Tutti esseri umani (o quasi). Tutti con una psicologia complessa. Tutti, in un modo o nell'altro, uno specchio deformato di Bruce Wayne stesso.
E poi c'è Doomsday.
Creato nel 1992 da Dan Jurgens per un unico, spettacolare scopo – uccidere Superman – Doomsday è un'entità affascinante nel contesto dell'Universo DC. È la forza bruta fatta carne, un mostro geneticamente modificato su un pianeta infernale (Krypton, in alcune versioni) che è morto e risorto così tante volte da essersi evoluto per uccidere qualsiasi cosa, in qualsiasi modo, senza alcuna traccia di esitazione, linguaggio o morale.
Ma mettere questa creatura di fronte a Batman? È come chiedere a Sherlock Holmes di risolvere un caso sfondando un muro con la testa. Non funziona. Non può funzionare. Ecco perché Doomsday non sarebbe mai, in nessuna circostanza, un buon nemico per il Cavaliere Oscuro.
Per capire il disallineamento, bisogna partire da una domanda fondamentale: come funziona una buona storia di Batman?
Batman è, prima di ogni altra cosa, il più grande detective del mondo. Quando un criminale minaccia Gotham, Bruce Wayne non si limita a indossare il costume e a distribuire pugni. Analizza scene del crimine. Segue tracce finanziarie. Decodifica messaggi cifrati. Studia la psicologia dell'avversario. I combattimenti corpo a corpo sono il climax, non la sostanza. Anche quando affronta un avversario fisicamente superiore (come Bane), la narrazione si concentra sull'usura sistematica: Bane non spezza la schiena di Batman in uno scontro diretto, lo fa dopo averlo fatto fuggire da Arkham per giorni, privandolo del sonno, esaurendolo psicologicamente.
Doomsday capovolge questa formula. Doomsday non ha un piano. Non ha una base segreta. Non ha un ricatto, un indovinello, una doppia identità o una richiesta di riscatto. Doomsday ha solo una traiettoria: avanti. Distrugge tutto ciò che trova. Non si ferma a parlare. Non lascia indizi. Non può essere corrotto, minacciato o convinto.
Dove sta il "giallo" in una storia con Doomsday? Non c'è un mistero. Non c'è una debolezza psicologica da sfruttare. C'è solo un mostro che avanza. E Batman, in quel contesto, diventa superfluo.
La forza narrativa dei nemici di Batman non è mai stata la loro potenza di fuoco. È sempre stata la loro capacità di mettere alla prova chi è Bruce Wayne.
Prendiamo i casi più celebri:
L'Enigmista (Edward Nygma) non è un picchiatore. È un narcisista ossessivo che deve lasciare indizi, deve dimostrare la sua superiorità intellettuale. Batman vince non perché lo colpisce, ma perché risolve i suoi puzzle, umiliandolo intellettualmente. È una sfida di deduzione.
Due Facce (Harvey Dent) non è un folle casuale. È la tragedia stessa. Un uomo giusto, sfigurato e spezzato, che ha sostituito la giustizia con il caso. Batman non può "battere" Due Facce senza confrontarsi con il proprio fallimento (non aver salvato il suo amico) e con l'idea che anche lui potrebbe un giorno cedere alla follia.
Il Joker è l'apoteosi di questo meccanismo. Il Joker non vuole uccidere Batman. Vuole dimostrare che Batman è solo un folle come lui, che basta un giorno cattivo per trasformare chiunque in un mostro. Ogni scontro è un test del codice morale di Batman: fino a dove può spingersi senza uccidere? Quanto può resistere senza perdere la sanità mentale?
Bane, il caso più vicino a Doomsday, viene spesso frainteso. Sì, Bane è fisicamente imponente. Ma la sua arma più letale non è il veleno. È la sua mente tattica. Bane studia Batman per mesi. Scatena i detenuti di Arkham. Osserva Batman indebolirsi. E solo allora attacca. La "rottura della schiena" non è un pugno a caso: è il culmine di un piano strategico degno di un generale.
