare.

Thanos è invece l'uomo che ha trasformato la morte in una filosofia.

E questa contrapposizione raggiunge uno dei suoi momenti più importanti nella saga di The Infinity Gauntlet, una delle storie cosmiche più celebri della Marvel.

Quando Thanos torna alla ricerca delle Gemme dell'Infinito, Silver Surfer comprende immediatamente quanto sia grave la minaccia.

Norrin Radd non ha bisogno di aspettare che Thanos diventi onnipotente per capire cosa sta succedendo.

Conosce già il Titano.

Conosce la sua mentalità.

E soprattutto comprende cosa potrebbe accadere se Thanos ottenesse un potere praticamente illimitato.

È proprio per questo che cerca di avvertire gli altri eroi.

Nella storia originale a fumetti, è Silver Surfer a precipitarsi sulla Terra per cercare aiuto contro Thanos, non Hulk come potrebbe ricordare qualcuno dopo aver visto le versioni cinematografiche dell'universo Marvel.

La differenza è significativa.

Silver Surfer non è semplicemente uno dei tanti eroi coinvolti.

È uno dei personaggi che comprende immediatamente la natura della minaccia.

Sa che Thanos non sta cercando semplicemente di conquistare la Terra.

Non vuole un impero.

Non vuole soltanto distruggere gli Avengers.

Sta cercando qualcosa di molto più grande.

Il potere assoluto.

E quando Thanos ottiene le Gemme dell'Infinito, la situazione precipita.

Il Titano diventa praticamente onnipotente.

Gli eroi dell'universo non stanno più affrontando un avversario estremamente potente.

Stanno affrontando qualcuno che può modificare la realtà stessa.

Silver Surfer viene coinvolto nello scontro e, insieme ad altri esseri cosmici, cerca una soluzione.

Ma la superiorità di Thanos è schiacciante.

Uno degli elementi più inquietanti della saga è proprio il modo in cui il Titano tratta i suoi avversari.

Non deve necessariamente ucciderli immediatamente.

Può umiliarli.

Può manipolarli.

Può dimostrare loro quanto siano insignificanti davanti al potere delle Gemme.

E Silver Surfer rappresenta per lui un bersaglio particolarmente interessante proprio per il suo carattere.

Norrin Radd ha un'enorme forza cosmica, ma possiede anche una coscienza estremamente sensibile.

Thanos può quindi combatterlo su due piani.

Sul piano fisico.

E su quello morale.

Questa è la vera differenza tra loro.

Silver Surfer può essere ferito.

Può essere sconfitto.

Può essere imprigionato.

Ma la sua vera vulnerabilità è il peso delle proprie scelte.

Thanos, invece, ha costruito la propria filosofia proprio eliminando quel tipo di rimorso.

Quando massacra miliardi di esseri viventi, non vede necessariamente se stesso come un assassino senza senso.

Nella sua mente sta realizzando una visione.

È questo che lo rende ancora più inquietante.

Il criminale che sa di essere un criminale può essere fermato attraverso la paura delle conseguenze.

Thanos non ragiona necessariamente in questi termini.

Crede di avere ragione.

E quando un personaggio crede sinceramente che la propria atrocità sia una forma di ordine, convincerlo del contrario diventa molto più difficile.

Silver Surfer rappresenta invece la possibilità di redenzione.

Norrin Radd ha commesso errori.

Ha servito Galactus.

Ha contribuito indirettamente alla distruzione di mondi.

Ma non ha smesso di considerare quelle vite importanti.

Ed è proprio questo il punto.

Il senso di colpa di Silver Surfer è anche la prova che la sua umanità non è morta.

Thanos rappresenta l'opposto.

La sua capacità di sacrificare miliardi di vite senza lasciarsi fermare dal rimorso è ciò che lo rende il suo antagonista filosofico ideale.

Per questo la loro contrapposizione funziona così bene.

Non è semplicemente:

"eroe contro cattivo".

È: vita contro morte.

compassione contro utilitarismo estremo.

rimorso contro assoluta determinazione.

redenzione contro accettazione della distruzione.

Silver Surfer ha trascorso la propria esistenza cercando di compensare ciò che aveva fatto come Araldo di Galactus.

Thanos ha trascorso la propria cercando di dimostrare che la morte è inevitabile e che, in determinate circostanze, persino desiderabile.

Uno cerca di salvare l'universo nonostante ciò che ha fatto.

L'altro vuole dominarlo proprio attraverso ciò che è disposto a fare.

Ed è per questo che Silver Surfer non ha bisogno di odiare Thanos nel senso più semplice della parola.

Può persino comprendere la sua logica.

Ed è proprio questo il problema.

Perché Norrin Radd conosce il prezzo della distruzione.

Lo ha visto.

Lo ha causato.

