mercoledì 18 febbraio 2026

Bonelli contro Tutti: La Fabbrica dei Sogni che Ha Insegnato agli Italiani a Leggere



Mettiamola così: se oggi in Italia esiste una cultura del fumetto che non sia solo Topolino e supereroi Marvel, il merito è di una famiglia. I Bonelli. Quella gente lì che da ottant'anni sforna personaggi con una regolarità da catena di montaggio e una qualità che dovrebbe fare scuola.

Tex, Zagor, Mister No, Martin Mystère, Dylan Dog, Nathan Never. Nomi che per chi ha meno di trent'anni probabilmente sono solo etichette sbiadite in edicola, ma per chi ne ha qualcuno in più sono stati compagni di vita, insegnanti di moralità, specchi in cui guardarsi.

E la cosa sporca, la cosa autentica, è che questi personaggi hanno fatto tutto questo senza voli pindarici, senza poteri cosmici, senza essere dei semidei. Erano solo uomini. Con tutte le palle e tutte le paure che questo comporta.

Partiamo dal patriarca. Tex Willer esordisce nel 1938 . L'Italia è un paese che cerca di ricostruirsi, di dimenticare, di andare avanti. E arriva questo ranger con la faccia da Marlboro, capo bianco dei Navajos, che spara prima di parlare ma parla prima di giudicare.

Tex è il primo grande insegnamento che i Bonelli ci hanno regalato: la giustizia non è una formula matematica, è una questione di coscienza.

Lui è dalla parte della legge, ma quando la legge è ingiusta, la ignora. È amico dei pellerossa, ma quando i pellerossa sbagliano, li affronta. Ha un codice morale ferreo, ma non è un moralista. Uccide, eccome se uccide. Ma uccide chi deve essere ucciso, e soffre per ogni morte, anche quelle dei nemici.

I ragazzini degli anni Cinquanta imparavano da Tex che si può essere duri senza essere cattivi, che si può essere giusti senza essere ipocriti, che la parola data vale più di qualsiasi contratto. Roba che oggi, in un'epoca di like e di storie che durano ventiquattr'ore, sembra archeologia.

E Tex è ancora lì. Settantacinque anni dopo, ogni mese in edicola. Un personaggio che ha visto morire i suoi creatori, cambiare i suoi disegnatori, evolversi il mondo intorno a lui, e lui è sempre lì, con il suo cavallo e il suo fucile, a insegnare ai ragazzini di oggi quello che insegnava ai loro nonni.

Nel 1961 arriva Zagor . Un giustiziere che vive nella foresta di Darkwood, amico degli indiani, nemico dei prepotenti, con un'ascia in mano. Sergio Bonelli, che si firmava Guido Nolitta, lo crea come una sorta di Tarzan più intelligente, più politico, più consapevole.

Zagor è il secondo grande insegnamento: il forte deve difendere il debole, sempre. Anche quando il debole è uno stronzo.

Perché nelle storie di Zagor, gli indiani non sono tutti buoni, i bianchi non sono tutti cattivi. Ci sono navajos traditori e cowboys onesti, c'è il capitalista senza scrupoli e il missionario genuino. La complessità del mondo raccontata in fumetti da novantasei pagine che i ragazzini divoravano in un pomeriggio.

E poi Zagor ha un superpotere che non è un superpotere: l'amicizia. Con Cico, il messicano grasso e fifone, con i navajos, con tutti quelli che incrociano il suo cammino. Zagor vince perché ha qualcuno che gli copre le spalle, perché sa chiedere aiuto, perché sa che da soli non si va da nessuna parte.

Ancora una lezione che l'Italia del boom, quella che stava dimenticando la solidarietà contadina per rincorrere il benessere, aveva bisogno di sentire.

E arriviamo al 1975. L'Italia è negli anni di piombo, la tensione è altissima, la politica divide le famiglie. E i Bonelli tirano fuori Mister No. Jerry Drake, pilota americano che dopo la guerra si è stabilito in Amazzonia, a Manaus. Vive in una baracca, guadagna quel che basta per bere e rimandare i debiti, e si caccia nei guai con una regolarità disarmante.