Vedete il filo comune? Ogni nemico di Batman pensa. Ha una filosofia. Una ferita. Un'ossessione. Anche i più violenti (Zsasz, Black Mask) hanno una psicologia che può essere analizzata e sfruttata.
Doomsday non ha nulla di tutto ciò. È un terremoto con le gambe. Non c'è psicologia. Non c'è dialogo. Non c'è specchio.
Mettiamo da parte la narrativa e parliamo di numeri. Doomsday è un'arma kryptoniana preistorica che ha ucciso Superman. Non "combattuto alla pari". Ucciso. A pugni. Mentre Superman, il campione della Terra, l'uomo d'acciaio, lo colpiva con tutta la sua forza.
Quale versione di Batman potrebbe sopravvivere anche solo a un colpo di Doomsday?
Nessuna. Nemmeno con l'armatura Hellbat (quella che Batman ha usato per combattere Darkseid) si parla di una sopravvivenza molto breve. Doomsday si adatta. Se lo colpisci con un'esplosione, la prossima volta è immune. Se lo congeli, la prossima volta rompe il ghiaccio. Se Batman usasse una delle sue famose "kryptonite di riserva" (che su Doomsday non funziona, non è kryptoniano in molte versioni), Doomsday semplicemente morirebbe e risorgerebbe immune.
Una storia in cui Batman combatte Doomsday in solitaria avrebbe due soli esiti realistici:
Batman muore nel primo minuto.
Batman non combatte affatto e usa un deus ex machina (es. teletrasporto, esilio in un'altra dimensione, invocazione della Justice League).
Entrambi sono pessimi esiti narrativi. Il primo è insoddisfacente e gratuito. Il secondo trasforma Batman da detective attivo in un operatore di leve tecnologiche, eliminando tutto ciò che lo rende unico.
Doomsday è un ottimo evento nell'universo DC. La sua funzione è chiara: è una calamità naturale, un test fisico assoluto. Per Superman, Doomsday è perfetto perché Superman può combatterlo fisicamente. Il dramma di Superman non è "riesco a batterlo?", ma "qual è il costo?". Superman vince, ma muore. È una tragedia sulla responsabilità e sul sacrificio.
Per Wonder Woman, Doomsday funziona come avversario di forza bruta che lei può affrontare (e in alcune storie, ha fatto).
Per la Justice League, Doomsday funziona come minaccia corale, un mostro che richiede tutto il team.
Ma per Batman? Batman nella League non è il combattente principale. È il cervello. È quello che dice: "Non possiamo batterlo frontalmente, serve un piano". E quando c'è Doomsday, il piano è sempre lo stesso: tenere Batman lontano e lasciare che i "pesi massimi" (Superman, Flash, Lanterna Verde) lo affrontino.
Doomsday riduce Batman a spettatore. E Batman non è uno spettatore.
C'è una regola non scritta nella narrazione: un eroe è affascinante quanto i nemici che affronta. Le migliori storie di Batman non sono quelle in cui picchia più forte, ma quelle in cui pensa più a fondo. L'Enigmista lo costringe a fare ginnastica mentale. Il Joker lo costringe a interrogarsi sulla moralità. Ra's al Ghul lo costringe a confrontarsi con l'immortalità e l'ecologia.
Doomsday non costringe Batman a fare nulla di tutto questo. Lo costringe a scappare, a chiamare rinforzi, o a usare un mecha. E nessuna di queste cose è ciò che i lettori cercano in una storia di Batman.
Un grande nemico di Batman pone uno specchio di fronte al trauma di Bruce Wayne. Lo costringe a evolversi, a soffrire, a scegliere. Doomsday non offre alcun riflesso. Non c'è tragedia in Doomsday. Non c'è caduta dalla grazia. Non c'è "avrei potuto essere io". C'è solo un muro di mattoni con i pugni.
E Batman, il più grande detective del mondo, non combatte i muri. Li aggira. O meglio ancora, li risolve. Ma Doomsday non ha un enigma da risolvere. Ha solo una faccia da colpire. E quella faccia, purtroppo per Batman, è l'unica cosa che lui non può permettermi di guardare dritto negli occhi.
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