Knull #1 è senza dubbio… qualcosa. Non un disastro, sia chiaro, ma nemmeno quell’apertura folgorante che ci si aspetterebbe da un personaggio di questo calibro e, soprattutto, da un autore come Al Ewing. Leggendolo, non mi sono annoiato, ma ho avuto addosso una sensazione persistente di tiepidezza. C’è qualche richiamo che può piacere a chi segue la mitologia cosmica Marvel da tempo, ma nel complesso la storia mi è sembrata stranamente piatta, quasi priva di mordente.
Siamo solo al primo numero, è vero, ma la premessa narrativa non convince. L’idea che Hela permetta volontariamente a Knull di fuggire per costruire uno scenario in cui lui, di sua spontanea volontà, dovrebbe cederle il potere, suona forzata. Soprattutto se confrontata con il percorso di Eddie Brock: Eddie non ha mai avuto bisogno di macchinazioni così contorte per diventare il Re in Nero. Tutto il suo arco si è fondato su crescita, sacrificio e inevitabilità. Qui, invece, sembra di assistere a una scorciatoia narrativa un po’ goffa.
Voglio concedere il beneficio del dubbio e pensare di essermi perso qualche tassello, ma la tentazione di dire che Ewing, stavolta, abbia perso il controllo della materia è forte. E questa sensazione si estende anche ad alcuni momenti che dovrebbero essere drammatici e invece sfiorano involontariamente la commedia.
La fuga di Knull, in particolare, è il punto più debole. La scena si regge sull’idea che Knull “ricordi improvvisamente” di avere un potere fondamentale: svanire e riapparire altrove. Una rivelazione che suona più o meno così: “Ah già, posso teletrasportarmi. Che sciocco che sono.” È difficile prendere sul serio una minaccia cosmica quando la sua evasione sembra dipendere da un’amnesia selettiva.
Certo, Hela gli consente di accumulare l’energia necessaria per farlo, ma il problema resta. Se questo è davvero un suo potere standard, come il dialogo lascia intendere, allora la domanda è inevitabile: come hanno fatto i simbionti a imprigionarlo in passato? Stiamo parlando di una capacità che, per come viene presentata, dovrebbe rendere qualsiasi prigione inutile. Questo non è solo un buco logico: è qualcosa che rischia di incrinare retroattivamente tutta la mitologia costruita attorno a Knull.
A questo punto viene quasi da pensare che Knull sia semplicemente… rincoglionito. Non nel senso narrativo voluto, ma nel senso di un personaggio che, per esigenze di trama, dimentica ciò che sa fare finché lo sceneggiatore non decide che è il momento giusto per ricordarselo.
Dal punto di vista visivo, invece, il fumetto funziona meglio. La grafica riesce a rendere le sequenze di combattimento più dinamiche e coinvolgenti, dando un po’ di peso a momenti che sulla carta non ne hanno molto. Il problema è che il comparto artistico finisce per compensare una sceneggiatura che, onestamente, non ha nulla di speciale. Non c’è quella stratificazione tematica, quella sensazione di ambizione cosmica che ci si aspetterebbe da una storia incentrata su Knull.
Ed è questo, forse, l’aspetto più deludente. Nel 2021, l’idea di un libro legato a Venom – o comunque al suo mito – scritto da Al Ewing era entusiasmante. Ewing è uno che, quando è in forma, riesce a prendere concetti assurdi e renderli profondi, coerenti, persino eleganti. Qui, invece, tutto sembra più stanco, più superficiale, quasi scritto con il pilota automatico.
Knull #1 non è il fondo del barile, ma è un inizio debole per qualcosa che avrebbe dovuto scuotere le fondamenta cosmiche Marvel. E se questo è il tono dell’intera serie, viene spontaneo chiedersi non dove stia andando Knull… ma quanto in basso siamo disposti a seguirlo.
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