Quando si parla di Superman, l’immaginario collettivo corre subito a una figura mitologica, quasi senza precedenti: l’uomo d’acciaio, il primo supereroe moderno, colui che ha dato il via a un’intera galassia di vigilanti in calzamaglia. Si tende a pensare che Jerry Siegel e Joe Shuster, nel 1938, abbiano inventato tutto dal nulla, come un’illuminazione improvvisa. Ma la verità, come spesso accade, è più affascinante e meno lineare.
La domanda corretta non è “Superman si è basato su qualche altro supereroe?” — perché nel 1938 il concetto stesso di “supereroe” non esisteva ancora. La domanda giusta è: Su quali personaggi preesistenti si è modellato Superman? E la risposta ci porta dritti nel cuore pulsante della cultura popolare degli anni Venti e Trenta: i romanzi e i fumetti pulp.
Superman non è un’invenzione ex-nihilo. È un’abile, geniale sintesi di tre grandi archetipi dell’epoca: Tarzan, Flash Gordon e, soprattutto, Doc Savage. Analizziamoli uno per uno.
1. Tarzan: la forza primordiale e l’agilità “selvaggia”
Oggi siamo abituati a vedere Superman volare tra i grattacieli di Metropolis con la grazia di un angelo. Ma i primi lettori di Action Comics #1 videro qualcosa di molto diverso. Il Superman delle origini non volava: saltava. E lo faceva in modo prodigioso, coprendo distanze impossibili, balzando da un palazzo all’altro come una specie di cavalletta divina.
Da dove arrivava questa idea? Da Tarzan, l’uomo-scimmia creato da Edgar Rice Burroughs nel 1912. Nei romanzi di Tarzan, il signore della giungla si sposta tra gli alberi con balzi e agilità sovrumane, sfruttando una forza muscolare che rasenta l’incredibile. Tarzan non è semplicemente un uomo forte: è un uomo che ha superato i limiti umani grazie a un’educazione selvaggia. Allo stesso modo, il primo Superman è descritto come un alieno la cui maggiore densità muscolare e ossea (grazie alla maggiore gravità di Krypton) gli consente di saltare “un ottavo di miglio” e di atterrare indenne da qualsiasi altezza.
Inoltre, Tarzan possedeva una forza “pulp” che non aveva bisogno di giustificazioni scientifiche: era semplicemente il più forte. Questa stessa aura di potenza fisica assoluta, non ancora mediata da superpoteri fantascientifici (raggi X, super-soffio, etc.), è l’eredità più chiara di Tarzan. Siegel e Shuster presero l’agilità arborea del selvaggio bianco e la trasferirono nella giungla d’acciaio di Metropolis.
2. Flash Gordon: l’alieno tra gli uomini e il fascino del “pianeta lontano”
Il secondo pilastro è Flash Gordon, il celebre eroe dello spazio creato da Alex Raymond nel 1934. Se Tarzan ha fornito il corpo, Flash Gordon ha fornito il contesto narrativo. Prima di Flash Gordon, i racconti di fantascienza erano spesso freddi, tecnologici o distopici. Raymond rese l’avventura spaziale spettacolare, colorata e piena di meraviglia.
Ecco il punto cruciale: Superman è un alieno. Oggi diamo per scontato che un supereroe possa venire da un altro pianeta, ma nel 1938 era un’idea rivoluzionaria, resa possibile proprio dal successo di Flash Gordon. Quando Flash arriva sul pianeta Mongo, è un forestiero, un uomo della Terra circondato da razze e usanze sconosciute. La sua forza è relativa: non è un superuomo, ma è diverso, e deve adattarsi.
Superman ribalta questa prospettiva: non è un terrestre tra alieni, ma un alieno tra terrestri. Tuttavia, lo stupore, lo spaesamento e la posizione di “osservatore esterno” che valuta una civiltà da fuori sono elementi presi a piene mani dalla saga di Flash Gordon. Anche il linguaggio visivo – le astronavi, i mondi fantastici, la giustapposizione tra tecnologia avanzata e primitivismo – si riversa in Krypton, che nei primi fumetti viene disegnato come un incrocio tra Mongo e la città perduta di Atlantide.
In sintesi: senza Flash Gordon, Superman sarebbe probabilmente nato sulla Terra, magari da un esperimento scientifico o da una formula segreta. Invece, grazie all’immaginario spaziale reso popolare da Raymond, Siegel e Shuster ebbero il coraggio di renderlo un extraterrestre, aprendo la strada a decenni di mitologia cosmica.
