giovedì 20 novembre 2025

Swamp Thing, l’origine che ha riscritto il mito dei supereroi DC

In un universo narrativo affollato di dèi, alieni e vigilanti mascherati, poche storie di origini hanno avuto l’impatto culturale, filosofico e letterario di Swamp Thing. Non Batman, non Superman, non Wonder Woman. Ma Alec Holland — o meglio, ciò che resta di lui — rappresenta forse la più audace e disturbante reinvenzione mai compiuta dalla DC Comics. Un’origine che non si limita a spiegare la nascita di un personaggio, ma che mette in crisi il concetto stesso di identità, umanità e coscienza.

Creato nel 1971 da Len Wein e Bernie Wrightson, Swamp Thing nasce inizialmente come un classico racconto gotico: uno scienziato ucciso da un’esplosione chimica che rinasce come creatura mostruosa delle paludi. Per oltre un decennio, lettori e personaggio condividono la stessa convinzione: Swamp Thing è Alec Holland, intrappolato in un corpo vegetale. Una tragedia, sì, ma rassicurante nella sua linearità.

Poi, nel 1984, arriva Alan Moore.

Con il suo ciclo rivoluzionario su The Saga of the Swamp Thing, Moore non si limita a rilanciare una serie in declino: la smonta pezzo per pezzo e la ricostruisce su fondamenta completamente nuove. La rivelazione è brutale quanto geniale: Swamp Thing non è mai stato Alec Holland. Alec è morto. Ciò che cammina, pensa e soffre nelle paludi non è un uomo trasformato, ma una forma di vita vegetale senziente che ha assorbito i ricordi dello scienziato, convincendosi di essere umano.

È un colpo narrativo che ridefinisce la storia delle origini di Swamp Thing e la eleva a livello di horror esistenziale. Chi — o cosa — è Swamp Thing? È un “lui” o un “esso”? È vivo o morto? Mortale o divinità del Verde? La serie di Moore trasforma queste domande in motore tematico, rendendo il protagonista uno dei personaggi più inquietanti e complessi dell’universo DC.

A differenza di Superman, che scopre di essere più che umano, Swamp Thing scopre di non esserlo mai stato. E questa consapevolezza è infinitamente più devastante. L’orrore non nasce da un mostro esterno, ma dalla perdita definitiva dell’identità. La vera paura è guardarsi dentro e non trovare più un’anima umana.

Parallelamente, Moore intreccia alla crisi identitaria un forte messaggio ambientalista, rendendo Swamp Thing il protettore del Verde, la forza collettiva di tutta la flora terrestre. L’ecologia non è uno sfondo, ma una tensione morale centrale: fino a che punto la vita vegetale dovrebbe tollerare il saccheggio sistematico dell’ecosistema da parte dell’uomo? In alcune delle sue riflessioni più radicali, Swamp Thing arriva persino a contemplare la supremazia della natura sull’umanità.

In questo scenario di alienazione e grandezza cosmica, l’unico vero ancoraggio emotivo è Abby Arcane. Nipote del nemico giurato Anton Arcane, Abby rappresenta l’unica forma di amore possibile per una creatura che non ha più un corpo umano. Il loro legame — reso celebre da una delle scene più iconiche del fumetto — non è carnale né convenzionale: è una fusione sensoriale, mentale e spirituale che trascende il linguaggio del desiderio fisico. Un’intimità pura, quasi mistica, che molti considerano una delle rappresentazioni più profonde dell’amore mai viste nei comics.

La storia delle origini di Swamp Thing, così come riscritta da Alan Moore, non parla solo di superpoteri o trasformazioni. Parla di cosa significa essere. Di quanto fragile sia l’idea di identità. E di come la perdita di certezze possa essere più spaventosa di qualsiasi demone o supercriminale.

In un panorama dominato da miti rassicuranti, Swamp Thing è un’eccezione radicale. Un protagonista terrificante non per ciò che fa, ma per ciò che è. O per ciò che scopre di non essere mai stato. Ed è proprio per questo che, ancora oggi, la sua origine resta una delle più belle, profonde e indimenticabili dell’intero universo DC.



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