Lo ha portato dentro di sé per secoli.

Thanos invece continua a considerare la distruzione uno strumento.

Silver Surfer sa cosa significa essere responsabile della morte di un mondo.

Thanos è disposto a farlo con miliardi.

Ecco perché, quando i due si incontrano, non assistiamo semplicemente allo scontro tra due superesseri cosmici.

Assistiamo allo scontro tra due concezioni dell'universo.

Per Silver Surfer, la vita può essere fragile, dolorosa e imperfetta.

Ma proprio per questo merita di essere protetta.

Per Thanos, invece, la fragilità della vita è la dimostrazione della necessità della morte.

Ed è probabilmente questa la ragione per cui il loro conflitto continua ad avere un peso particolare nell'universo Marvel.

Silver Surfer possiede un potere quasi inconcepibile.

Ma continua a portarsi dietro il ricordo di ogni vita che non è riuscito a salvare.

Thanos possiede un potere altrettanto terrificante.

E continua a considerare la morte non come una sconfitta, ma come il compimento della propria filosofia.

Il primo vuole dimostrare che la vita ha ancora valore.

Il secondo vuole dimostrare che la morte è l'unica certezza che conta.

E in mezzo ci sono miliardi di esseri viventi.

È questo che rende Thanos un avversario così particolare per Silver Surfer.

Non è soltanto qualcuno che deve essere sconfitto.

È la personificazione di tutto ciò che Norrin Radd ha trascorso la propria esistenza cercando di combattere.

Cesio Endrizzi





mercoledì 9 settembre 2026

Supergirl e Superman: perché Kara è la cugina più anziana di un Superman più grande di lei?

 





Supergirl e Superman sono fratello e sorella?

No.

Sono parenti, ma in modo molto più interessante: Kara Zor-El, Supergirl, è la cugina di Kal-El, Superman.

Entrambi sono originari di Krypton, entrambi appartengono alla famiglia Zor-El/El e, nelle versioni classiche della storia, entrambi vengono inviati sulla Terra poco prima della distruzione del loro pianeta.

Ma c'è un dettaglio apparentemente assurdo: Kara è nata prima di Clark.

Quando Krypton sta per essere distrutto, Kara Zor-El non è una neonata. È già un'adolescente. I suoi genitori, Zor-El e Alura, decidono di mandarla sulla Terra per raggiungere il piccolo Kal-El, il figlio di Jor-El e Lara.

Il piano è semplice.

Kara dovrà arrivare sulla Terra, trovare il cugino e proteggerlo.

Solo che qualcosa va terribilmente storto.

L'astronave di Kal-El parte da Krypton e raggiunge la Terra. Il piccolo kryptoniano viene adottato dai Kent e cresce fino a diventare Clark Kent, quindi Superman.

La nave di Kara, invece, non arriva immediatamente a destinazione.

Nelle versioni più famose della storia viene coinvolta nella Zona Fantasma, una dimensione extradimensionale legata alla mitologia kryptoniana nella quale il normale scorrere del tempo può avere effetti completamente diversi rispetto all'universo ordinario.

E qui nasce il paradosso.

Per Kara trascorrono pochissimi istanti o comunque un periodo molto diverso rispetto a quello trascorso sulla Terra.

Per il mondo esterno passano invece anni.

Quando finalmente Kara arriva sulla Terra, scopre qualcosa che non avrebbe mai potuto immaginare.

Il bambino che avrebbe dovuto proteggere è diventato un uomo.

È Superman.

E lei è ancora una ragazza.

Questa è una delle idee più affascinanti alla base del personaggio di Supergirl.

Kara non è semplicemente una versione femminile di Superman.

È una kryptoniana che avrebbe dovuto essere la maggiore dei due.

Dal punto di vista biologico e della memoria, Kara è la cugina più anziana.

Dal punto di vista della vita vissuta sulla Terra, invece, Clark è il maggiore.

Quando Kara arriva, Clark conosce già il pianeta, la sua cultura, la lingua, le persone e soprattutto il significato di essere Superman.

Kara deve invece ricominciare praticamente da zero.

E questa differenza ha conseguenze enormi sulla loro relazione.

Clark è cresciuto sulla Terra.

Kara è cresciuta su Krypton.

Clark ricorda pochissimo del suo mondo d'origine, perché quando Krypton è esploso era ancora un neonato.

Kara, invece, lo ricorda.

Ricorda Krypton.

Ricorda la sua famiglia.

Ricorda la sua cultura.

Ricorda un mondo che per Clark è quasi soltanto una memoria indiretta ricostruita attraverso racconti, tecnologia e frammenti della propria eredità.

Per questo Kara può essere considerata, in un certo senso, la memoria vivente di Krypton.

Clark è il kryptoniano che è diventato terrestre.