3. Doc Savage: il vero “precursore del kryptoniano”
E arriviamo al terzo, e più importante, dei tre: Doc Savage, “l’uomo di bronzo”. Creato da Lester Dent nel 1933 sotto lo pseudonimo collettivo di Kenneth Robeson, Doc Savage è probabilmente il personaggio pulp che più di ogni altro anticipa non solo i poteri, ma l’intera struttura psicologica e narrativa di Superman.
Chi è Doc Savage? È un uomo dal fisico scultoreo, una montagna di muscoli perfettamente proporzionata. È un genio poliedrico: scienziato, inventore, chirurgo, esploratore, detective. Possiede una forza quasi sovrannaturale e una resistenza fisica tale da meritarsi l’appellativo di “uomo di bronzo”. Combatte i criminali senza mai ucciderli (preferisce “rieducarli” in una clinica segreta). Ha una base segreta nell’Artico, la Fortezza della Solitudine, dove si ritira a studiare e pianificare le sue missioni.
Ora rileggete questa descrizione. Forza sovrumana? Sì. Resistenza quasi infinita? Sì. Fisico da statua greca? Sì. Difesa degli innocenti? Sì. Una fortezza segreta in una regione remota e gelata? Sì, e si chiama proprio Fortezza della Solitudine. Siegel e Shuster non solo presero l’idea, ma ne mantennero persino il nome.
Le coincidenze non finiscono qui. Doc Savage, per neutralizzare i nemici senza fare loro del male, usa una tecnica caratteristica: la stretta vulcaniana. Afferra i criminali per i punti nervosi del collo, provocando uno svenimento temporaneo. Questo espediente fu talmente celebre che anni dopo ispirò direttamente Gene Roddenberry per il celeberrimo Vulcan Nerve Pinch di Mr. Spock in Star Trek. Roddenberry era un grande lettore di pulp, e l’influenza di Doc Savage su di lui è documentata.
Ma c’è di più: in un racconto di Doc Savage, compare anche un prototipo di teletrasporto – un apparecchio che smaterializza e rimaterializza le persone a distanza. Anche in questo caso, l’eco si riverbera in Star Trek (il teletrasporto dell’Enterprise) e, indirettamente, nella tecnologia kryptoniana dei fumetti.
Tuttavia, il lascito più profondo di Doc Savage a Superman è etico. Doc non è un antieroe cinico come molti pulp dell’epoca (basti pensare a Il Poliziotto, o a The Shadow). Doc è sinceramente buono, idealista, quasi ingenuo nella sua missione di aiutare l’umanità. È un eroe puro. Questa purezza morale, che in Superman diventerà quasi una caricatura di bontà (“la verità, la giustizia e la via americana”), nasce proprio dal modello di Doc Savage.
Quindi, per rispondere alla domanda iniziale: Superman non si è basato su un altro supereroe, perché non esisteva ancora il genere. Si è basato su tre personaggi pulp, fondendoli in una sintesi così perfetta da creare un archetipo nuovo.
Da Tarzan ha preso la forza fisica primordiale e l’agilità acrobatica (trasformata poi in volo). Da Flash Gordon ha preso l’ambientazione fantascientifica, l’idea dell’alieno tra i terrestri e il senso di meraviglia cosmica. Da Doc Savage ha preso quasi tutto il resto: la resistenza, la fortezza solitaria, la forza sovrumana giustificata da un addestramento/genetica superiore, la non-violenza etica e persino alcuni tratti estetici.
In un certo senso, Superman è l’erede legittimo di Doc Savage non perché lo abbia copiato, ma perché lo ha addomesticato per un pubblico di massa. Doc Savage era troppo cerebrale, troppo “scienziato avventuriero” per diventare un’icona popolare. Superman prese la sua struttura – l’uomo perfetto che combatte il crimine da una fortezza artica – e la rese semplice, visiva, accessibile a un bambino del 1938.
E per quanto riguarda Gene Roddenberry e Star Trek? La catena è chiara: Doc Savage → Superman → Star Trek. Senza Doc Savage, non ci sarebbe stato il Superman di Siegel e Shuster. Senza quel Superman, l’immaginario dei superuomini alieni sarebbe stato molto più povero. E senza quell’immaginario, forse, non avremmo mai avuto neppure Mr. Spock che strozza un nemico con la stretta vulcaniana, né il teletrasporto dell’Enterprise.
Alla fine, tutti questi eroi – Tarzan, Flash Gordon, Doc Savage, Superman, Spock – fanno parte di un unico, grande albero genealogico della fantasia popolare del Novecento. E le radici di quell’albero affondano in un decennio, gli anni Trenta, in cui la carta stampata dei pulp magazine era il terreno più fertile per far nascere i miti moderni.
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