domenica 22 febbraio 2026

OLTRE IL MUSCOLO: Viaggio nell'architettura narrativa dei fumetti tra città, poteri e personaggi maledetti


C'è un momento, nella vita di ogni lettore di fumetti, in cui ti accorgi che non stai più seguendo delle storie. Stai visitando dei luoghi. Stai frequentando delle persone. Stai imparando a conoscere le regole di un mondo che, per quanto disegnato, per quanto fantastico, per quanto assurdo, inizia ad avere una coerenza interna più solida di quella del cazzo di mondo in cui ti svegli tutte le mattine.

Succede quando smetti di chiederti "ma come vola?" e inizi a chiederti "perché sceglie di volare proprio lì?". Succede quando ti accorgi che conosci la pianta di Gotham meglio di quella della tua città. Succede quando capisci che i poteri non sono solo abilità, ma condanne, responsabilità, ferite.

Questo articolo è un viaggio in quella dimensione. Nell'architettura nascosta dei fumetti. Nelle città che respirano, nei personaggi che sanguinano, nei poteri che definiscono e nei poteri che distruggono. Benvenuto dall'altra parte della vignetta.

Non si contano le storie in cui la città non è solo uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio. Quella roba lì che ti entra negli occhi e non se ne va più.

Prendi Gotham. La città di Batman non esiste, eppure è più reale di qualsiasi metropoli che potresti visitare con un biglietto aereo. È un organismo vivente fatto di guglie gotiche, vicoli che puzzano di piscio e sangue, e un cielo che ha dimenticato cos'è il sole. Gotham non è il luogo dove succedono le cose: è la ragione per cui le cose succedono. I suoi criminali non sono il prodotto di menti malate, sono il prodotto di quelle strade, di quell'umidità che ti entra nelle ossa, di quella disperazione che si respira come foschia .

Ma non è l'unica. C'è anche il Cauldron di Tommy Monaghan, il quartiere malfamato di Gotham dove opera Hitman, il sicario creato da Garth Ennis e John McCrea. Lì la città si fa ancora più stretta, più violenta, più disperata. Un posto dove ti ritrovi al Noonan's Bar a bere e chiacchierare con altri killer a pagamento di vecchi film e baseball, aspettando il prossimo incarico. Monaghan, ex soldato della Guerra del Golfo con poteri di vista a raggi X e telepatia limitata, passa le sue giornate lì, perché sa che in quel quartiere, in quelle strade, c'è tutto quello che gli serve: lavoro, whisky e qualche amico con cui condividere il silenzio .

E poi c'è l'universo barocco e allucinato de L'Incal di Moebius e Jodorowsky. Qui non siamo in una città, siamo in un cosmo intero. Un futuro lontano dove la razza umana si è diffusa per la Galassia, incontrando specie aliene e culture raffinate, in un'epoca di alta tecnologia e grandi contraddizioni. John Difool, detective di classe "R", si muove in paesaggi high-tech barocchi che si alternano a panorami essenziali, terre di spoliazione e assenza. È un mondo che respira, che vive, che ti avvolge con la sua "straordinaria valenza grafica" e i suoi "stati onirici, visionari" che filtrano da ogni tavola .

La regola fondamentale del fumetto supereroistico, quella che ci hanno inculcato a forza di Spiderman e citazioni, è che da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Peccato che sia una cazzata.

O meglio, è una verità parziale, edulcorata, passata al setaccio della morale perbene. La verità vera è un'altra: da grandi poteri derivano grandi rotture di coglioni. Grandi solitudini. Grandi danni collaterali.

Prendi Deadpool. Wade Wilson non ha chiesto di diventare un esperimento del Weapon X. Non ha scelto di avere un fattore rigenerativo che lo rende praticamente immortale. Lui voleva solo curare il cancro che lo stava uccidendo. Invece si è ritrovato con la faccia distrutta, la mente a pezzi e la maledizione di non poter morire. Il suo potere non è un dono, è una condanna all'eternità in un corpo sfigurato, con l'unica consolazione di poter rompere la quarta parete e parlare direttamente a noi poveri lettori che almeno, alla fine della storia, possiamo chiudere il fumetto e andare a dormire .

O guarda Abigail, la protagonista di Sanguine di Eric de Paoli e Igor della Libera. Lei può manipolare il sangue, usarlo come arma, dar vita a creature fatte di fluido rosso. Sembra figo, no? Peccato che non abbia il minimo controllo. Le sue visioni la tormentano, le emozioni le fanno perdere la testa, e ogni suo tentativo di addestramento finisce in creature orripilanti che la spaventano più di quanto spaventino gli altri. Non è un'eroina, è un potenziale pericolo pubblico costretto a nascondersi, a fare esercizi in una grotta con sangue di maiale, a scendere nello scantinato di casa per interrogare piccoli demoni che puntualmente distrugge per la frustrazione .

