mercoledì 18 febbraio 2026

Wonder Woman: La Principessa Bondage che il Femminismo Non Merita (e Viceversa)


Un'analisi brutale e scorretta sull'eroina più ipocrita della DC Comics

Ok, mettiamo le cose in chiaro subito.

Wonder Woman è una schifezza. È un'icona femminista creata da un uomo con un fetish per il bondage, cresciuta da donne che litigano su chi deve possederne il cadavere culturale, e portata al cinema da una modella israeliana che recita come un mobile IKEA mal assemblato.

Eppure tutti la amano. Tutti ne parlano come se fosse la risposta a tutti i problemi del patriarcato. Tutti si commuovono quando esce la musichetta epica e lei si mette a fare la piroetta in slow motion.

Ma se gratti la superficie, sotto c'è solo fango, contraddizioni e una storia di ipocrisia lunga ottant'anni.

Benvenuti nell'analisi che nessuno vuole scrivere.

Partiamo dal principio. Siamo nel 1941. L'America è in procinto di entrare in guerra, i fumetti sono pieni di muscoloni che menano nazisti, e un certo William Moulton Marston, psicologo di Harvard con tre lauree e un ego smisurato, viene chiamato come "consulente educativo" dalla All-American Publications.

Perché? Perché i genitori americani si preoccupano: i fumetti sono troppo violenti. Troppa mascolinità raccapricciante, dice Marston. Servirebbe un personaggio femminile per ingentilire il mezzo.

E così, insieme al disegnatore Harry G. Peter, partorisce Wonder Woman.

Sembra la solita storia dell'eroina buona, vero? Peccato che Marston non fosse esattamente il tipo da tazza di tè e buoni sentimenti.

Marston viveva in un ménage poliamoroso con sua moglie Elizabeth Holloway (psicologa e avvocato in carriera) e la sua amante Olive Byrne (ex studentessa, poi casalinga, nipote dell'attivista Margaret Sanger).

Tre donne per un uomo. Due che lavorano, una che sta a casa a crescere i figli (quattro in totale, due per madre). Una sistemazione che oggi chiameremmo "famiglia allargata progressista", ma che all'epoca andava tenuta segreta: per i vicini, Olive era semplicemente "la tata".

Ora, io non ho nulla contro il poliamore. Ognuno si arrangia come può. Ma quando questo è lo stesso uomo che teorizza la superiorità morale delle donne e la prossima ascesa del matriarcato, viene da chiedersi: stai costruendo un'utopia femminista o un harem intellettuale?

Marston, nella sua brillante carriera, aveva inventato una delle componenti del poligrafo, la macchina della verità. E questa invenzione la trasferì direttamente nel fumetto: il Lazo della Verità, che costringe chiunque vi sia avvolto a rivelare i propri segreti più oscuri.

Simbolo di trasparenza? Richiamo alla scienza? Certamente.

Peccato che Marston avesse anche una passione privata per il bondage. Nelle sue stanze private, si dedicava a giochi di ruolo, sottomissione e legacci di vario genere.

E indovina un po'? Nelle prime storie di Wonder Woman, l'eroina deve continuamente liberarsi da situazioni in cui l'hanno legata. E il Lazo, guarda caso, si avvolge intorno ai corpi dei nemici.

Coincidenze? Io non credo.

Come scrive giustamente Rivista Studio, c'è un "fossile dell'inconscio autoriale" in tutto questo. Un uomo che guarda Wonder Woman oggi può sentirsi chiamato a partecipare a "una fantasia di inversione di ruolo, di sottomissione" che ha "molto più a che fare con il sesso che con la politica".

Ma di questo, ovviamente, nessuno parla. Meglio concentrarsi sulla "forza femminile" e sul "messaggio di amore per l'umanità".

Marston muore nel 1947. Sua moglie Elizabeth si presenta dalla DC e chiede di poter continuare il lavoro del marito.

Risposta: no, grazie. Preferiamo un uomo. Si chiama Robert Kanigher.

E qui comincia il declino. Kanigher trasforma Wonder Woman in:

  • Star del cinema

  • Modella

  • Baby sitter

  • Fidanzata devota

Tutti ruoli più adatti a una signora, per l'epoca.

Alla fine degli anni '60, il colpo di grazia: Wonder Woman rinuncia ai suoi poteri pur di rimanere con il fidanzato. Dismette il costume, si fa chiamare Diana Prince, e per non farsi mancare nessun cliché, apre una boutique.

