La domanda che mi sono sentito porre, in un fumoso bar di Akihabara dove l'odore della carta stampata si mescola a quello del tè verde, potrebbe apparire, a un primo superficiale as ascolto, come una divagazione da appassionati di manga. Come si sarebbe comportato Naruto contro Deidara, considerando che non possiede lo stile del fulmine? Eppure, proprio in questo interrogativo, nella sua apparente specificità nerd, si cela forse la sintesi perfetta di un'intera filosofia del conflitto, una metafora che travalica i confini del fumetto per addentrarsi nelle pieghe più oscure della psicologia umana. Non è solo questione di elementi e tecniche, ma di ciò che accade quando due visioni del mondo diametralmente opposte si trovano faccia a faccia sul campo di battaglia.
Osservavo giorni fa, sfogliando le pagine ingiallite di un volume usato, il confronto tra Sasuke e l'artista esplosivo dell'Akatsuki, e mi chiedevo cosa sarebbe accaduto se, al posto dello Sharingan e del Chidori, ci fosse stato lui, il ragazzo dal mantello arancione, l'eroe maledetto che porta dentro di sé la volpe a nove code. Deidara, non dimentichiamolo, è l'artista della morte, lo scultore che plasma l'argilla con la bocca e la trasforma in distruzione. Il suo credo è semplice e terribile: l'arte è un'esplosione, un istante di luce e furore che annienta ogni cosa, compreso se stessi nell'ultimo, folle gesto creativo. È l'emblema del nichilismo estetico, di chi crede che la vera bellezza risieda nell'atto finale, nell'annullamento, nella polvere che si disperde al vento. Di fronte a questa follia lucida, chiunque potrebbe tentennare.
Eppure, proprio qui si cela il primo, fondamentale equivoco. Si dice: Naruto non ha il fulmine, l'elemento che per legge narrativa (e per dichiarazione dello stesso Deidara) è l'unico in grado di neutralizzare le sue bombe di argilla. Ma questo ragionamento, così lineare, così deterministico, è il tipico errore di chi riduce la complessità del reale a una tabella dei punti di forza e debolezza, come se la storia fosse un videogioco e i personaggi delle pedine con statistiche immutabili. Naruto, il ragazzo che ha trasformato la solitudine in legione, non ha mai vinto uno scontro giocando secondo le regole dell'avversario. La sua intera esistenza è una sfida al determinismo, una ribellione contro le previsioni degli Dei e degli uomini.
Proviamo a immaginare la scena. Un campo desolato, il vento che solleva nuvole di polvere. Deidara, in bilico sul suo uccello di argilla bianca, guarda dall'alto quella macchia arancione con il tipico disprezzo dell'artista per la massa. "Sasuke-kun aveva lo Sharingan", direbbe con la sua voce artefatta, "e il fulmine. Tu cosa hai, ragazzino? Solo una volpe dentro e un colore assurdo". E in quel momento, l'uccello di argilla scende in picchiata, la bocca dell'artista mastica e plasma, e le piccole creature bianche si lanciano all'attacco, pronte a trasformare il mondo in un cratere. Per un combattente normale, per uno stratega, sarebbe il momento di calcolare la distanza, di cercare la debolezza, di attendere l'errore. Ma Naruto non è normale. Non è mai stato normale.
La sua prima mossa, probabilmente, sarebbe stata quella che tutti i manuali di strategia sconsiglierebbero: non la fuga, non l'elusione, ma l'attraversamento della furia. Immaginate le bombe che cadono, il terreno che si squarcia, e lui che corre dritto nel cuore dell'inferno, moltiplicandosi. Ecco il primo inganno, la prima risposta al dilemma dell'elemento mancante: i cloni. Deidara vedrebbe decine di Naruto caricarlo da ogni direzione, e per quanto potenti siano le sue esplosioni, per quanto vasto il suo repertorio, l'arte dell'argilla ha un limite: non è infinita, non è istantanea, richiede tempo per essere plasmata. E il tempo, contro qualcuno che ti assalta da ogni dove, diventa improvvisamente una risorsa scarsa. "La potenza di fuoco non serve a nulla se non hai un bersaglio", mi disse una volta un vecchio reduce dell'Afghanistan, "e se il nemico è ovunque, da qualche parte tu sei già scoperto".
Ma il vero nodo della questione, ciò che rende questo scontro teoricamente affascinante, è un altro. Deidara, come ogni artista maledetto, come ogni intellettuale che ha fatto della distruzione il proprio credo, vive in una bolla di solipsismo. Il suo mondo è fatto di sé e della propria arte. L'altro, il nemico, è solo una tela su cui dipingere la propria esplosione. E qui Naruto, il ragazzo che non ha mai incontrato un nemico che non abbia finito per chiamare amico, gioca la sua carta più subdola, più pericolosa, più potentemente eversiva. La sua arma segreta non è il Rasengan, non è la Volpe, non è la moltiplicazione. È la parola. È la capacità di insinuarsi nelle crepe dell'anima avversaria, di trovare il punto in cui la certezza si fa dubbio e il dubbio si fa crepa.
