A prima vista, Robin Hood e Conan il Barbaro sembrano appartenere allo stesso universo narrativo: sono entrambi fuorilegge, entrambi guerrieri, entrambi vivono ai margini di una società che li rifiuta. Impugnano archi e spade, guidano bande di seguaci, e alla fine di molte storie "vincono" in qualche modo contro i potenti.
Eppure, chiunque abbia letto un po' più a fondo sa che queste due figure non potrebbero essere più lontane. Sono opposti quasi perfetti, non solo nel tono delle loro avventure ma nella filosofia stessa che le anima.
Mettiamolo in chiaro subito: un famoso fuorilegge della letteratura ruba per riportare al trono il legittimo sovrano. L'altro diventa re strangolando il precedente re sui gradini del suo stesso trono. Uno restaura l'ordine. L'altro lo distrugge e ne crea uno nuovo con le proprie mani insanguinate.
Vediamo perché.
La prima grande differenza è il DNA culturale da cui nascono.
Robin Hood è un prodotto delle ballate medievali inglesi. Le prime testimonianze scritte risalgono al XIV secolo ("Piers Plowman" di William Langland, 1377), ma la tradizione orale è molto più antica. La sua Inghilterra è storicamente riconoscibile: la foresta di Sherwood nel Nottinghamshire, l'assenza di Re Riccardo Cuor di Leone (1189-1199), la tirannia del Principe Giovanni e dello Sceriffo di Nottingham. È una storia che parla di un sistema politico corrotto ma riparabile. Il re buono è vivo, è solo in prigione o in crociata. Una volta restaurato, l'ordine tornerà.
Conan il Barbaro, invece, è figlio della narrativa pulp americana degli anni '30. Robert E. Howard lo creò nel 1932 per la rivista "Weird Tales". Il suo mondo, l'Era Hyboriana, è deliberatamente inventato: un'età preistorica e mitica collocata dopo la scomparsa di Atlantide e prima della nascita delle civiltà storiche. Non c'è un "re buono" da restaurare perché non c'è mai stato un buon regno. Le città sono decadenti, i re sono corrotti o maghi malvagi, e la civiltà è descritta come un fragile castello di carte pronto a crollare sotto il peso della propria decadenza.
Qui sta il cuore della differenza.
Robin Hood ruba ai ricchi per dare ai poveri. Non è un dettaglio secondario: è l'essenza della sua leggenda. Il suo arco (mai chiamato "longbow" dagli inglesi, si noti) serve a proteggere i deboli, a ridistribuire la ricchezza, a umiliare l'arroganza dei potenti. Anche nelle versioni più oscure (come il film di Ridley Scott del 2010), Robin agisce sempre per un ideale di giustizia che trascende il suo interesse personale. Non diventa ricco. Non cerca un trono. Vuole solo che Riccardo torni e che la legge torni ad essere giusta.
Conan, invece, ruba per sé stesso. Con onestà brutale. In "La regina della Costa Nera" (1934), Conan dice chiaramente: "Non combatto per l'amore della battaglia, né per il desiderio di un trono. Combatto per i gioielli, per le donne, per il vino". È un mercenario. Un avventuriero. Un predone. Se aiuta qualcuno, è perché quella persona ha qualcosa che gli serve, o perché l'alternativa è peggiore. Non c'è un "povero" astratto che lo muove. C'è la sua sopravvivenza e la sua sete di vita. E, va detto, un suo codice d'onore personale: non tradisce chi lo segue, non attacca chi è indifeso, e uccide i mostri quando li incontra. Ma non è un filantropo.
Entrambi hanno un codice, ma sono codici diversi.
Robin Hood è spesso rappresentato come un cavaliere decaduto (in molte versioni è il Conte di Huntingdon). Conosce le regole della cavalleria: non uccide un avversario disarmato, rispetta le donne, perdona i nemici che si pentono. La sua banda di "Merry Men" (Uomini Allegri) non è un'orda: è una piccola corte in esilio, con ruoli, gerarchie, e persino un cappellano (Fra Tuck). C'è un ordine, anche nella foresta.
Conan, da vero cimmero, disprezza la cavalleria. Per lui, l'onore non è un codice imposto da un re o da una chiesa. L'onore è una qualità interiore: non mentire, non tradire i compagni, non sottomettersi a nessuno. In "Oltre il Fiume Nero", Conan dice: "La civiltà è un pettegolezzo. I barbari sono gli unici che sanno vivere". E ha una certa ragione nel suo mondo: le città sono piene di stregoni, schiavitù e corruzione. L'unico uomo veramente libero è quello che vive fuori dalle loro mura.
Robin Hood è un fuorilegge perché la legge è ingiusta. Ma non contesta l'idea della legge in sé. Vuole che la legge torni giusta. Per questo, nella maggior parte delle versioni, alla fine viene graziato da Re Riccardo, sposa Lady Marian e diventa un nobile rispettato. Il suo fuorilegge è temporaneo. È una fase di un ciclo che si chiude con la restaurazione.
Conan non chiede mai la grazia. Non la riconoscerebbe nemmeno. Se un re lo cattura, scappa o lo uccide. Se una città lo bandisce, se ne va ridendo. Il suo rapporto con il potere è nihilista: il potere è di chi lo prende. E alla fine, Conan diventa re di Aquilonia non perché ne abbia diritto, non perché un re buono sia stato usurpato, ma perché uccide il re malvagio Numedides con le sue mani, siede sul trono e dice: "Conan, re d'Aquilonia". Fine della storia. Nessuna restaurazione. Una conquista.
Robin Hood vive in un mondo cristiano. Anche quando le storie includono elementi magici (come in alcune ballate con fate o eremiti), c'è sempre un sottofondo di fede. Robin va in chiesa, rispetta le feste religiose, e Fra Tuck è lì proprio per ricordare che anche nella foresta c'è posto per Dio.
Conan, invece, vive in un mondo di stregoneria oscura, dei sanguinari e orrori cosmici. Howard era amico di H.P. Lovecraft e ne condivideva il gusto per un universo indifferente e spaventoso. Conan non prega. Al massimo, bestemmia. Gli dei hyboriani (Crom, Mitra, Set) sono distanti, crudeli o inesistenti. In una delle frasi più famose di Howard, Conan dice: "Crom, dammi la forza di schiacciare i miei nemici e di ridere della morte. Ma non ti prego. Preferisco combattere da solo". È l'ultimo grido del paganesimo barbarico: l'uomo si fida solo della propria spada.
Alla fine, Robin Hood e Conan rappresentano due visioni della civiltà opposte e inconciliabili.
Robin Hood è un ottimista morale. Crede che il sistema possa essere riparato. Crede che esistano re buoni e re cattivi, e che il compito dell'uomo onesto sia distinguerli e aiutare i buoni a vincere. La sua storia è un inno alla giustizia sociale, alla lealtà e alla speranza che un giorno le cose andranno meglio.
Conan è un cinico esistenziale. Crede che la civiltà sia una menzogna, che i re siano tutti ladri con corone più luccicanti, e che l'unica cosa che conta sia la forza, l'astuzia e la libertà personale. La sua storia è un inno alla sopravvivenza, all'individualismo e a un'onestà brutale che non cerca scuse.
Uno restaura il trono. L'altro lo conquista. Uno prega. L'altro bestemmia. Uno ruba per i poveri. L'altro ruba per sé.
Entrambi sono eroi, ma di mondi diversi. E forse, proprio per questo, sono entrambi immortali.
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