mercoledì 18 febbraio 2026

All-Star Batman & Robin: Il Fumetto Che Voleva Essere Cult e Diventò una Cagata Pazzesca

Ovvero: quando Frank Miller e Jim Lee si sono seduti sulla mitologia di Batman e ci hanno fatto la pupù.

Immagina di essere alla DC Comics. Anno 2005. Hai un'idea geniale: un'etichetta chiamata All-Star, dove i più grandi autori del pianeta possono raccontare storie dei tuoi personaggi più famosi fuori dalla continuità, senza limiti, senza censure, senza dover rispondere a nessuno.

Affidi Superman a Grant Morrison e Frank Quitely. Risultato: All-Star Superman, una delle storie più belle, profonde e commoventi mai scritte sul personaggio. Roba da lacrime, da libreria, da antologia.

Affidi Batman a Frank Miller e Jim Lee. Miller ha scritto Il ritorno del Cavaliere Oscuro e Batman: Anno uno, due pietre miliari. Lee è uno dei disegnatori più amati di sempre, quello di Batman: Hush.

Cosa può andare storto?

Tutto.

All-Star Batman & Robin: Il Ragazzo Meraviglia è il risultato di quello che succede quando dai a un genio troppo potere, troppo spazio, e nessuno che gli dica "Frank, forse questo è un po' troppo". È un fumetto che un critico online definì perfettamente: "spiraleggia sempre più in profondità negli abissi dell'illeggibile".

Non è bello. Non è brutto nel senso classico. È qualcosa di peggio: è affascinante nella sua mostruosità. Come un incidente d'auto da cui non riesci a distogliere lo sguardo.

Benvenuti nel peggior fumetto di Batman mai pubblicato.

La storia inizia come molte storie di fumetti: con un cambio di rotta improvviso.

La serie era stata inizialmente affidata a Jeph Loeb, che all'epoca era il partner creativo perfetto per Jim Lee. Insieme avevano sfornato Batman: Hush, un successo stratosferico. Loeb aveva già scritto 11 numeri. Arthur Adams, altro disegnatore mostruoso, aveva già iniziato a lavorare sulle matite del secondo arco narrativo.

Poi succede il patatrac: Loeb inizia a lavorare anche per la Marvel. Alla DC, questa cosa non va giù. Decidono di sostituirlo.

E chi chiamano? Frank Miller.

Sulla carta, sembra una mossa da fenomeni. Miller è l'uomo che ha riscritto Batman per una generazione intera. Il suo nome sul frontespizio vale oro.

Nella pratica, è l'inizio della fine.

Miller, forte del suo status, impone delle condizioni. La prima: vuole che Chip Kidd curi la veste grafica dell'etichetta. Kidd è un grafico di lusso (sua la locandina di Jurassic Park), ma è anche costoso e insolito per una produzione mensile.

La seconda: Miller in quel periodo è distratto. Sta vivendo il successo del film Sin City, adattato insieme a Robert Rodriguez. Sta preparando *300* e The Spirit, che dirigerà da solo. Il cinema gli occupa la testa, e i fumetti passano in secondo piano.

Il risultato? Sceneggiature che arrivano in ritardo, una serie che esce quando vuole lei (12 numeri in 3 anni, dal 2005 al 2008), e una qualità che... beh, parliamone.

Miller vedeva All-Star Batman & Robin come un tassello del suo personale universo batmaniano. L'editor Bob Schreck lo definì un "Batman: Anno uno e mezzo" , idealmente collocato tra Anno uno e Il ritorno del Cavaliere Oscuro.

La serie racconta le origini di Robin, dall'incontro tra Bruce Wayne e Dick Grayson all'addestramento che porterà il ragazzo a diventare la spalla dell'uomo pipistrello.

Fin qui, tutto bene.

Il problema è il come.

Il Batman di All-Star non è il Cavaliere Oscuro. Non è il detective. Non è il protettore di Gotham.

È un sociopatico militaresco che sembra uscito da Sin City più che da Gotham City.