Mister No è l'opposto di Tex. Tex è sicuro, granitico, sa sempre cosa fare. Jerry no. Jerry ha paura, Jerry scapperebbe, Jerry vorrebbe starsene sulla sua amaca a non pensarci. Ma poi qualcosa lo spinge ad agire. Non la giustizia, non il dovere, non l'onore. La decenza. La semplice, umana, fottuta decenza di non voltarsi dall'altra parte.

Questo è il terzo insegnamento: non devi essere un eroe per fare la cosa giusta. Devi solo essere una persona per bene.

Mister No ha insegnato a una generazione che si può avere paura e agire lo stesso, che si può essere fragili e trovare la forza, che non serve essere perfetti per essere utili. In un'epoca di ideologie che pretendevano risposte nette, lui offriva il dubbio. In un'epoca di eroi muscolosi, lui offriva la sua umanità dimessa.

Gli anni Ottanta sono iniziati, la televisione commerciale sta cambiando il paese, il riflusso nel privato è in pieno corso. E i Bonelli rispondono con Martin Mystère. Un antropologo newyorchese che vive a Manhattan, ha una moglie bellissima, un assistente neanderthaliano di nome Java, e passa il tempo a indagare su misteri irrisolti, civiltà scomparse, fenomeni inspiegabili. Martin Mystère è l'apoteosi della curiosità. Non è un combattente, non è un giustiziere, è un intellettuale. Risolve i problemi con la testa, con i libri, con le conoscenze. E quando non riesce a risolverli, ammette di non sapere. Onestà intellettuale applicata al fumetto popolare.

Il quarto insegnamento: la conoscenza è l'unico vero superpotere. Sapere le cose, informarsi, studiare, dubitare. Non accettare le versioni ufficiali, non credere alle facili spiegazioni, cercare sempre oltre.

In un decennio che avrebbe premiato l'apparire e il consumo, Martin Mystère predicava l'esatto contrario: conta quello che sai, non quello che hai.

E poi, il capolavoro. 1986. Tiziano Sclavi, che fino a quel momento aveva fatto cose buone ma non memorabili, partorisce Dylan Dog . L'Indagatore dell'Incubo. Un ex ispettore di Scotland Yard che si è dimesso dopo aver ucciso un uomo, e ora vive a Londra, in una casa con un campanello che urla, un assistente che assomiglia a Groucho Marx, e una fidanzata che cambia ogni tre numeri perché le sue storie finiscono sempre male.

Dylan Dog è il fumetto che ha cambiato il modo di fare fumetti in Italia. Perché Sclavi ha preso l'horror, che fino ad allora era stato roba da ragazzi o da B-movie, e ci ha infilato dentro tutto: la psicanalisi, la letteratura, l'arte, il cinema, la filosofia, e soprattutto la paura.

La paura di vivere, di amare, di invecchiare, di morire. La paura di noi stessi, dei mostri che abbiamo dentro, delle cose che non vogliamo ammettere. Dylan ha paura, continuamente. Trema, suda, urla, scappa. Ma va avanti lo stesso.

Il quinto insegnamento: la paura non è una vergogna. La vergogna è lasciare che ti fermi.

I numeri di Dylan Dog sono diventati cult. Il numero 1, "L'alba dei morti viventi", che omaggia Romero ma è già altro. Il numero 5, "La zona del crepuscolo", con i bambini assassini. Il numero 22, "La fine del mondo", con il meteorite che si avvicina. Il numero 43, "Memorie dall'invisibile", con l'uomo che nessuno vede. Capolavori di narrazione popolare che hanno venduto centinaia di migliaia di copie e formato intere generazioni.

E poi le copertine di Claudio Villa. Quelle facce, quelle atmosfere, quei colori. Roba che appenderesti ai muri, se non fosse che le hai lette e rilette fino a consumarle.

