Ci sono antagonisti che vogliono il potere, altri che vogliono il controllo, altri ancora che desiderano semplicemente sopravvivere in un mondo dominato dalla violenza. E poi c’è Kaioh. In Hokuto no Ken 2, Kaioh non rappresenta soltanto un nemico più forte degli altri, né semplicemente l’ultimo ostacolo sulla strada di Kenshiro. La sua funzione narrativa è molto più interessante: Kaioh rappresenta la possibilità che una persona, dopo essere stata esposta alla sofferenza, possa trasformare quella sofferenza in una spiegazione totale dell’esistenza.
Ed è proprio qui che il personaggio diventa filosoficamente interessante. Kaioh non si limita a soffrire. Costruisce una visione del mondo nella quale la sofferenza diventa la prova che il mondo è fondamentalmente malvagio, che la compassione è una debolezza e che i legami affettivi sono strumenti attraverso i quali l’uomo può essere ferito. La sua tragedia non consiste quindi soltanto nel dolore che ha subito, ma nel modo in cui quel dolore viene successivamente organizzato, interpretato e trasformato in ideologia.
Kaioh e Kenshiro condividono qualcosa di fondamentale. Appartengono alla stessa linea familiare e sono legati alla stessa tradizione marziale. Ma proprio questa somiglianza rende ancora più importante la loro differenza. Se fossero semplicemente due uomini provenienti da mondi completamente diversi, il loro conflitto sarebbe soprattutto fisico. Invece Kaioh rappresenta una possibilità alternativa di ciò che Kenshiro avrebbe potuto diventare. È quasi uno specchio deformato.
Il punto non è dunque: “Kenshiro è buono e Kaioh è cattivo”. È troppo semplice. Il punto è: come possono due uomini sottoposti alla violenza e alla perdita arrivare a conclusioni completamente opposte?
Kenshiro attraversa il dolore senza permettere che il dolore diventi l’unica definizione della sua identità. Kaioh compie il movimento contrario. Il dolore diventa progressivamente una lente attraverso cui interpretare tutto ciò che lo circonda. A quel punto non è più soltanto qualcosa che gli è accaduto: diventa una teoria sull’esistenza.
Ed è questa trasformazione a rendere Kaioh inquietante.
Quando una persona soffre, può chiedersi perché sia accaduto qualcosa. Kaioh compie un passo ulteriore: arriva a trasformare la propria esperienza in una conclusione generale. Se il mondo gli ha mostrato crudeltà, allora il mondo è crudeltà. Se l'affetto ha prodotto sofferenza, allora l'affetto è debolezza. Se la compassione può essere sfruttata, allora la compassione deve essere eliminata. È un processo radicale di generalizzazione: dall’esperienza individuale alla legge universale.
Ed è qui che il linguaggio psicologico utilizzato per descrivere Kaioh deve essere maneggiato con attenzione. Dire che il personaggio rappresenta un uomo che ha trasformato il trauma in identità è una potente interpretazione narrativa. Dire invece che Kaioh “ha una dissociazione”, che presenta una determinata struttura clinica o che la sua crudeltà costituisce necessariamente un meccanismo psicologico specifico significa fare un'affermazione molto più forte. Il personaggio è costruito dalla narrazione; non è un paziente che possiamo sottoporre a valutazione clinica.
La distinzione è importante perché spesso oggi si commette l'errore di utilizzare il vocabolario della psicologia come se fosse una chiave universale. Basta trovare rabbia, freddezza, isolamento o violenza e immediatamente compaiono parole come trauma, dissociazione, anestesia emotiva, narcisismo, repressione. Ma un personaggio può essere letto attraverso concetti psicologici senza che quei concetti costituiscano automaticamente una diagnosi.
Nel caso di Kaioh, è molto più interessante osservare ciò che la narrazione effettivamente costruisce: un uomo che non vuole più essere vulnerabile e che, per eliminare la propria vulnerabilità, cerca di eliminare tutto ciò che la rende possibile.
Qui entra in gioco il concetto di demone. Il “Makai” non deve necessariamente essere interpretato soltanto come una categoria psicologica. È anche una scelta narrativa e simbolica. Kaioh si colloca deliberatamente dalla parte dell'oscurità, del demonio, della distruzione. Costruisce intorno a sé un'immagine che gli consente di trasformare la propria ferocia in principio.
E questa è un'operazione fondamentale: la forza non viene più semplicemente esercitata, viene giustificata.
Un uomo crudele può essere semplicemente crudele. Kaioh è più complesso perché la sua crudeltà pretende di avere una ragione. Il suo mondo deve funzionare secondo la sua filosofia. Se la compassione è debolezza, allora chi mostra compassione deve essere sconfitto. Se l'amore rende vulnerabili, allora l'amore deve essere distrutto. Se Kenshiro continua a dimostrare che la forza può convivere con la compassione, allora Kenshiro diventa una minaccia non soltanto fisica ma ideologica.
Questo spiega perché lo scontro tra i due abbia una dimensione diversa rispetto a una semplice battaglia tra maestro e avversario.
