Perché dopo ottant’anni amiamo ancora gli eroi che cadono
C’è una fotografia che non esiste. Jerry Siegel e Joe Shuster, Cleveland, 1933, intorno a un tavolo di cucina. Uno disegna un uomo che vola, l’altro scrive “più veloce di un proiettile”. Non sanno ancora che stanno partorendo un archetipo. Non sanno che quel “Kal-El” (letteralmente “voce di Dio” in ebraico) diventerà il padre di tutti i padri.
Ma il fumetto, si sa, non vive di padri. Vive di figli che sbagliano.
Se Superman è il sogno, Spider-Man è la sveglia. Quando Stan Lee e Steve Ditko lo lanciarono su Amazing Fantasy n.15 (1962), nessuno voleva un adolescente insicuro. “I ragazzi vogliono eroi forti”, dicevano i distributori. Invece quel ragazzo con gli occhiali che perdeva il treno, si faceva bocciare e lasciava scappare il ladro che poi avrebbe ucciso suo zio – quello ha cambiato tutto.
Perché? Perché la zavorra di Peter Parker è la nostra. Il suo “con grandi poteri” non è un motto. È un lutto.
Numeri da manuale: ad oggi, l’arco The Night Gwen Stacy Died (1973) è ancora citato nei corsi di scrittura come esempio di fridging consapevole – ma anche come primo caso in cui un supereroe fallisce nonostante abbia fatto tutto bene.
Non si può parlare di fumetti senza parlare di mani. Quelle di John Romita Sr., che sapeva disegnare la stanchezza. Quelle di Frank Miller, che trasformò Daredevil in un noir fatto di ombre squadrate. Quelle di David Mazzucchelli in Batman: Anno Uno, dove il cavaliere oscuro non è ancora un dio – è un uomo che inciampa nei cortili.
E poi c’è una tavola, solo una, che chi scrive non dimenticherà mai: Batman: The Killing Joke, l’ultima pagina. La pozzanghera di luce sotto la porta. Batman che ride. O forse piange. Alan Moore non lo ha mai spiegato. Brian Bolland ha disegnato il dubbio.
Negli ultimi dieci anni, il mercato ha riscoperto i villain. Non più mostri da sconfiggere, ma specchi deformanti.
Killmonger (Black Panther, 2018, ma nato nei fumetti del ’73) ha una frase che ancora brucia: “Il colonizzatore ha preso tutto. Io prendo solo ciò che è mio.”
Magneto non è solo un terrorista. È un sopravvissuto. E quando scrive “Odio non è una parola abbastanza forte” ( Uncanny X-Men n.150), sa di cosa parla.
Il Punitore non è un eroe. È un sintomo. E quando i poliziotti americani hanno iniziato a tatuarsi il suo teschio, qualcosa si è rotto.
Il fumetto maturo lo sai riconoscere? Quando il cattivo ti fa dire: “Forse… ha ragione lui.”
I vecchi lettori ricordano: un mese tra un numero e l’altro. Andare in edicola, annusare la carta, leggere le lettere sul Letter Box. Oggi abbiamo tutto subito. Ma abbiamo perso il brivido di non sapere.
Forse è per questo che certe storie restano. Perché sono state partorite nel silenzio, senza spoiler, senza trailer. Solo un disegnatore, uno sceneggiatore, e tu che voltavi pagina.
I fumetti non sono mai stati “letteratura disegnata”. Sono stati meglio: un diario collettivo. Ogni generazione ci ha messo le proprie paure. I mostri atomici degli anni ’50. La paranoia della Guerra Fredda. Il crollo delle Torri. La pandemia.
E ogni volta l’eroe fa la stessa cosa: si rialza. Non perché sia facile. Perché qualcuno deve pur farlo.
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