lunedì 1 giugno 2026

Quando la forza bruta diventa arte marziale: l'incubo di un Hulk che sa combattere

 


Hulk è sempre stato, per definizione, la forza bruta fatta persona. La sua strategia di combattimento è semplice: colpire più forte, più veloce, più rabbiosamente dell'avversario. Non ha bisogno di schivare, perché la sua pelle è impenetrabile. Non ha bisogno di studiare il nemico, perché un pugno ben assestato risolve la maggior parte dei problemi. Per anni, eroi come Capitan America e Spider-Man sono sopravvissuti agli scontri con Hulk proprio grazie a questa prevedibilità: schivavano i suoi colpi ampi e lenti, sfruttavano la sua inerzia, e lo mandavano a sbattere contro i muri.

Ma cosa succede quando Hulk impara a combattere come si deve?

La risposta è spaventosa. E la Marvel ce l'ha mostrata, in almeno due occasioni memorabili.

La prima grande metamorfosi avviene in Planet Hulk. Dopo essere stato esiliato dalla Terra dai suoi stessi amici (gli Illuminati: Iron Man, Dottor Strange, Black Bolt, ecc.), Hulk finisce sul pianeta Sakaar, un mondo brutale governato da un impero schiavista. Qui, privato della sua schiacciante superiorità fisica (il pianeta lo indebolisce), viene ridotto in schiavitù e costretto a combattere come gladiatore nell'arena.

Per sopravvivere, Hulk non può più affidarsi alla forza bruta. Deve imparare a combattere. Impara a usare le armi (spade, asce, mazze). Impara la strategia. Impara a sfruttare le debolezze fisiologiche degli avversari. Impara la leva, le prese articolari, l'arte di colpire dove fa più male. Diventa un combattente disciplinato, metodico, spietato. Nasce la Cicatrice Verde.

Quando, anni dopo, questa versione di Hulk torna sulla Terra per vendicarsi di chi l'aveva esiliato (World War Hulk), la sua forza gli era stata restituita. Ma aveva conservato l'addestramento da gladiatore. Il risultato fu un massacro.

Uno degli scontri più emblematici di World War Hulk è contro Wolverine. Di solito, Hulk e Wolverine si azzuffano in modo selvaggio: Logan taglia, Hulk colpisce, entrambi rigenerano. Ma questa volta è diverso. Hulk non si limita a colpire Wolverine. Lo colpisce dove serve. Usa colpi precisi, devastanti, mirati a mandare in tilt il cervello del mutante più velocemente di quanto il suo fattore di guarigione possa riparare i danni. Non lo sconfigge: lo neutralizza.

Wolverine è abituato a incassare e rigenerare. Ma Hulk, colpendo con precisione chirurgica i punti giusti, bypassa il suo fattore rigenerante. Logan non muore, ma non può più combattere. È una lezione di biologia applicata al combattimento.

Un altro scontro leggendario di World War Hulk è con Ercole, il semidio greco, maestro del pancrazio (un'antica arte marziale che combinava lotta e pugilato). Ercole non è solo forte come Hulk: è tecnicamente superiore. Per secoli, ha affinato la sua abilità nel combattimento corpo a corpo.

E invece Hulk lo batte. Non con la forza bruta, ma eguagliando la sua tecnica. Blocca le sue prese, ribalta le sue leve, e lo sconfigge al suo stesso gioco. Ercole, alla fine, è costretto ad ammettere la sconfitta. Non perché Hulk fosse più forte, ma perché quella sera, Hulk era anche il miglior lottatore.

Un altro esempio è Doc Green, un'incarnazione di Hulk che ha conservato l'intelletto di Bruce Banner. Doc Green non si limita a combattere: studia gli avversari. Riconosce che per sconfiggere altri esseri gamma (come l'Hulk Rosso, Red She-Hulk, ecc.) non basta la forza: serve la tecnica e la disciplina. Cerca deliberatamente un addestramento nelle arti marziali, e lo integra con la sua forza sovrumana.

Doc Green non è più una calamità naturale. È un'arma di precisione. E questa è la differenza più spaventosa.

Cosa cambia, in concreto?

Un Hulk esperto di arti marziali cambia radicalmente le leggi della fisica del combattimento sovrumano. Attualmente, per sopravvivere a Hulk, gli eroi devono:

  • Schivare i suoi pugni ampi e prevedibili.

  • Sfruttare la sua inerzia per farlo cadere.

  • Attaccare quando è sbilanciato.

Tutto questo diventa impossibile se Hulk sa combattere. Un essere capace di sollevare una montagna, che sa anche come applicare una leva al braccio perfetta, che conosce i punti deboli del corpo umano (e non umano), che sa usare le armi bianche con la stessa disinvoltura con cui usa i pugni... non è più un nemico. È un incubo. Un Ercole più forte di Ercole. Un Wolverine più grande di Wolverine.

E se la storia non finisse qui? Se un Hulk addestrato nelle arti marziali decidesse anche di imparare la pazienza? Di aspettare il momento giusto? Di tendere imboscate, invece di caricare a testa bassa?

