La domanda che mi sono sentito porre,
in un angolo appartato di questo nostro infinito dibattito tra ombre
e leggende, porta con sé il peso di una certezza che quasi offende.
Se Jiraiya e Minato combattessero senza l'ausilio delle evocazioni,
chi vincerebbe? E la risposta, amico mio, è talmente ovvia da
rasentare l'impietoso, talmente scritta nel destino dei due
personaggi da far sembrare quasi crudele anche solo il porla. Minato.
Il Quarto Hokage. Il Lampo Giallo di Konoha. Colui che non ha mai
fatto affidamento sulle evocazioni per essere ciò che era: il ninja
più veloce mai vissuto, l'uomo che trasformò la guerra in una serie
di istanti fatali, il padre che non fece in tempo a diventare padre
perché già troppo occupato a diventare leggenda.
Eppure, proprio in questa ovvietà, in questa schiacciante disparità che i fumi del sake e i racconti dei reduci tendono a offuscare con la nostalgia, si cela forse la cruda essenza del combattimento nel mondo dei ninja. Non è solo questione di potenza, non è solo questione di tecniche, non è nemmeno questione di quell'indefinibile carisma che fa di un uomo un eroe e dell'altro un maestro. È questione di tempo. Di quel nanosecondo che separa la vita dalla morte, il colpo andato a segno dalla parata inutile, la vittoria dalla sconfitta. E in quel nanosecondo, nel regno dell'infinitamente piccolo dove si decidono le sorti dei grandi, Minato Namikaze non ha avuto eguali.
Osserviamo Jiraiya, l'Eremita Rospo, il Toad Sage, colui che ha insegnato tutto a Nagato e a Minato stesso, e che a sua volta ha imparato dai monti sacri e dalle donne cambiaforma. Senza le sue evocazioni, senza i due vecchi rospi sul monte Myoboku, senza Gamabunta a fare da scudo e da ariete, cosa resta? Resta un uomo. Un uomo di immensa stazza e immensa esperienza, certo, ma pur sempre un uomo di carne e chakra. Resta il Rasengan, quella sfera di perfezione rotante che lui stesso contribuì a perfezionare ma che non inventò. Resta il Jutsu della Criniera del Leone, quella chioma bianca che si trasforma in arma, memoria forse di antichi spiriti giapponesi o semplice espediente per sorprendere l'avversario. Resta lo Stile del Fuoco, la Palude Oscura che inghiotte e imprigiona, l'olio dei rospi che lubrifica e acceca. Un arsenale rispettabile, persino temibile per chiunque. Ma non per Minato.
Perché Minato, vedete, non è chiunque. Minato è colui che ha trasformato lo Space-Time Ninjutsu da teoria accademica a pratica quotidiana. È l'uomo che appare dove non lo aspetti, che colpisce dove non sei più, che svanisce prima ancora che il tuo occhio abbia registrato la sua presenza. La sua velocità non è quella del vento, che pure si sente prima di vedere. È quella della luce, che semplicemente è lì, e poi non più, e poi di nuovo lì, altrove. E contro questa velocità, contro questa capacità di essere contemporaneamente ovunque e in nessun luogo, cosa può la barriera sensoriale di Jiraiya? Può percepire, ci dicono gli appassionati nei loro forum, può avvertire la presenza nemica, può forse anche intuire la direzione dell'attacco. Ma tra il percepire e il parare, tra l'avvertire e lo schivare, tra il sapere che la morte sta arrivando e il fare qualcosa per evitarla, esiste un abisso che solo la velocità può colmare. E Jiraiya, per quanto grande, per quanto potente, per quanto saggio, quella velocità non ce l'ha.
