lunedì 17 novembre 2025

Vandal Savage, l’eterno antagonista: perché è uno dei supercriminali più interessanti di DC (e come si confronta con Marvel)

Nel dibattito su chi sia il supercriminale più interessante tra DC e Marvel, spesso emergono nomi prevedibili: Joker, Lex Luthor, Thanos, Magneto, Doctor Doom. Tutti giganti del mito fumettistico. Eppure c’è una figura che, più di molte altre, attraversa la storia come un’ombra persistente, adattandosi a ogni epoca, a ogni ideologia, a ogni sistema di potere: Vandal Savage, noto in origine come Vandar Adg. Non è soltanto un nemico degli eroi. È una tesi vivente sulla natura del potere, della civiltà e dell’umanità stessa.

Vandal Savage non nasce supercriminale. Nasce prima di tutto. Primo dell’umanità a essere trasformato dall’esposizione alla misteriosa radiazione di una stella caduta, Vandar Adg diventa il primo metaumano attivo della storia. Immortalità, rigenerazione accelerata, forza superiore, mente potenziata: ma soprattutto tempo. Un tempo illimitato.

Qui sta la chiave del personaggio. Savage non è interessante per ciò che può fare in uno scontro fisico, ma per ciò che può attendere. Dove gli altri pianificano per anni, lui pianifica per secoli. Dove i villain tradizionali vogliono vincere una battaglia, Savage vuole vincere la storia.

Uno degli aspetti più affascinanti di Vandal Savage è il suo rapporto con il potere. Non è un conquistatore impulsivo. Non è un nichilista. Non è nemmeno, in senso stretto, un distruttore. Savage è un costruttore autoritario di civiltà. Crede sinceramente di essere il solo adatto a guidare l’umanità, perché è l’unico che l’ha vista nascere, crescere, cadere e rinascere infinite volte.

Nella sua lunga esistenza è stato — direttamente o indirettamente — figure come Gengis Khan, consigliere di Napoleone Bonaparte, tiranno, re, stratega, burattinaio. Non cerca il caos: cerca l’ordine. Un ordine imposto, sì, ma coerente con la sua visione darwiniana della storia. Gli eroi lo fermano, certo. Ma mai senza fatica. E soprattutto: mai in modo definitivo.

A differenza di molti antagonisti che, una volta sconfitti, vengono archiviati fino alla prossima saga, Vandal Savage accetta la sconfitta come parte del processo. Per lui perdere una guerra non significa perdere il conflitto. Significa raccogliere dati. Studiare. Aspettare.

Questo lo rende profondamente inquietante. Savage non ha bisogno di vincere oggi. Può permettersi di perdere cento volte se questo lo avvicina alla vittoria finale tra mille anni. È una mentalità che nessun eroe può davvero contrastare, perché gli eroi sono, per definizione, legati al presente.

Se spostiamo lo sguardo su Marvel, il paragone più immediato è Kang il Conquistatore. Anche Kang attraversa le epoche, manipola la storia, vede il tempo come una risorsa. Ma Kang è un uomo del futuro che guarda al passato come a una scacchiera. Savage è il contrario: un uomo del passato che ha vissuto tutto il futuro. Kang è tecnologia e paradosso temporale. Savage è biologia, esperienza, istinto.

Un altro parallelo interessante è Doctor Doom. Come Savage, Doom crede sinceramente di essere la migliore opzione per il mondo. Anche Doom vede sé stesso come un sovrano illuminato, un male necessario. Ma Doom è tragicamente umano: ferito nell’orgoglio, ossessionato dal riconoscimento, intrappolato nel presente della sua rivalità con Reed Richards. Savage, invece, non ha bisogno di essere riconosciuto. Gli basta sopravvivere. Sa che il tempo, prima o poi, gli darà ragione.

Ciò che rende Savage davvero interessante non è solo ciò che fa, ma ciò che rappresenta. È una riflessione brutale sull’immortalità. Non quella romantica dei vampiri, né quella eroica degli dèi. Ma l’immortalità come logoramento morale. Savage ha visto ideali nascere e fallire. Religioni sorgere e crollare. Rivoluzioni tradire sé stesse. In questo senso, la sua cinica visione del mondo non nasce dalla cattiveria, ma dall’esperienza.

È facile condannarlo come tiranno. Più difficile è confutarlo sul piano storico. Quante volte l’umanità ha dimostrato di non imparare nulla? Quante volte ha ripetuto gli stessi errori? Savage è il villain che ti costringe a porti una domanda scomoda: e se avesse ragione sul fatto che l’umanità non può governarsi da sola?

Non è un caso che molti lettori e spettatori abbiano scoperto o riscoperto Vandal Savage grazie a Young Justice. In quella serie, Savage viene elevato al rango di architetto cosmico, collegato persino alle forze più antiche dell’universo DC. Lì non è più soltanto un nemico della Justice League, ma una costante storica, una presenza che attraversa Atlantide, Apokolips, le stelle.

Questa reinterpretazione ha fatto emergere ciò che Savage è sempre stato nel profondo: non un supercriminale episodico, ma una variabile fondamentale dell’universo DC.

Vandal Savage è interessante perché non ha bisogno di dimostrare nulla. Non cerca approvazione. Non cerca applausi. Non cerca nemmeno vendetta. Cerca continuità. Vuole essere l’asse intorno a cui ruota la storia umana. E in parte, lo è già.

In un panorama affollato di villain urlanti, istrionici o iperpotenti, Savage si distingue per la sua calma glaciale. È il cattivo che sa aspettare. E questo, in narrativa, è spesso il più pericoloso di tutti.

Cosa penso di Vandal Savage? Sì, è profondamente interessante. Non perché sia il più forte, ma perché è il più longevo, il più paziente, il più ideologicamente coerente. È un supercriminale che non combatte solo gli eroi, ma l’idea stessa di progresso umano.

Se Joker è il caos, Luthor l’ego, Thanos l’equilibrio forzato e Doom l’orgoglio ferito, Vandal Savage è il tempo. E contro il tempo, alla fine, tutti — eroi compresi — sono costretti a perdere.



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