I fumetti non hanno mai esplorato questa possibilità, perché probabilmente renderebbe Hulk imbattibile. Un Hulk stratega, paziente, disciplinato, con la forza di un dio e la tecnica di un maestro d'armi, potrebbe tenere testa a chiunque: a Thor, a Superman, persino a Darkseid.

Forse è per questo che gli sceneggiatori tengono Hulk selvaggio. Non per mancanza di immaginazione. Ma per paura di ciò che potrebbe diventare. Un mostro senza freni è pericoloso. Un mostro che pensa, che pianifica, che studia il nemico prima di colpire... è la fine di ogni equilibrio.

E forse, in un angolo remoto del multiverso, esiste già un Hulk così. E sta aspettando. Pazientemente.


domenica 31 maggio 2026

Ghost Rider contro Darkseid: lo scontro tra lo Spirito della Vendetta e il Dio del Male

 


Ghost Rider è uno degli esseri più temibili dell'universo Marvel, capace di incenerire l'anima dei peccatori con il suo Fuoco Infernale e di annientare la volontà dei malvagi con il suo Sguardo della Penitenza. Darkseid è uno dei più potenti e abominevoli villain dell'universo DC, un Nuovo Dio che ha torturato e annientato trilioni di vite. Chi vincerebbe in uno scontro? E cosa servirebbe a Ghost Rider per avere una possibilità?

La risposta è sorprendente: quel bilancio apocalittico di vittime, che per qualsiasi altro eroe sarebbe un ostacolo insormontabile, per Ghost Rider è l'arma perfetta.

Prima di parlare di sconfitta, bisogna capire cosa sia veramente Darkseid. Non è un potente alieno come Thanos o un dio guerriero come Thor. Darkseid è un Nuovo Dio , un'entità astratta che esiste nella Sfera degli Dei, un piano di realtà superiore al multiverso fisico .

Ciò che i supereroi combattono sulla Terra o su Apokolips non è Darkseid stesso, ma quasi sempre un avatar: una frazione del suo vero potere proiettata nella realtà fisica . Distruggere un avatar è difficile ma possibile. Distruggere il vero Darkseid, l'entità concettuale del male, è un'impresa di ordine di grandezza superiore.

Ghost Rider possiede due strumenti specifici che lo rendono una minaccia concreta per l'avatar di Darkseid. Il primo è il Fuoco Infernale .

A differenza del fuoco normale, il Fuoco Infernale non brucia la materia: brucia l'anima. È un fuoco mistico, divino, che non può essere spento con mezzi fisici. E Darkseid, per quanto potente, non è immune alla magia divina o multiversale .

Se Johnny Blaze o Danny Ketch si arrendessero completamente a Zarathos , lo Spirito della Vendenza senza vincoli, potrebbero sprigionare abbastanza Fuoco Infernale da incenerire il corpo fisico dell'avatar di Darkseid. Sarebbe una vittoria di Pirro, perché l'avatar si rigenererebbe col tempo, ma la minaccia immediata sarebbe neutralizzata.

La vera incognita, tuttavia, è lo Sguardo della Penitenza . Questa abilità costringe le vittime a rivivere istantaneamente tutto il dolore e la sofferenza che hanno inflitto agli altri. Non è una punizione fisica: è una punizione psicologica, spirituale, totale.

Se lo Sguardo della Penitenza si connettesse all'avatar di Darkseid, la quantità di sofferenza riflessa sarebbe matematica. Darkseid ha annientato pianeti, torture, schiavizzato civiltà, ucciso trilioni di esseri senzienti. Immaginate di provare tutto quel dolore in un istante. Una consapevolezza, o meglio una sofferenza, così immensa frantumerebbe qualsiasi mente.

C'è un dibattito tra i fan sulla necessità del "rimorso" per far funzionare lo Sguardo. In alcune storie, il Punitore è riuscito a resistere affermando di non provare alcun rimorso per i suoi omicidi. In altre, Thanos ha sostenuto di "apprezzare" i suoi peccati e quindi di essere immune.

Ma il meccanismo canonico fondamentale dello Sguardo della Penitenza non richiede la colpa. Richiede solo che la vittima abbia un'anima e abbia causato sofferenza innocente. L'avatar di Darkseid possiede un frammento dell'essenza oscura del vero Darkseid, quindi ha un'anima. E ha causato sofferenza. Molta.

Se uno Zarathos senza freni incanalasse lo Sguardo della Penitenza su quell'avatar, la potenza di trilioni di agonie potrebbe sovraccaricare e frantumare il frammento d'anima. L'avatar collasserebbe su se stesso. La minaccia fisica sarebbe finita.

E qui arriva il problema. Il Vero Darkseid, l'entità astratta nella Sfera degli Dei, non ha occhi fisici da incontrare. Non ha un'anima mortale da bruciare. È un concetto: il concetto del male, della tirannia, del controllo assoluto.