Proviamo a immaginare la scena, se ci riesce, senza l'alone mitologico che avvolge entrambi. Un campo di battaglia qualunque, l'erba alta, il cielo grigio di pioggia imminente. Jiraiya in posizione, la schiena leggermente curva, le mani già pronte a tessere segni, i sensi all'erta come quelli di un vecchio lupo che ha imparato a diffidare di ogni ombra. Minato, dall'altra parte, immobile, quasi rilassato, con quel sorriso lieve che non abbandona mai il suo volto. Poi l'attimo. Un battito di ciglia. Un fremito nell'aria. E Jiraiya, il Saggio dei Rospi, l'uomo che ha sfidato Pain e i segreti del mondo, si ritrova con un Kunai puntato alla gola senza aver fatto in tempo a muovere un muscolo. Non perché sia lento, non perché sia impreparato, non perché la sua barriera sensoriale abbia fallito. Ma perché la differenza tra la velocità di un uomo e quella di un altro non è questione di gradi, ma di ordini di grandezza. È come pretendere di fermare un fulmine con un ombrello.
C'è chi obietta: Jiraiya potrebbe usare la Palude Oscura, trasformare il terreno in una trappola di fango, impedire a Minato di muoversi. Ma Minato, il Lampo Giallo, non ha bisogno di toccare terra per colpire. Il suo Flying Thunder God Technique non richiede appigli, non richiede rincorse, non richiede nulla se non un segno, un marchio, un punto di riferimento nello spazio. E chi dice che quel segno non possa essere lo stesso Jiraiya, marchiato in un attimo di distrazione, in un contatto fugace, in un batter d'ali che il Saggio non avrebbe nemmeno registrato? Da quel momento, la battaglia sarebbe già finita prima di cominciare. Da quel momento, Jiraiya non sarebbe più un combattente, ma un bersaglio.
La verità, amico mio, è che questo confronto non è mai stato equo. Non lo è mai stato nemmeno nei sogni dei fan più accesi, nemmeno nelle discussioni più accese nei retro delle fumetterie, nemmeno nelle notti insonni passate a disegnare scenari alternativi. Minato è stato disegnato per essere perfetto, per essere irraggiungibile, per essere quel punto fermo di luce contro cui si infrangono tutte le onde. Jiraiya, al contrario, è stato disegnato per essere umano, per essere fallibile, per essere grande proprio nella sua umanità, nei suoi vizi, nei suoi errori, nel suo sacrificio finale che non fu vittoria ma testimonianza. Jiraiya è l'uomo che muore perché la storia vada avanti. Minato è l'uomo che vive quanto basta per lasciare un segno così profondo da non poter essere cancellato nemmeno dalla morte.
E allora, quando ci chiediamo chi vincerebbe, la risposta è già scritta nei destini incrociati di questi due personaggi. Minato vincerebbe, e vincerebbe in un istante, con la stessa rapidità con cui ha sigillato la Volpe a Nove Code nel corpo del figlio, con la stessa fredda efficienza con cui ha decimato eserciti nemici, con la stessa matematica precisione con cui ha calcolato ogni suo movimento. Jiraiya perderebbe, e perderebbe non per demerito, ma per destino, perché il suo ruolo nel mondo non era quello di vincere, ma quello di insegnare, di proteggere, di tramandare. E in fondo, forse, anche in questa sconfitta annunciata c'è una forma di vittoria. Perché Jiraiya ha insegnato a Minato, e Minato ha vinto anche per lui, anche grazie a lui, anche nel nome di quel legame che va oltre la forza, oltre la velocità, oltre la morte stessa.
Ma sul campo di battaglia, lontano dai libri di storia e dalle lacrime dei discepoli, non ci sono legami che tengano. C'è solo il lampo. E il lampo, quando cade, non lascia scampo. Nemmeno ai saggi. Nemmeno ai maestri. Nemmeno a coloro che, in un'altra vita, in un'altra storia, avrebbero potuto meritare di vincere. La giustizia del combattimento non è la giustizia del cuore. E Minato, il Quarto Hokage, il Lampo Giallo, ne è la prova vivente. O forse, dovrei dire, la prova morta. Perché anche i lampi, alla fine, si spengono. Ma mentre durano, non c'è ombra che possa oscurarli. E Jiraiya, quella ombra, l'avrebbe attraversata senza nemmeno vederla arrivare.