sabato 31 gennaio 2026

L'ULTIMA ALBA DI CYCLOPS: COME BOBBY DRAKE TRASFORMEREBBE IL LEADER DEGLI X-MEN IN UN PATTINO PER GHIACCIO SANGUINOSO



La prima legge della termodinamica è un figlio di puttana spietato. L'energia non si crea e non si distrugge, si trasforma. Si trasforma in calore, in movimento, in caos. In forza cinetica pura, grezza, incontrollabile. È la legge su cui Scott Summers, Ciclope, ha costruito la sua intera, patetica esistenza. I suoi occhi sono fessure in un altro universo, un universo di pura forza fotonica che non può spegnere, che deve incanalare, controllare, dirigere con la disciplina ossessiva di un monaco-soldato. È il martello. Sempre e solo il martello. Ogni problema, per lui, è un chiodo da piegare con un pugno di energia che spazza via tutto.

Bobby Drake, Iceman, è l’altra faccia di quella legge. Lui non incanala. Lui è la trasformazione. Lui è l’entropia fatta carne, o meglio, fatta ghiaccio. Il principio del disordine che ride mentre il tuo ordine perfetto si incrina, si congela, si sbriciola in un milione di frammenti luccicanti e inutili.

Mettiamoli uno di fronte all’altro. Ciclope adulto, al culmine della sua potenza tattica, con quella tuta da cazzo che sembra fatta da un sarto sadomaso, i muscoli tesi, la mascella serrata. L’eroe. Il comandante. Il ragazzo con il piano. E dall’altra parte, Bobby. Non più il ragazzino sbruffone, ma l’essere omega. L’adulto che ha smesso di scusarsi per quello che è. Un uomo di ghiaccio vivo, i cui occhi brillano di un freddo blu che non ha nulla di umano. Non c’è un campo di battaglia che tenga. Scegline uno a caso. Il Danger Room. Una strada di Manhattan. La luna. Cambia solo lo scenario del disastro.

Scott apre le ostilità come sempre: parlando. Gridando ordini. “Drake! Stai fermo! È un ordine!”. Credendo che quello sia ancora il ragazzino insicuro che ha comandato per decenni. Bobby sorride. È un sorriso che non scalda nulla, anzi, l’aria intorno a lui inizia a crepitare, a formare cristalli sospesi. Non dice una parola. Alza una mano. Un gesto quasi negligente.

Scott parte. Il classico colpo di avvertimento, il famigerato “blasto ottico” che stende muri d’acciaio e fa tremare i titani. Un raggio rosso e giallo, concentrato, di una potenza distruttiva inaudita, che parte dai suoi occhi con un sibilo da fine del mondo. Colpisce Bobby al centro del petto.

E qui, in quel preciso nanosecondo, la fisica smette di ascoltare Scott Summers.

Il raggio non esplode. Non penetra. Non brucia. Colpisce il ghiaccio di Bobby Drake e qualcosa di incredibile, di oscenamente semplice, accade: si piega. La superficie di Iceman non è più un corpo solido, ma un prisma dinamico, un caleidoscopio vivente di ghiaccio a struttura variabile. I fotoni dell’energia pura di Scott non trovano resistenza da frantumare, trovano uno specchio. Milioni di specchi. Il raggio si disperde, si rifrange, si scompone in un arcobaleno inutile e morto che si disperde nell’aria, congelandosi in polvere di neve colorata che cade con un tintinnio triste. È come sparare a un miraggio con un bazooka. Uno spreco monumentale di forza.

Il sorriso di Bobby si allarga di un millimetro. Vede nello sguardo di Scott, dietro il visore, il primo, microscopico spasmo di dubbio. Il martello ha appena colpito l’acqua. L’acqua più fredda dell’universo.

Scott Summers non è uno stupido. È un genio tattico. Il suo cervello, in quel momento, si trasforma in una fornace di calcoli disperati. Analizza, rivaluta. Ok, il raggio diretto non funziona. Proverà l’ampiezza. Proverà a saturare l’area, a circondarlo, a surriscaldare l’aria attorno a lui, a farlo soffocare nel suo stesso ghiaccio fuso. Spalanca gli occhi al massimo della potenza, muovendo la testa con scatti rapidi, spazzando il campo di battaglia con un ventaglio di energia che vaporizza l’asfalto, fonde il metallo, fa ribollire l’aria stessa.