E non parliamo di Black Adam. Lui i poteri li ha ricevuti per proteggere Kahndaq, la sua terra. Peccato che quando quella terra è stata distrutta, la rabbia lo abbia trasformato in qualcosa di diverso. Il Mago Shazam l'ha giudicato indegno, l'ha intrappolato in uno scarabeo e sepolto per secoli. Quando si è risvegliato, non era più un campione. Era una forza della natura incazzata con il mondo, con superforza, invulnerabilità, velocità e fulmini a disposizione. I suoi poteri non gli hanno portato gloria, gli hanno portato una prigione di millenni .

Forse l'aspetto più affascinante dei fumetti è vedere come i personaggi cambiano. Come si trasformano. Come a volte diventano esattamente ciò che avevano giurato di combattere.

Roderick "Rory" Campbell è l'esempio perfetto. Introdotto in Excalibur #75 come un ricercatore scientifico scozzese, un alleato prezioso per il team di supereroi, desideroso di aiutare i mutanti a comprendere e controllare i loro poteri. Poi è stato esposto a un futuro distopico. Ha visto cosa sarebbe diventato. E quella visione l'ha trasformato. Da scienziato benintenzionato è diventato Ahab, un cacciatore di mutanti spietato, capace di controllare mentalmente i suoi "Segugi" e di usarli per dare la caccia ai suoi ex alleati. La sua storia è la dimostrazione che "le circostanze esterne possano trasformare anche le persone più benintenzionate" in mostri .

Ned Ellis, invece, la trasformazione l'ha subita da una scheggia di bomba conficcata nel cervello. I Sioux lo trovarono così, senza memoria, ferito, perso. Lo curarono, lo chiamarono Magico Vento, lo iniziarono alla magia degli spiriti. Da soldato qualunque diventò sciamano, "Uomo Strano", capace di vedere oltre l'apparenza delle cose. Ma non diventò un supereroe classico, uno di quelli che alla fine della puntata tornano uguali a se stessi. Lui ogni avventura lo cambia, lo segna, lo costringe ad attraversare la paura in un cerchio e uscirne migliore "grazie alla creatività o ancora grazie all'aiuto degli altri". È l'esatto opposto del supereroe statico: è un uomo che si trasforma continuamente .

C'è un'altra dimensione interessante, ed è quella del tradimento. Quello che succede quando i personaggi passano dalla carta allo schermo e qualcosa si perde per strada.

Prendi Hulk. Nei fumetti, il Golia Verde ha poteri "essenzialmente illimitati". Più si incazza, più diventa forte. Fine della storia. Può sollevare montagne, resistere a qualsiasi attacco, rigenerarsi da qualsiasi ferita. Nel Marvel Cinematic Universe, Mark Ruffalo fa un ottimo lavoro, ma il suo Hulk è un pallido riflesso di quello cartaceo. Non potrebbe mai reggere un confronto con la versione dei fumetti, e non per colpa dell'attore, ma perché il cinema ha bisogno di limiti, di vulnerabilità, di sconfitte .

Lo stesso vale per Thanos. Quello del film, pur con tutto il carisma di Josh Brolin, è un cattivo potente ma ragionevole. Quello dei fumetti è un'entità cosmica, un dio della distruzione, un essere talmente potente che la sua versione cinematografica sembra quasi una caricatura. E Adam Warlock? Nei film è una macchietta comica. Nei fumetti è uno dei personaggi più potenti dell'universo Marvel, capace di manipolare la realtà e affrontare minacce cosmiche .

Non è un caso. È una scelta. Ma è anche la dimostrazione di quanto la carta possa osare di più, possa spingersi oltre, possa immaginare poteri senza limiti perché il limite è solo nell'inchiostro e nella fantasia di chi legge.

Alla fine, i fumetti sono questo: specchi deformanti della nostra realtà. Le città immaginarie ci parlano delle nostre paure urbane. I poteri impossibili ci raccontano le nostre impotenze quotidiane. I personaggi che si trasformano in mostri ci ricordano che anche noi potremmo, date le circostanze giuste, perderci per strada.

E forse è per questo che continuiamo a leggerli. Non per evadere. Per guardarci meglio. Per vedere, in quelle vignette sporche di inchiostro, nei grigi sfumati di quelle tavole volutamente ruvide, nei dialoghi taglienti di quei personaggi maledetti, qualcosa che assomiglia alla verità. Quella verità sporca e brutale che fuori, nella vita normale, cerchiamo disperatamente di nascondere.

Nei fumetti, invece, la mostrano senza pudore. E noi li ringraziamo, pagina dopo pagina, continuando a voltare.





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