Un elenco parziale delle sue "gesta" nei primi numeri:

  • Sorride sadicamente mentre mena gente

  • Spacca le mandibole dei poliziotti

  • Li investe con la Batmobile

  • Rapisce Dick Grayson dopo la morte dei suoi genitori (invece di affidarlo ai servizi sociali)

  • Lo chiude nella Batcaverna e gli dice che se vuole mangiare, deve catturare i topi

  • Lo picchia a sangue come parte dell'"addestramento"

  • Lo lascia affamato per giorni, costringendolo a guardare i pipistrelli pensando "quello è cibo"

E la frase cult? Quando Dick gli chiede "Cosa stiamo aspettando?", Batman risponde: "I miei nemici, idiota. Non ascolti mai?".

Questo non è Batman. È Joker con le orecchie a punta.

Quello che emerge dalla serie è un disprezzo profondo, quasi nichilista, per l'intero mondo dei supereroi. Batman (e forse Miller con lui) vede gli altri eroi come incompetenti, ingenui, patetici.

La Justice League? Una banda di idioti.
Superman? Un pagliaccio.
Lanterna Verde? Un poveraccio con una fobia ridicola.

È la stessa rabbia reazionaria che Miller aveva già esplorato nel Cavaliere Oscuro, ma lì c'era una misura, un contesto, una ragione. Qui sembra che Miller abbia perso il senso della misura e abbia deciso di scrivere un graffito sulla facciata del tempio.

Se c'è una scena che riassume la follia della serie, è quella con Lanterna Verde.

Preoccupata per il comportamento di Batman, la Justice League manda Hal Jordan a parlare con lui. Batman lo accoglie in una stanza completamente dipinta di giallo. Lui e Robin sono dipinti di giallo. I mobili sono gialli. Tutto è giallo. Perché? Perché il giallo è il colore che neutralizza il potere dell'anello di Lanterna Verde.

Poi Robin gli toglie l'anello e lo riduce in fin di vita a pugni. Batman, per salvarlo, gli fa una tracheotomia con un taglierino.

Ora, prova a pensarci razionalmente:

  1. Batman ha dipinto un'intera stanza di giallo, compresi se stesso e un bambino, sapendo che Lanterna Verde sarebbe venuto

  2. Ha pianificato di attaccare un membro della Justice League

  3. Ha insegnato a un bambino di 12 anni a ridurre in fin di vita un supereroe

  4. Poi lo ha rianimato con una procedura chirurgica d'emergenza

Visivamente è potente, perché quelle pagine tutte gialle di Jim Lee sono bellissime. Concettualmente è folle e delirante.

E arriviamo a Jim Lee. Perché qui c'è un paradosso affascinante.

Lee è uno dei più grandi disegnatori di sempre. Il suo tratto è pulito, dinamico, elegante. I suoi personaggi sono belli, le sue tavole sono patinate, i suoi splash page sono memorabili.

In All-Star Batman & Robin, Lee disegna come solo lui sa fare. Ogni vignetta è una meraviglia tecnica. I muscoli di Batman sono scolpiti nel marmo. Robin ha l'espressività giusta. Le inquadrature sono cinematografiche.

Il problema è che i suoi disegni attenuano la violenza e la follia dei testi di Miller.

Quello che Miller descrive come brutale, sporco, feroce, Lee lo trasforma in qualcosa di patinato, cristallino, quasi asettico. L'occhio estetizzante di Lee fa a cazzotti con i testi bislacchi. Il risultato è un mondo da blockbuster patinato che racconta una storia da B-movie splatter.

È come guardare un film di Tarantino girato come una pubblicità di profumi. Funziona? Non funziona? Non lo sai, ma di certo non ti lascia indifferente.

La serie, su 12 numeri, ha una trama che si potrebbe riassumere in poche pagine. Il resto è allungare il brodo:

  • Pagine e pagine su Vicki Vale che sembrano non portare da nessuna parte

  • Black Canary che compare senza motivo

  • Batgirl che fa capolino

  • Joker che viene introdotto e poi dimenticato

  • Una Justice League che litiga su cosa fare di Batman

L'impressione è che Miller scrivesse quello che gli passava per la testa, senza un vero piano, e che Lee lo disegnasse perché tanto ogni splash page è una garanzia di vendite.

Il nono numero, quello di Lanterna Verde, è emblematico: un intero albo per una scena. Roba che oggi, con i ritmi di produzione serrati, non passerebbe mai.