Bobby cammina. Cammina attraverso l’inferno. Ogni onda di calore che lo raggiunge muore all’istante. Non sta “respingendo” il calore. Lo sta uccidendo. Il concetto stesso di energia termica, nelle sue immediate vicinanze, cessa di esistere. L’aria rovente si trasforma in una tempesta di aghi di ghiaccio. L’acqua di condensa si congela all’istante in intricate, bellissime strutture mortali. Si avvicina. È una camminata lenta, inesorabile. Il ghiaccio si espande da lui, strisciando sul terreno come una creatura viva, avvolgendo i detriti fusi di Scott e trasformandoli in sculture grottesche. Scott arretra. Sta sudando dentro la sua tuta, ma il sudore gela all’istante sulle sue tempie, una corona di ghiaccio amara.

È qui che la partita finisce. Veramente finisce. Perché fino ad ora, Bobby ha solo giocato in difesa. Ha solo mostrato a Scott l’inutilità di tutto ciò che è. Adesso attacca.

Non lancia una lancia di ghiaccio. Non crea un gigante di neve. Fa qualcosa di molto più intimo, e molto più crudele.

Alza una mano verso Scott. Scott si irrigidisce, si prepara a un altro attacco frontale. Ma non arriva nessun getto di ghiaccio. Invece, sente un… formicolio. Dentro. Nella gola. Nei polmoni. Un freddo che non viene da fuori, ma da dentro il suo stesso corpo.

Bobby Drake ha raggiunto lo zero assoluto e lo ha superato in fantasia scientifica. Non congela l’aria intorno a Scott. Congela l’umidità all’interno di Scott Summers. Le cellule di Scott sono piene d’acqua. Bobby sta chiamando quell’acqua. Sta ordinando alle molecole di fermarsi.

Scott emette un rantolo, un suono gorgogliante. Si porta le mani alla gola. Dal suo naso, dalla sua bocca, esce un vapore che si congela all’istante in una polvere bianca. I suoi occhi – le sue maledette, potenti fonti di calore – sono le ultime a resistere. Ma anche lì, la pelle attorno si screpola, diventando bianca e fragile. Il suo sangue rallenta, diventa sciropposo, poi solido. Il calore del suo corpo, il fuoco della sua vita, viene spento non soffocato, ma risucchiato via, annichilito.

È una morte silenziosa e orribile. Non c’è esplosione, non c’è eroismo. C’è un uomo che si irrigidisce, i muscoli che si bloccano nel mezzo di un movimento, i tendini che scricchiolano come vetro. Il suo potente torace, che si espandeva per i comandi a gran voce, si contrae in un ultimo, piccolo respiro che esce come una nuvola di cristallo. Il visore sui suoi occhi si appanna, poi si copre di una spessa brina. Dentro, i suoi occhi smettono di bruciare. Si spengono. Per sempre.

Quello che rimane non è Scott Summers. È una statua. Una perfetta, dettagliata statua di ghiaccio opaco, che intrappola al suo interno l’uomo, il leader, il martello, in una posa di agonizzato stupore. Il ghiaccio non è solo all’esterno. È in ogni sua cavità. Ha congelato il suo sangue, la sua linfa, le lacrime che non ha mai potuto versare. È un monumento alla totale e completa inadeguatezza della forza bruta di fronte al controllo assoluto di un elemento fondamentale.

Bobby Drake si avvicina alla statua. Il suo piede di ghiaccio poggia sul terreno con un leggero clic. Si ferma davanti a lui, la testa leggermente inclinata. Non c’è trionfo nel suo sguardo. C’è solo una fredda, ineluttabile verità. Forse una punta di tristezza antica. Alza una mano e con un dito tocca la statua sul petto, proprio dove si trova il cuore congelato di Scott.

Con un suono simile a un sospiro, il “Scott-sicle” si incrina. Una ragnatela di crepe si propaga dal punto del contatto, poi esplode in una nuvola di polvere di ghiaccio finissima, brillante sotto una luce inesistente. Non rimane niente. Niente cenere, niente corpo da seppellire. Solo un freddo più intenso nell’aria, e un piccolo cumulo di neve straordinariamente fine.

Iceman si volta e se ne va. Il campo di battaglia è già un deserto di ghiaccio e silenzio. Non ha vinto una battaglia. Ha dimostrato un teorema. Ha mostrato che contro un essere omega che comanda la stessa essenza della transizione di stato, contro qualcuno che può spegnere il fuoco dell’universo a livello molecolare, il potere di Scott Summers è meno che inutile. È uno spettacolo di luci.

Il consiglio dato a Scott all’inizio era semplice: scappa. Perché in uno scontro del genere, non c’è tattica, non c’è leadership, non c’è forza di volontà che tenga. C’è solo il freddo, lento, inesorabile abbraccio dell’assoluto zero. E il gelido, silenzioso sorriso dell’uomo che lo controlla. Cyclops non è stato sconfitto. È stato cancellato dalla fisica. E nella guerra tra il martello e l’entropia, l’entropia ride per ultima. Sempre.



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