Una boutique. La principessa guerriera delle Amazzoni, la figlia di Zeus, colei che dovrebbe combattere il patriarcato... apre una boutique.

Non rappresenta più una critica alla società patriarcale: è un ingranaggio del sistema.

Bisogna aspettare gli anni '70 perché Gloria Steinem e altre intellettuali femministe decidano che forse, forse, Wonder Woman meritava di meglio.

La copertina del primo numero di Ms. Magazine (1972) la ritrae con il titolo: "Wonder Woman for President".

Peccato che, 50 anni dopo, quel traguardo specifico non sia ancora stato raggiunto. Ma questa è un'altra storia.

Nel 1975 arriva la serie tv con Lynda Carter, che diventa l'incarnazione più famosa del personaggio. Carter è statuaria, bella, perfetta. E la sua Wonder Woman è un "modello irraggiungibile". In cambio della popolarità, deve cedere un po' di umanità.

Nel 1985 arriva Crisis on Infinite Earths, il grande reset dell'universo DC. Lo sceneggiatore Marv Wolfman e il disegnatore George Pérez azzerano tutto e riscrivono le origini di Wonder Woman.

Pérez fa un lavoro straordinario: riporta Diana alle sue radici mitologiche, la lega agli dèi greci, le dà una dignità che aveva perso da decenni. Molti considerano questa fase (una sessantina di numeri) la migliore mai realizzata.

Ma anche Pérez, per quanto bravo, deve fare i conti con il problema di fondo: Wonder Woman è un personaggio che non sta mai fermo, che viene continuamente reinterpretato, plasmato, distorto.

Negli anni '90, per aumentare le vendite, Wonder Woman viene disegnata con un tanga. Perché, si sa, il sesso vende.

Poi, quando si accorgono che forse è troppo, le mettono i pantaloni. Con risultati disastrosi: il design di Jim Lee con le spallone esagerate fa discutere, ma non risolve il problema di fondo.

Come dice giustamente Elisa McCausland, esperta di fumetto e femminismo: "L'uniforme risponde a un contesto, anche a una sublimazione simbolica. Cosa mi importa se le metti i pantaloni, se la sua avventura non è trascendente da un punto di vista femminista?".

Parole sante.

E arriviamo ai giorni nostri. Al cinema.

Gal Gadot è israeliana, ex modella, ex soldatessa delle Forze di Difesa Israeliane. Viene scelta per interpretare Wonder Woman in Batman v Superman (2016) e poi nel film solista del 2017 diretto da Patty Jenkins.

Il film è un successo stratosferico. Record di incassi per una regista donna: 100 milioni di dollari nel weekend di apertura, superando 50 sfumature di grigio. Il pubblico impazzisce. La critica si commuove. Tutti parlano di "film necessario", di "simbolo femminista", di "nuova era".

Ma c'è chi non ci sta.

James Cameron, il regista di Terminator 2 e Avatar, dice chiaramente che Wonder Woman è "un passo indietro". Perché? Perché secondo Cameron, Gadot è troppo bella, troppo perfetta, troppo "icona cosificata". Mentre la sua Sarah Connor (Linda Hamilton in Terminator 2) era una donna vera, segnata, autentica.

E Cameron non ha tutti i torti.

Wonder Woman al cinema è una sventola perennemente in posa. Anche quando interpreta la "goffa" Diana Prince, rimane bellissima. Anche quando combatte, è perfetta. Anche quando si arrabbia, è fotogenica.

Come dice Donnamoderna: "Nella più recente interpretazione cinematografica di Gal Gadot è perennemente sventola, ché in sala bisogna portarci i maschi come le femmine".

Nel 2007, anni prima del film di Jenkins, Joss Whedon (il creatore di Buffy e regista dei primi due Avengers) scrisse una sceneggiatura per un film su Wonder Woman. Non se ne fece nulla.

Nel 2017, dopo l'uscita del film con Gadot, quella sceneggiatura è stata diffusa online. Ed è esploso il putiferio.

Le donne che l'hanno letta l'hanno definita "sessista", "quasi depravata". La presentazione di Diana? "Formosa ma in forma come una curva disegnata". E c'è una scena in cui la ragazza prende parte a una "danza sensuale, eterea e maliziosamente sexy".

