
Nel gennaio 2009, sulle pagine di Final Crisis n. 6 di Grant Morrison, DC Comics consegnò ai lettori una delle immagini più potenti e controverse della storia del fumetto supereroistico: Batman che affronta Darkseid. Non un Darkseid qualunque, ma un Darkseid indebolito, morente, eppure ancora incarnazione dell’Apocalisse. Un istante sospeso nel tempo narrativo, destinato a essere ricordato come una frattura irreversibile nel mito. Batman non sapeva — e non poteva sapere — che Darkseid non avrebbe mai dimenticato quel giorno.
Quell’incontro non è soltanto una scena spettacolare. È una dichiarazione ideologica. È la collisione tra il massimo simbolo dell’umanità armata di volontà e intelletto e la personificazione del Male cosmico, dell’Anti-Vita, del dominio assoluto. Comprendere davvero cosa rappresenta Batman contro Darkseid in Final Crisis significa andare oltre il gesto, oltre il colpo di scena, e leggere quell’evento come un punto di non ritorno nella cosmologia DC.
Final Crisis non è una “crisi” nel senso tradizionale del termine. Grant Morrison non racconta una guerra tra supereroi e cattivi, ma la disintegrazione della struttura stessa del mito. Darkseid non invade semplicemente la Terra: cade su di essa. Muore… e proprio morendo trascina con sé la realtà. Il suo corpo precipita attraverso i livelli dell’esistenza, deformando il tempo, lo spazio e la causalità.
In questo contesto, Batman non è un combattente tra tanti. È l’ultimo uomo lucido in un universo che sta cedendo. Non guida eserciti, non pronuncia discorsi. Fa ciò che ha sempre fatto: osserva, deduce, prepara. Morrison costruisce il momento non come uno scontro fisico, ma come una resa dei conti metafisica tra due concetti opposti: la volontà umana e l’inevitabilità cosmica.
Quando Batman si trova faccia a faccia con Darkseid, la disparità di potere è assoluta. Darkseid è il Nuovo Dio di Apokolips, il tiranno eterno, colui che ha soggiogato mondi interi e spezzato divinità. Anche indebolito, anche morente, Darkseid rimane una forza che trascende il piano fisico.
Batman lo sa. E proprio per questo non combatte come un eroe tradizionale.
Non tenta di vincere. Tenta di colpire.
La pistola che impugna — un’arma carica con il Proiettile Radion, l’unica sostanza capace di uccidere un Nuovo Dio — non è una contraddizione del suo codice morale, ma l’atto estremo di un uomo che accetta il peso della responsabilità. Batman non spara per trionfare. Spara perché qualcuno deve farlo. Perché nessun altro può.
Il Radion non è solo una debolezza narrativa di Darkseid. È un elemento simbolico potentissimo. Rappresenta la possibilità che anche ciò che è eterno possa essere ferito. Che anche gli dèi possano sanguinare. Batman, l’uomo che rifiuta le armi da fuoco, impugna una pistola non per negare se stesso, ma per affermare un principio superiore: l’umanità non abdica di fronte al terrore assoluto.
Il momento in cui Batman spara è uno dei più carichi di tensione morale nella storia DC. Non c’è esaltazione. Non c’è vittoria. C’è solo necessità. Ed è proprio questa freddezza, questa lucidità, a rendere la scena indimenticabile.
Darkseid, prima di essere colpito, guarda Batman e pronuncia parole che risuonano come una condanna eterna. Non promette vendetta nel senso tradizionale. Promette memoria. Darkseid non dimentica. Non perdona. Non lascia andare.
Ed è qui che Final Crisis compie il suo vero colpo di genio narrativo: anche morente, anche apparentemente sconfitto, Darkseid vince comunque. Perché l’Anti-Vita non è solo distruzione fisica. È corrosione dell’identità, del tempo, della continuità.
Batman cade. Non muore come crede l’universo, ma viene scagliato attraverso il tempo, frantumato nella linea temporale da ciò che resta dell’essenza di Darkseid. L’atto eroico ha un prezzo cosmico. E Batman lo paga per intero.
La domanda è inevitabile: perché Grant Morrison sceglie Batman per questo ruolo? Perché non Superman, Wonder Woman o Green Lantern?
Perché Batman è l’unico per cui quel gesto ha un peso assoluto.
Superman affronta Darkseid come un pari simbolico. È dio contro dio. Wonder Woman come archetipo mitologico. Ma Batman è un uomo. Un uomo che sa di non poter vincere, e che agisce comunque. Morrison usa Batman per dimostrare che la resistenza umana non nasce dalla forza, ma dalla scelta.
In Final Crisis, Batman non è “l’eroe che batte Darkseid”. È l’uomo che rifiuta di arrendersi all’idea che il Male cosmico sia intoccabile.
Dopo Final Crisis, il rapporto tra Batman e il cosmo DC cambia per sempre. Darkseid non è semplicemente un nemico sconfitto. È una presenza che ha marchiato Batman, che lo ha espulso dalla linearità del tempo. La famosa “morte” di Batman e il suo viaggio attraverso le epoche non sono un semplice espediente narrativo, ma l’estensione diretta di quel momento.
Batman ha osato colpire l’Apocalisse. E l’Apocalisse ha risposto.
Questo è un punto spesso ignorato da chi riduce la scena a un meme — “Batman batte Darkseid” — senza coglierne la profondità. Batman non esce vincitore. Esce spezzato, disperso, trasformato. Come ogni vero eroe tragico.
Final Crisis non dice che Batman è più forte degli dèi. Dice qualcosa di molto più inquietante: che anche gli dèi possono essere messi in discussione da un singolo atto umano. Non per superiorità, ma per rifiuto. Rifiuto di accettare l’inevitabile. Rifiuto di piegarsi alla narrazione del destino.
Darkseid rappresenta l’idea che tutto finirà sotto il suo dominio. Batman rappresenta l’idea opposta: che finché qualcuno è disposto a dire “no”, l’Anti-Vita non ha ancora vinto.
Batman non sapeva che Darkseid non avrebbe mai dimenticato quel giorno. Ma in fondo non importa. Perché Batman non agisce per essere ricordato. Agisce perché è necessario.
In Final Crisis, DC Comics non racconta la vittoria di un uomo su un dio. Racconta il momento in cui l’umanità osa guardare l’Apocalisse negli occhi e premere il grilletto, sapendo che il prezzo sarà incalcolabile.
E forse è proprio per questo che Darkseid non dimentica. Non perché Batman lo ha ferito. Ma perché, per un istante, un uomo gli ha dimostrato che l’Anti-Vita non è invincibile.
