Nel 1985, i fumetti erano una macchina da soldi. Non una macchina da arte. Una macchina da soldi. E come tutte le macchine da soldi, avevano bisogno di eroi da vendere, villain da battere, e soprattutto di lettori da tenere incollati alla pagina. Come la televisione. Come il cinema. Come tutto ciò che si vende.
Ann Nocenti, forse l'autrice più controversa del mondo dei comics, lo sapeva bene. Perché Ann Nocenti non scriveva per vendere. Scriveva per dire. E quello che aveva da dire, nel 1985, era che l'industria dell'intrattenimento stava marcendo. Dall'interno.
Così inventò Mojo.
Mojo non è un villain normale. Non vuole conquistare il mondo, non vuole uccidere gli X-Men, non vuole distruggere l'universo. Mojo vuole una cosa sola: ascolti. Più ascolti. Sempre più ascolti. E non gli importa come.
Il personaggio è il re di un pianeta situato in un universo parallelo. Un pianeta che lui stesso ha ribattezzato Mojoverso. Perché il narcisismo non è solo un difetto. È un modello di business.
Il Mojoverso è basato sui programmi televisivi. Non ci sono fabbriche, non ci sono scuole, non ci sono ospedali. Ci sono solo telecamere. E schermi. E audience. Mojo è l'unico azionista dell'unica rete televisiva del suo mondo. Ha il monopolio assoluto. È il padrone. È il dio. È il telecomando fatto persona.
E la sua rete, per sopravvivere, ha bisogno di contenuti. Contenuti che Mojo produce nel modo più efficiente possibile: rapendo esseri di altri mondi e universi e costringendoli a esibirsi nei suoi show di dubbio gusto. Reality show prima che i reality show esistessero. Game show dove il premio è non morire. Talk show dove l'ospite è un prigioniero.
Mojo è rappresentato come uno schiavista. Spreme fino al limite i suoi sottoposti, di cui non gli importa nulla. Non gli importa se soffrono, se muoiono, se impazziscono. Gli importa solo una cosa: l'indice d'ascolto. Il rating. Il numero. Quel dannato numero che sale e scende e decide chi vive e chi muore.
E la cosa più inquietante? Mojo non è cattivo perché è malvagio. È cattivo perché è indifferente. Non odia i suoi prigionieri. Semplicemente, non li vede come persone. Li vede come contenuto. Come prodotto. Come carne da macello per il grande macello dell'intrattenimento.
Ann Nocenti lo disegnò come un enorme blob informe, sorretto da una piattaforma volante. Troppo grasso per camminare. Troppo viscido per essere amato. Con una faccia che è metà maiale e metà rospo, e un sorriso che dice "sto pensando a come sfruttarti meglio". Mojo è disgustoso da vedere. E doveva esserlo. Perché il potere che critica – il potere degli studios, delle reti, dei produttori che decidono cosa guardi e cosa pensi – è disgustoso.
L'ovvia critica al sistema televisivo, all'industria dell'intrattenimento, agli imprenditori che usano ogni mezzo – lecito o no – per aumentare gli ascolti abbassando al tempo stesso il livello dei programmi. Non volevano fare cultura. Volevano fare numeri. E per fare numeri, bisogna abbassare il livello. Perché il livello alto, si sa, piace a pochi. E i pochi non pagano abbastanza.
Mojo è il ritratto dell'edonismo televisivo degli anni '80. La televisione come droga. La televisione come religione. La televisione come unica finestra sul mondo, una finestra che però non dà sul mondo ma su un set. Su una finzione. Su una menzogna ben confezionata.
Ma Mojo è anche altro. Mojo è la critica dell'industria dei fumetti a se stessa. Perché Ann Nocenti sapeva che i fumetti, in quegli anni, stavano diventando come la televisione. Sempre più commerciali. Sempre più violenti. Sempre più urlati. I grandi eventi, le saghe infinite, le copertine variant, i numeri uno che ricominciano ogni sei mesi. Tutto per tenere alti gli ascolti. Tutto per non far scendere il rating.
Mojo è lo specchio in cui l'industria dei comics si guardò e non si piacque. E invece di cambiare, fece finta di niente. Continuò a produrre. Continuò a vendere. Continuò a fare quello che Mojo faceva nel Mojoverso.
Oggi, quarant'anni dopo, Mojo è più attuale che mai. Perché la televisione non è più il problema. Il problema è internet. I social. Gli algoritmi. I like. I follower. Le views. Tutti quanti abbiamo un Mojo nello smartphone. E lo alimentiamo ogni volta che guardiamo un video, che mettiamo un cuore, che condividiamo una storia.
Mojo non è un personaggio dei fumetti. È un archetipo. È il capitalismo dell'attenzione fatto carne – e quella carne è flaccida, grassa, schifosa. È il capitalismo che non produce più cose. Produce sguardi. E lo sguardo, a differenza delle cose, non si esaurisce mai. Puoi guardare all'infinito. E mentre guardi, Mojo si arricchisce.
La cosa peggiore? Mojo non ha bisogno di rapire nessuno, ormai. Siamo noi che ci offriamo volontari. Mettiamo la nostra vita su Instagram come se fosse un reality. Vendiamo la nostra privacy su TikTok come se fosse una merce. Siamo allo stesso tempo gli schiavi e il pubblico. E Mojo guarda. E ride. E conta i like.
Ann Nocenti, nel 1985, aveva capito tutto. E noi, nel 2026, continuiamo a non capire niente.
Mojo è il villain più realistico mai creato. Perché non esiste in un universo parallelo. Esiste qui. Nel salotto di casa tua. Nella mano con cui scorri lo schermo. Nel cervello che si spegne mentre guarda l'ennesimo video di un gatto che cade.
Mojo non è un mostro. Siamo noi. E il telecomando è il nostro guinzaglio.
Nessun commento:
Posta un commento