Kara è la terrestre adottiva che non ha mai smesso di essere, almeno interiormente, una ragazza di Krypton.

Questa differenza rende il rapporto tra i due molto più complesso di quello che potrebbe sembrare.

Clark può insegnare a Kara come vivere sulla Terra.

Kara può insegnare a Clark cosa significava vivere su Krypton.

Sono due sopravvissuti allo stesso disastro, ma hanno perso lo stesso pianeta in maniera completamente diversa.

Clark ha perso Krypton senza averlo veramente conosciuto.

Kara lo ha perso dopo averlo conosciuto.

E questa distinzione è fondamentale per capire il personaggio.

Naturalmente, quando si parla di Superman e Supergirl, prima o poi compare inevitabilmente la parola "multiverso".

E qui nasce una parte della confusione.

La DC Comics ha modificato più volte la propria continuity, introducendo universi paralleli, reboot e versioni alternative dei personaggi.

Uno degli esempi più famosi è Power Girl.

Power Girl è stata originariamente presentata come Kara Zor-L, una versione alternativa della cugina di Superman proveniente da Terra-2, l'universo nel quale esisteva la versione originale della Justice Society e una diversa storia dei supereroi DC.

Questa Kara non doveva essere semplicemente la Supergirl adolescente dell'universo principale.

Era una versione alternativa, adulta e con una propria identità.

Il suo costume era differente.

Il suo atteggiamento era differente.

E anche il rapporto con Superman era diverso.

Il problema è che la DC Comics non ha mai avuto paura di rendere complicata la propria continuity.

Nel 1985 arrivò Crisi sulle Terre Infinite, una delle più importanti saghe editoriali della storia della DC. Il multiverso precedente venne profondamente riorganizzato e numerose storie e personaggi furono modificati.

Power Girl sopravvisse, ma la sua origine diventò progressivamente uno dei casi più complicati della continuity DC.

Per questo è importante non confondere le due cose.

Supergirl non è automaticamente Power Girl.

La Supergirl classica è Kara Zor-El, cugina di Superman.

Power Girl è stata invece, nella sua concezione originale, una versione alternativa di Kara proveniente da un'altra Terra.

Le successive revisioni della continuity hanno complicato ulteriormente il quadro, ma il concetto fondamentale rimane utile per capire da dove nasce la confusione.

E c'è un altro elemento interessante.

Il rapporto tra Clark e Kara non è soltanto familiare.

È anche generazionale.

Clark è cresciuto sulla Terra ed è diventato Superman prima che Kara arrivasse.

Per questo, quando lei lo incontra, dovrebbe teoricamente essere lei a essere la cugina maggiore.

Ma è Clark a trovarsi nella posizione del mentore.

È lui a conoscere il mondo.

È lui a sapere cosa significa vivere con i propri poteri.

È lui a sapere come proteggere una città senza trasformare ogni problema in una guerra.

Kara deve quindi affrontare una situazione quasi paradossale: il cugino che avrebbe dovuto proteggere è diventato colui che deve insegnarle a essere un supereroe.

Ed è proprio questo uno degli elementi che rende Supergirl interessante come personaggio autonomo.

Non è Superman con i capelli lunghi.

Non è semplicemente una copia al femminile.

È una persona che ha perso molto più direttamente il proprio mondo.

Clark Kent è diventato Superman perché la Terra è diventata la sua casa.

Kara Zor-El arriva sulla Terra quando la sua casa è già morta.

Per Clark, Krypton è un'origine.

Per Kara, Krypton è un ricordo.

E forse è questa la differenza più importante tra i due.

Superman rappresenta l'idea di un uomo che, pur provenendo da un altro pianeta, ha scelto la Terra come propria casa.

Supergirl rappresenta invece qualcuno che deve imparare ad amare una nuova casa mentre porta dentro di sé il lutto per quella vecchia.

Ecco perché la loro relazione funziona così bene.

Sono cugini.

Sono entrambi kryptoniani.

Possiedono poteri straordinari sotto il sole giallo.

Ma hanno vissuto due esperienze completamente diverse.

Clark è arrivato sulla Terra da bambino e non ha avuto modo di conoscere veramente Krypton.

Kara è arrivata sulla Terra da adolescente e Krypton lo conosce fin troppo bene.

Così il paradosso finale è perfetto.

Kara è la cugina più anziana di Superman, ma quando arriva sulla Terra è Superman a essere l'adulto che deve guidarla.

Non sono necessariamente provenienti da universi paralleli.

Sono, nella concezione classica, due sopravvissuti dello stesso mondo.

Solo che uno ha attraversato lo spazio.

L'altra, in un certo senso, ha attraversato il tempo.

E quando finalmente si sono ritrovati, il bambino che avrebbe dovuto proteggere era diventato Superman.


Cesio Endrizzi