All-Star Batman & Robin non è solo un brutto fumetto. È un brutto fumetto talmente estremo da diventare involontariamente comico.

La frase "I miei nemici, idiota" è diventata un meme. La scena di Lanterna Verde giallo è leggendaria. Il Batman che costringe un bambino a mangiare topi è roba da terapia psichiatrica.

I lettori, dopo lo stupore iniziale, hanno cominciato a prendere la serie per quello che era: un'opera talmente fuori di testa da meritare di essere letta e derisa. Come The Room di Tommy Wiseau, come Troll 2, come tutte quelle opere che falliscono così spettacolarmente da diventare cult.

Un critico online lo definì "un fumetto che spiraleggia sempre più in profondità negli abissi dell'illeggibile". È la definizione perfetta.

Qui si apre il dibattito. Miller è impazzito? Ha perso la mano? O sta facendo tutto apposta?

Jim Lee, nel libro Icons: The DC Comics and Wildstorm Art of Jim Lee, cercò di difendere la serie dicendo che i supereroi in All-Star sono "disgustati" dalla società civile, e che sarà proprio la relazione con Robin a far mettere in discussione a Bruce i suoi metodi.

Il problema è che la serie si interrompe prima che questo sviluppo avvenga. Dei 12 numeri previsti, escono 12 (ma la storia resta incompiuta). Non sappiamo come Miller avrebbe voluto concluderla. Non sappiamo se quel Batman violento e sociopatico sarebbe davvero diventato il Cavaliere Oscuro che conosciamo.

Resta il dubbio: era genio o follia? O forse, semplicemente, Miller stava facendo satira? Stava prendendo per il culo l'intero genere supereroistico, costruendo un'architettura altisonante e barocca per dire "guardate quanto siete ridicoli"?

Non lo sapremo mai. E forse è meglio così.

Per capire la differenza, basta confrontare All-Star con Il Cavaliere Oscuro colpisce ancora, il seguito del capolavoro di Miller uscito qualche anno dopo.

Quello era un pastiche ingegnerizzato in ogni aspetto, dai testi ai colori, per commentare l'assurda cacofonia del mondo moderno e del genere supereroistico all'alba del terzo millennio. Era chiaramente satira, chiaramente voluto, chiaramente pensato.

All-Star no. All-Star è ambiguo. Non capisci se Miller sia ridicolo per sbaglio o di proposito. E questa ambiguità lo rende affascinante e irritante allo stesso tempo.

All-Star Batman & Robin è un fallimento. È il peggior fumetto di Batman mai pubblicato. È una serie che ha distrutto la carriera di Miller come autore di Batman (da lì in poi, tutto ciò che ha scritto è stato guardato con sospetto). È un'opera che ha fatto arrabbiare i fan, sconvolto i critici, e generato meme per anni.

Eppure.

Eppure, c'è qualcosa di ipnotico in questa serie. È come guardare un pittore famoso che decide di dipingere con le feci. È orribile, ma non puoi smettere di guardarlo. Ti chiedi: "Perché? Perché lo sta facendo?".

I disegni di Jim Lee sono bellissimi. Le idee di Miller sono folli. L'insieme è un pugno nello stomaco, un'opera che non ti lascia indifferente.

In un'epoca di fumetti tutti uguali, di storie sicure, di personaggi che non si possono toccare, All-Star Batman & Robin ha almeno il merito di averci provato. Ha fallito, certo. Ha fallito in modo spettacolare, fragoroso, catastrofico. Ma ci ha provato.

Forse, come dice l'articolo di Fumettologica, il suo intento era quello di essere "un graffito pestifero sulla facciata di un edificio istituzionale". Se è così, ci è riuscito alla grande.

Quella facciata, oggi, è ancora lì. Ma il graffio di Miller e Lee rimane. E ogni tanto, quando passi, non puoi fare a meno di guardarlo e pensare: "Ma che cazzo era?".

"Non so se Miller sia ridicolo per sbaglio o di proposito. Ma so che, per mandare questo messaggio, Miller e Lee non tracciano un segno con la bomboletta spray ma innalzano un'architettura altrettanto altisonante e barocca. Non c'è quindi modo di distinguere."

Voto: 1/10 (ma lo consiglio a tutti)



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