E allora, tra un'esplosione e l'altra, mentre l'argilla continua a piovere dal cielo, Naruto parlerebbe. Non per convincere, non per redimere, ma perché parlare è la sua natura, il suo modo di stare al mondo. "Perché lo fai?", griderebbe tra il fumo. "Perché distruggi? Che cosa cerchi? Riconoscimento? Qualcuno che dica: questo è bello?". E quelle domande, così ingenue, così terribilmente dirette, sarebbero per Deidara più pericolose di qualsiasi fulmine. Perché l'artista dell'Akatsuki, in fondo, non ha mai smesso di cercare qualcuno che capisse la sua arte, qualcuno che vedesse nelle sue esplosioni non solo morte, ma bellezza. La sua ossessione per Sasuke, per quello sguardo che lo giudicava senza comprenderlo, nasceva proprio da questa sete inappagata di riconoscimento.
La difesa dal BJJ, mi dicevo prima, si impara conoscendo il BJJ. La difesa dalla follia nichilista di Deidara si impara conoscendo la solitudine. E Naruto, il ragazzo che è stato solo per tutta l'infanzia, che ha conosciuto il vuoto intorno a sé come pochi altri, possiede una mappa dettagliatissima di quel territorio. Lui sa cosa significa gridare nel vuoto, sa cosa significa tendere la mano e non trovare nulla. E proprio per questo, forse, sarebbe l'unico in grado di vedere oltre l'artista, di scorgere nell'uomo che trasforma l'argilla in morte il bambino che non è mai stato compreso. Non lo farebbe per pietà, non per debolezza. Lo farebbe perché è l'unico modo che conosce per combattere: trasformare il nemico in qualcuno di cui vale la pena capire la storia.
E nel momento in cui Deidara iniziasse a dubitare, anche solo per un istante, anche solo per un fremito, la sua arte perderebbe la perfezione. L'esplosione che richiede certezza assoluta, fede incrollabile nella propria visione, diventerebbe incerta, imprecisa, umana. E in quell'attimo di esitazione, in quel respiro di incertezza, Naruto troverebbe lo spazio. Non per colpire, non per uccidere, ma per avvicinarsi. Perché la sua vittoria, se mai ci sarà, non sarà mai nell'annientamento dell'avversario, ma nella sua comprensione, nella sua neutralizzazione attraverso il riconoscimento. È la stessa logica che gli ha permesso di vincere contro Neji, il genio che credeva nel destino, e contro Gaara, il mostro che credeva solo nel proprio dolore.
C'è poi un altro elemento, più tecnico ma non meno affascinante, che emerge dai meandri della rete e dalle discussioni tra appassionati. L'argilla di Deidara, per esplodere, ha bisogno di innescarsi con il chakra. E il chakra di Naruto, quello del Volpe a Nove Code, non è chakra normale. È rabbia pura, è istinto primordiale, è una forza così densa e selvaggia da poter forse, chissà, interferire con il meccanismo stesso dell'esplosione. Non il fulmine, quindi, ma un'altra forma di elettricità: quella della furia trattenuta a stento, del potere che brucia sotto la pelle come lava pronta a eruttare. Potrebbe l'argilla, concepita per esplodere al contatto con chakra umano, reagire allo stesso modo di fronte a qualcosa che umano non è del tutto? Potrebbe, forse, spegnersi? O implodere? O semplicemente comportarsi in modo imprevedibile, rovinando l'opera d'arte?
E infine, l'ultimo atto. Quello che tutti temono e nessuno vorrebbe vedere. La sconfitta di Deidara, l'artista che ha fatto della propria morte l'opera suprema. Se spinto all'estremo, se messo di fronte alla prospettiva di essere compreso proprio da chi non avrebbe mai voluto come giudice, cosa avrebbe fatto? Avrebbe trasformato se stesso nell'ultima, definitiva esplosione, come fece contro Sasuke? E in quel caso, come si sarebbe comportato Naruto? Con il Rasengan? Con la forza bruta? O forse, ancora una volta, con qualcosa di diverso? Forse con quella capacità che solo i veri eroi possiedono: quella di non avere paura. Di guardare la fine in faccia e non battere ciglio. Di dire, mentre il mondo intorno diventa luce: "Ti capisco. E non ti giudico".
La risposta, in fondo, è più semplice di quanto sembri. Naruto non avrebbe vinto contro Deidara come ha vinto Sasuke, con la superiorità tecnica e l'elemento favorevole. Avrebbe vinto, se mai, in un altro modo, più complicato, più lungo, più doloroso. Avrebbe vinto trasformando l'artista della morte in un uomo che, per un attimo, avrebbe dubitato che la morte fosse davvero arte. E in quel dubbio, in quella crepa, avrebbe piantato il seme di qualcosa che l'Akatsuki non aveva mai contemplato: la possibilità che l'arte più grande non sia quella che distrugge, ma quella che costruisce ponti tra anime solitarie. Ed è per questo, forse, che lo scontro non sarebbe stato bello da vedere. Sarebbe stato, invece, terribilmente umano. Come tutto ciò che riguarda quel ragazzo dal mantello arancione che, senza un grammo di fulmine nelle vene, ha sempre saputo folgorare chiunque gli si parasse davanti.