C'è un'immagine che chi conosce Batman solo dai film non ha mai visto. Quella in cui l'uomo che ha fatto del controllo assoluto la sua ragione di vita, il giustiziere che non mostra mai un cedimento, il simbolo di incrollabile determinazione... crolla. E piange.
Perché sì, Batman ha pianto. Non spesso, non in pubblico, non davanti ai nemici. Ma nei fumetti, nelle pagine più nere della sua storia, le lacrime sono scese sotto quella maschera. E quando succede, quando il Cavaliere Oscuro si concede il lusso (o la maledizione) di piangere, non è mai per sé. Mai per il suo dolore. È sempre per gli altri. Per quelli che non è riuscito a salvare.
Se c'è una data che ha segnato per sempre la psicologia di Batman, è quella della morte di Jason Todd. Il secondo Robin. Il ragazzo di strada, testa calda, ribelle, quello che forse somigliava a Bruce più di quanto Bruce volesse ammettere.
Una morte in famiglia (1988) non è solo una storia. È un massacro. Il Joker picchia Jason con un piede di porco, lo lascia morire in un'esplosione, e Batman arriva troppo tardi. Troppo tardi per salvare un altro ragazzo. Troppo tardi per fermare il clown. Troppo tardi.
E lì, tra le macerie dell'hangar in Etiopia, Bruce Wayne tiene tra le braccia il corpo senza vita di Jason. La scena non è urlata, non è melodrammatica. È silenziosa. Sporca. Reale. Lui lo stringe, e in quel momento non c'è Batman. Non c'è il Cavaliere Oscuro, non c'è il simbolo, non c'è la leggenda. C'è solo un uomo che ha fallito. Di nuovo.
Le lacrime non si vedono in primo piano, non c'è la classica inquadratura strappalacrime. Ma il dolore è lì, scolpito nella sua schiena piegata, nelle mani che non vogliono lasciare andare, nello sguardo che quando si rialza non sarà più lo stesso. Quella notte, Batman ha pianto. E una parte di lui è morta con Jason.
Anni dopo, un'altra perdita. Forse la più devastante. Alfred Pennyworth. Il maggiordomo. Il confidente. L'uomo che ha cresciuto Bruce dopo l'omicidio dei Wayne. L'unico che poteva chiamarlo "Master Bruce" e farlo sentire ancora un bambino, anche per un secondo.
In Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, in un futuro distopico dove Bruce è invecchiato e ha appeso il mantello al chiodo, c'è una scena che taglia il cuore come una lama. Bruce visita la tomba di Alfred. Solo, sotto la pioggia, davanti a quella lapide.
E piange.
Non ci sono nemici da combattere, non c'è una missione, non c'è Gotham da salvare. C'è solo un uomo vecchio e stanco davanti alla tomba dell'uomo che gli ha dato tutto. Le lacrime mischiate alla pioggia, la maschera che cade definitivamente. Alfred non era solo un maggiordomo. Era il padre che Bruce aveva perso da bambino. E perderlo di nuovo, da adulto, è un colpo da cui non ci si riprende. Mai.
Perché Batman piange solo quando il dolore è troppo grande per essere contenuto. Per anni, gli sceneggiatori hanno costruito il personaggio sull'idea del controllo assoluto. Bruce Wayne trasforma la sua tragedia in ossessione, il dolore in disciplina, la paura in terrore per i criminali.
Ma sotto quella corazza, sotto quei muscoli e quella determinazione di ferro, c'è un uomo che ha perso tutto. I genitori a otto anni. Jason a trenta. Alfred dopo una vita. Ogni volta che qualcuno che ama muore, è come se la pistola di Joe Chill sparasse di nuovo in quel vicolo di Gotham.
E allora le lacrime non sono debolezza. Sono il segno che, nonostante tutto, nonostante gli anni a combattere mostri e psicopatici, nonostante l'armatura che si è costruito addosso, dentro di lui c'è ancora qualcosa di umano. C'è ancora un bambino che piange i suoi morti.
Ci sono altri momenti, sparsi nella storia editoriale di Batman, in cui il velo si è squarciato. Quando ha creduto che Damian, il quarto Robin, fosse morto. Quando ha rivissuto l'omicidio dei genitori in certi incubi troppo vividi. Quando ha dovuto scegliere tra salvare Gotham e salvare chi amava.
Non sono mai lacrime facili. Non sono mai pianti da soap opera. Sono crepe nel granito. Sono il momento in cui il mito si ferma e l'uomo prende il sopravvento. E forse, paradossalmente, sono questi momenti a rendere Batman più grande. Perché un eroe che non soffre non è un eroe. È una macchina.
Batman soffre. Batman piange. Batman crolla. Ma poi si rialza. Sempre. E questa, alla fine, è la sua vera forza. Non l'assenza di paura, non l'assenza di dolore. La capacità di andare avanti nonostante tutto. Nonostante le lacrime.
Cosa ci insegna tutto questo? Che anche i più duri, anche quelli che sembrano invincibili, hanno un punto di rottura. Che il dolore non va negato, va attraversato. Che piangere non è da deboli, è da umani.
E Batman, per quanto cerchi di sembrare qualcosa di più, è profondamente umano. È umano nel suo dolore, nei suoi fallimenti, nelle sue lacrime. È umano quando stringe il corpo di Jason. È umano quando piange sulla tomba di Alfred.
Perché il vero Cavaliere Oscuro non è quello che non cade mai. È quello che cade, piange, sanguina, e poi si rialza. E continua a combattere. Perché non c'è alternativa. Perché Gotham ha bisogno di lui. Perché i morti non possono tornare, ma i vivi vanno protetti.
E allora sì, Batman ha pianto. E continuerà a piangere. Perché finché ci saranno bambini che perdono i genitori, ragazzi che muoiono troppo presto, vecchi che se ne vanno... lui sarà lì. A piangerli. E a combattere per loro.
Anche con le lacrime che gli rigano il volto sotto la maschera.
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