Sempre nel 1986, ma con un ritardo di pubblicazione che lo farà esordire nel 1991, nasce Nathan Never . Medda, Serra, Vigna prendono ispirazione da Blade Runner, da Asimov, dalla fantascienza più cupa, e costruiscono un futuro in cui la tecnologia non ha liberato l'uomo ma lo ha imprigionato ancora di più.

Nathan è un ex poliziotto, ex agente speciale, con un passato tragico (la moglie uccisa, la figlia lontana) e un presente fatto di casi da risolvere in una metropoli degradata. Non è un eroe, è un uomo che cerca di sopravvivere in un mondo che non gli piace, facendo un lavoro che non ama, per soldi che non gli bastano mai.

Il sesto insegnamento: il futuro non sarà migliore. Ma si può combattere lo stesso.

Nathan Never ha anticipato tante cose: l'inquinamento, il potere dei media, la solitudine tecnologica, la disuguaglianza sociale. E lo ha fatto con storie di genere, con inseguimenti, sparatorie, tradimenti, amori impossibili. Roba da fumetto popolare, ma con dentro una profondità che pochi hanno riconosciuto.

Non si può parlare di fumetti italiani senza citare l'Editoriale Corno, che ha fatto un lavoro speculare e complementare a quello dei Bonelli . Se Bonelli è stato il padre del fumetto popolare italiano, Corno è stato il padre del fumetto di genere e il battistrada dei supereroi Marvel in Italia.

Andrea Corno e Luciano Secchi (Max Bunker) fondano la casa editrice nel 1960. All'inizio pubblicano roba americana: Flash Gordon, Rip Kirby. Poi, nel 1964, arriva il botto: Kriminal e Satanik. Due personaggi neri, violenti, erotici, che rompono tutti gli schemi del fumetto per ragazzi. Sono storie di criminali, di assassini, di giustizieri senza scrupoli. Fanno scandalo, fanno discutere, vendono come il pane.

Kriminal arriva a 300.000 copie, Satanik a 200.000. Dino Buzzati, uno dei più grandi scrittori italiani, ammette di leggerli e scrive: "Tecnicamente parlando, non sono male. Hanno il dono della rapidità e della sintesi, che soddisfano le esigenze del pubblico stufo di romanzi faticosi dove non succede mai niente" .

Poi arriva Alan Ford, nel 1969. Magnus e Bunker creano un gruppo di supereroi improbabili, scalcinati, poveri in canna, che si riuniscono in una fioraia e hanno come capo un vecchio in sedia a rotelle. È il fumetto più surreale, più anarchico, più demenziale mai pubblicato in Italia. Con personaggi come il Grumo, Cariatide, Bob Rock, e quel geniaccio di Ciuky che è entrato nell'immaginario collettivo.

Ma il colpo grosso arriva nel 1970, quando la Corno acquisisce i diritti dei supereroi Marvel . L'Uomo Ragno, Devil, i Fantastici Quattro, Thor, Capitan America. Per la prima volta in Italia, i ragazzini possono leggere le avventure di Peter Parker e company in edicole, con una cadenza regolare, a prezzi accessibili. Il successo è immediato: 100.000 copie a testata.

La Corno diventa un'impero. Pubblica di tutto: fumetti di guerra, western, fantascienza, umoristici. Ha una scuola di autori, un esercito di traduttori, una macchina editoriale che funziona come un orologio. E poi, nel 1984, crolla tutto . Concorrenza, crisi, litigi interni. L'azienda chiude, i personaggi finiscono ad altri editori, e finisce un'epoca.

Mentre Bonelli faceva western e horror, e la Corno faceva nero e supereroi, c'era un'altra casa editrice che riempiva le edicole di risate: le Edizioni Bianconi . Fondate nel 1952 da Renato Bianconi, un milanese che aveva imparato il mestiere dalle Edizioni Alpe, hanno sfornato per decenni personaggi comici che hanno fatto ridere generazioni di italiani.

Trottolino (1952), uno scoiattolo antropomorfo pasticcione, creato da Giorgio Rebuffi, lo stesso che inventerà Tiramolla .

Volpetto (1955), una volpe che dà il nome a una testata contenitore da cui usciranno mostri sacri come Geppo e Nonna Abelarda.