Insomma, Whedon aveva semplicemente scritto quello che molti pensano ma non dicono: Wonder Woman è un oggetto del desiderio travestito da eroina. E per fortuna quel film non si è fatto.

Ma la domanda sorge spontanea: il film con Gadot è davvero così diverso? O è solo meglio confezionato?

La periodista e ricercatrice spagnola Elisa McCausland, autrice del libro Wonder Woman. Il femminismo come superpotere, è categorica: "La película de Wonder Woman sacrifica su esencia feminista".

Perché? Perché nel film, Diana diventa "uno strumento di Zeus". La sua indipendenza, la sua forza, la sua stessa esistenza vengono ricondotte a un dio maschio. Ancora una volta, il patriarcato vince.

McCausland sostiene che pochi autori hanno saputo vedere il "potenziale sovversivo" del personaggio. E che il film, nonostante le apparenze, è solo l'ultimo di una lunga serie di tradimenti.

Anche l'attrice spagnola Elena Anaya, in un'intervista, disse chiaramente che non credeva si trattasse di un film femminista.

L'Isola Paradiso (poi Themyscira) è il luogo dove Diana è cresciuta: un'isola abitata solo da donne, guerriere immortali, discendenti delle Amazzoni della mitologia greca.

Sembra un'utopia femminista. Ed è così che viene venduta.

Ma ragioniamoci un attimo. Un'isola di sole donne, bellissime, seminude, che combattono con spade e archi. Chi l'ha inventata? Un uomo. Per chi l'ha disegnata? Per un pubblico prevalentemente maschile. Con quale scopo? Vendere fumetti.

Nel 2024, un nuovo fumetto di Wonder Woman è stato criticato dai conservatori per "messaggi anticristiani e anticonservatori". Nella storia, un cattivo usa citazioni bibliche per controllare le menti, e Wonder Woman si libera dichiarando: "Non credo alle tue parole. Non credo al tuo Dio".

I conservatori si sono infuriati. I progressisti hanno esultato. E ancora una volta, Wonder Woman è diventata un campo di battaglia culturale.

Alla fine, il problema di Wonder Woman è questo: non sa mai cosa vuole essere.

Vuole essere un simbolo femminista? Allora perché è disegnata come una pin-up?
Vuole essere un modello per le bambine? Allora perché deve essere perennemente sexy?
Vuole combattere il patriarcato? Allora perché la sua storia è stata scritta quasi sempre da uomini?

Donnamoderna, in un articolo degli 80 anni del personaggio, coglie perfettamente il punto: "È proprio in questa tensione irrisolta tra autonomia e compiacenza che Wonder Woman rimane un simbolo attuale".

Perché il femminismo non ha vinto. Forse non ha neanche pareggiato. E ogni donna è chiamata a trovare un punto d'equilibrio tra la necessità di essere Wonder Woman (per sopravvivere) e la frustrazione che nel 2021 (e ora nel 2026) sia ancora necessario ispirarsi a un personaggio di fantasia.

Wonder Woman non è un'eroina. È un oggetto conteso.

I conservatori la odiano quando critica la Bibbia. I progressisti l'adorano quando combatte i nazisti. I maschi la guardano perché è bella. Le femmine la guardano perché vorrebbero essere come lei. I creatori la violentano con le loro ossessioni. Le attrici la interpretano come possono. Il pubblico la consuma come popcorn.

Nella sua storia di 85 anni (dal 1941 al 2026), è stata:

  • Feticcio bondage per psicopatici

  • Modella per ragazzini

  • Baby sitter per famiglie perbene

  • Boutiquiera fallita

  • Guerriera mitologica

  • Icona femminista

  • Strumento di Zeus

  • Sventola cinematografica

  • Bandiera politica

Tutto e niente. Come una di quelle statue di cera che sembrano vive ma sono vuote dentro.

E il bello è che continuerà ad essere tutto questo. Perché Wonder Woman non è un personaggio: è uno schermo su cui proiettiamo le nostre ossessioni. E finché avremo ossessioni, avremo bisogno di lei.

Anche se, nel profondo, sappiamo che è solo una principessa bondage inventata da un uomo con tre mogli e una passione per le manette.

Ma di questo, ovviamente, non si parla. Meglio concentrarsi sulla musichetta epica e sulla piroetta in slow motion.


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