Kaioh deve sconfiggere Kenshiro, ma in un certo senso deve anche smentirlo.
Perché se Kenshiro può essere forte senza diventare disumano, allora l'intera filosofia di Kaioh perde consistenza. Se si può soffrire senza trasformare la sofferenza in odio universale, allora Kaioh deve confrontarsi con una possibilità che mette in discussione tutto ciò che ha costruito.
È questo il cuore del loro confronto.
Kenshiro dimostra che la sofferenza non determina automaticamente ciò che diventeremo. Kaioh dimostra invece cosa può accadere quando la sofferenza viene elevata a principio interpretativo assoluto. Il primo attraversa il dolore; il secondo lo trasforma in una religione personale.
E qui arriviamo a una delle formule più efficaci per descrivere il personaggio: Kaioh non prova semplicemente odio; Kaioh finisce per diventare l'odio che ha scelto di rappresentare.
Ma anche questa frase va compresa fino in fondo. Non significa che dentro Kaioh non esista più alcuna umanità. Al contrario, è proprio la presenza di quella dimensione umana a rendere tragica la sua figura. Un personaggio completamente privo di legami, desideri, memoria e vulnerabilità sarebbe semplicemente un mostro. Kaioh è interessante perché la sua mostruosità nasce dalla storia dell'uomo che c'è dietro.
La sua forza, quindi, non è soltanto capacità distruttiva. È anche una costruzione identitaria. Kaioh deve essere Kaioh. Deve essere il demone, l'oscurità, colui che non teme nulla, colui che non ha bisogno degli altri. Più radicale diventa questa immagine, più diventa difficile tornare indietro.
Ed è qui che la frase “crede di essere invincibile perché non sente più nulla” assume un significato particolarmente interessante. Non sentire dolore non equivale necessariamente ad averlo superato. Esiste una differenza enorme tra elaborare una ferita e costruire una corazza intorno alla ferita.
La prima modifica il rapporto con ciò che è accaduto. La seconda modifica il comportamento necessario per non essere nuovamente colpiti.
Kaioh sceglie la seconda strada.
E allora la sua presunta invulnerabilità diventa paradossale: più deve dimostrare di non avere bisogno di nessuno, più il mondo intero deve essere sottoposto alla sua volontà. La necessità di dominare può diventare, paradossalmente, la prova che qualcosa continua a minacciare la sua costruzione interiore.
Per questo il confronto con Kenshiro è così potente. Kenshiro non è semplicemente l'uomo più forte che Kaioh deve sconfiggere. È la dimostrazione vivente che la forza e la compassione non sono necessariamente incompatibili.
Kenshiro può uccidere, ma può anche piangere. Può essere devastante in combattimento e contemporaneamente riconoscere il dolore degli altri. Può essere potente senza dover cancellare la propria sensibilità.
Kaioh, invece, tenta di risolvere il problema della vulnerabilità eliminando ciò che rende vulnerabili: l'amore, il legame, la compassione, la fiducia.
È una soluzione apparentemente semplice e in realtà autodistruttiva.
Perché se elimini la capacità di essere ferito, elimini anche una parte della capacità di essere coinvolto, di amare, di riconoscere l'altro. La corazza protegge, ma contemporaneamente separa.
Ed è questo che rende Kaioh più interessante di un semplice “villain finale”. La domanda che pone non è soltanto “chi vincerà lo scontro?”. La domanda è: quanto della nostra umanità siamo disposti a sacrificare pur di non soffrire più?
Kaioh porta questa domanda all'estremo. Non vuole più soltanto evitare il dolore: vuole costruire un mondo nel quale il dolore non possa più avere il significato che aveva prima. E per farlo deve distruggere tutto ciò che dimostra che esiste un'alternativa.
La sua tragedia, quindi, non è semplicemente quella di un uomo che ha sofferto troppo. È quella di un uomo che ha costruito una filosofia nella quale cambiare idea significherebbe mettere in discussione l'intera identità che ha costruito.
Ed è proprio qui che Hokuto no Ken 2 supera la semplice contrapposizione tra eroe e cattivo. Kenshiro e Kaioh non sono soltanto due combattenti che possiedono tecniche diverse. Sono due risposte diverse alla stessa domanda: che cosa facciamo del dolore che ci attraversa?
Uno lo porta con sé senza permettergli di cancellare la propria umanità. L'altro lo trasforma in una legge universale.
E forse è questo il vero motivo per cui Kaioh rimane uno degli antagonisti più interessanti dell'universo di Hokuto no Ken. Non perché sia semplicemente più malvagio degli altri, ma perché porta una possibilità umana fino al suo punto estremo: quella di trasformare una ferita in identità, l'identità in ideologia e l'ideologia in distruzione.
Il problema di Kaioh non è quindi soltanto che odia il mondo.
È che ha bisogno che il mondo sia esattamente come lo ha immaginato.
Perché se esistesse anche una sola possibilità di dimostrare che amore, compassione e forza possono convivere, allora non sarebbe più necessario essere Kaioh.
E contro questa possibilità, alla fine, combatte anche quando combatte contro Kenshiro.
Cesio Endrizzi
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