Soldino (1957), il piccolo re del regno di Bancarotta, che scappa dai doveri e viene rincorso da Nonna Abelarda.

E poi Geppo, il diavolo buono che nell'inferno ostacola i piani di Satana . Un'idea geniale: il diavolo che fa il bene, che aiuta i dannati, che combina guai all'Inferno. Disegnato da Giovan Battista Carpi, poi da Pierluigi Sangalli, poi da Sandro Dossi. Un personaggio che ha insegnato che le apparenze ingannano, che anche dal male può venire il bene, che non esistono ruoli fissi.

Nonna Abelarda, la vecchietta iper-energetica che protegge Soldino e combina disastri.

Bongo, il gorilla in gilet che comunica mostrando cartelli . Una trovata talmente semplice e geniale che oggi, a distanza di cinquant'anni, sembra ancora modernissima. E Provolino, il pupazzo televisivo diventato fumetto, con quella vena satirica e d'attualità che lo rendeva unico .

I fumetti Bianconi erano piccoli, economici, stampati su carta povera. Costavano poche lire, si infilavano in tasca, si scambiavano con gli amici. Erano il divertimento dei ragazzini poveri, di quelli che non potevano comprare i libri illustrati o i giocattoli costosi. E hanno formato il senso dell'umorismo di intere generazioni.

In un panorama dominato dai grandi editori, c'è spazio anche per le perle nascoste. Una di queste è 2700, serie fantasy-fantascientifica creata da Manfredi Toraldo e Paolo Rotelli, pubblicata in proprio dalla Piuma Blu a partire dal 1995 .

La premessa è affascinante: dopo un cataclisma che ha distrutto la civiltà moderna, l'umanità è tornata a un nuovo Medioevo. Le armi da fuoco sono bandite, l'Inquisizione governa con pugno di ferro, e la tecnologia sopravvive solo nei Gearing, giganteschi robot d'acciaio controllati telepaticamente da coppie uomo-donna attraverso cristalli chiamati Sinapsi .

In questo mondo oppressivo nascono i Fanti, mutanti androgini capaci di controllare i Gearing da soli, senza bisogno della coppia. Sono considerati eretici, figli del diavolo, e vengono cacciati dall'Inquisizione e dai suoi Dieci guerrieri d'élite . Il protagonista, Ariel, è uno di loro, e vaga per i deserti con i suoi compagni Behemoth e Abner, cercando altri Fanti e sognando di spezzare l'egemonia della Chiesa.

2700 è un'opera ambiziosa, complessa, ricca di implicazioni religiose e filosofiche. Combina robot giganti in stile Gundam con atmosfere medievali, creando un mix unico nel panorama italiano . È nato in autoproduzione, distribuito prima in fumetteria e poi in edicola, dimostrando che si può fare qualità anche senza alle spalle una grande casa editrice.

Cosa resta di tutto questo? Restano ottant'anni di storia, centinaia di personaggi, migliaia di storie, milioni di lettori. Resta l'idea che il fumetto non è solo intrattenimento per bambini, ma un mezzo potente per raccontare il mondo, per insegnare valori, per far crescere le persone.

I Bonelli, la Corno, la Bianconi, le autoproduzioni: ognuno a suo modo ha contribuito a fare dell'Italia un paese di lettori di fumetti. Hanno riempito pomeriggi interi, hanno acceso immaginazioni, hanno fornito modelli di comportamento in un'epoca in cui la televisione era ancora in bianco e nero e internet non esisteva.

E oggi? Oggi i fumetti si leggono meno, si comprano in libreria più che in edicola, sono diventati roba da collezionisti più che da ragazzi. Ma Tex è ancora in edicola. Dylan Dog anche. Nathan Never pure. I personaggi della Corno sono stati ereditati da altre case editrici. Quelli della Bianconi sopravvivono nella memoria di chi li ha amati.

Perché i personaggi veri non muoiono mai. Restano lì, negli scaffali, nelle scatole in cantina, nella memoria. Aspettando che qualcuno li riprenda in mano, li sfogli, e torni a sognare.

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