Lo Sguardo della Penitenza funziona su esseri con un'anima. Darkseid non ha un'anima. È un dio, un principio astratto. Non puoi bruciare un'idea con il Fuoco Infernale. Non puoi far provare rimorso a un concetto.

Quindi, sì: Ghost Rider potrebbe distruggere l'avatar di Darkseid. Potrebbe incenerire il suo corpo fisico, frantumare la sua manifestazione materiale, e neutralizzare la minaccia immediata. Ma il Vero Darkseid, l'entità nella Sfera degli Dei, rimarrebbe intatta. E prima o poi, avrebbe generato un nuovo avatar.

Ghost Rider può sconfiggere Darkseid. Può incenerire il suo corpo, frantumare la sua anima avatar, e respingerlo nel vuoto. Ma non può ucciderlo in modo permanente. Perché Darkseid non è un essere vivente. È una legge dell'universo. È il male che si incarna. E il male non muore. Si trasforma. Si nasconde. Ritorna.

Forse, in fondo, è per questo che Darkseid è uno dei villain più temibili della DC. Non perché sia il più forte. Ma perché non può essere sconfitto per sempre. Solo rallentato. E per uno Spirito della Vendetta, che vive per punire i peccatori, questa è la più amara delle ironie: il peccatore perfetto è immune alla punizione eterna, perché la sua esistenza trascende il concetto stesso di punizione.



sabato 30 maggio 2026

Mycroft Holmes: l’uomo più pigro (e più indispensabile) d’Inghilterra


Quando si parla di Sherlock Holmes, si pensa al genio eccentrico, alla mente deduttiva che corre più veloce della polizia di Scotland Yard, al corpo snello che si inietta cocaina al 7% per sopravvivere alla noia. Quando si parla di Mycroft Holmes, si pensa... a un uomo grasso che passa le giornate al Diogenes Club, un’istituzione londinese dove è severamente vietato parlare. Sembra l’esatto opposto del fratello. Eppure, Sherlock stesso dice che Mycroft è più intelligente di lui.

Allora perché Mycroft non diventa un detective? Perché non risolve i casi, non insegue i criminali, non si sporca le mani? La risposta è che il suo lavoro “di routine” è tutt’altro che banale. E che la sua pigrizia è, in realtà, la sua più grande arma.

In L’interprete greco, Sherlock rivela al dottor Watson un dato sconvolgente: Mycroft ha capacità di osservazione e deduzione superiori alle sue. Se il mestiere del detective fosse puramente mentale – un gioco da poltrona, una questione di logica pura – allora Mycroft sarebbe il più grande investigatore di tutti i tempi. Ma il detective, nel mondo reale, è anche lavoro fisico. Bisogna strisciare sui tappeti per raccogliere la cenere. Bisogna pedinare i sospettati. Bisogna alzarsi presto, uscire al freddo, inseguire carrozze e barcamenarsi nei vicoli sporchi.

Mycroft, lo ammette lui stesso, è “fisicamente pigro a un livello comico, quasi patologico”. Non ha la minima intenzione di alzarsi dalla sua poltrona per inseguire un criminale. E non lo farà mai.

Per decenni, Mycroft ha coltivato l’immagine di un modesto funzionario governativo, un semplice revisore dei conti di basso livello che passa le giornate a scartabellare fogli. Solo pochi intimi (e ovviamente Sherlock) conoscono la verità.

In L’avventura dei piani Bruce-Partington, Sherlock pronuncia una delle frasi più celebri del canone: “Mycroft, a volte, è il governo britannico”. Non un ministro, non un consigliere. Il governo stesso.

Mycroft è il cervello dietro la macchina imperiale. Tutte le informazioni di intelligence – i movimenti della marina, i segreti del Tesoro, le trame della diplomazia estera – confluiscono nella sua mente perfettamente organizzata. È l’unico uomo in grado di collegare i punti tra dipartimenti che nemmeno si parlano tra loro. E quando si presenta una crisi che richiede una visione d’insieme, i ministri non vanno dal re. Vanno da Mycroft.

Il suo quartier generale è il Diogenes Club, un’istituzione londinese immaginaria dove i soci sono autorizzati a parlare solo nella stanza del bar. Ovunque altrove, vige il silenzio assoluto. Per un uomo che detesta lo sforzo fisico e verbale, è il paradiso. Lì, Mycroft può restare seduto per ore, persino giorni, a pensare. Nessuno lo disturba. Nessuno gli chiede spiegazioni. È il suo regno.

La grandezza di Mycroft non è solo nella sua intelligenza. È nella capacità di riconoscere i propri limiti e di costruirsi intorno ad essi il ruolo perfetto. Non vuole sporcarsi le mani, non vuole correre, non vuole parlare. E allora si mette al centro di una rete di informazioni che gli permette di risolvere i problemi più grandi senza muovere un dito.

È il contrario di Sherlock: l’azione stanca, la caccia è volgare, il contatto con i criminali è sgradevole. Ma la mente funziona, anzi, funziona meglio quando il corpo è immobile. E forse, in un certo senso, la pigrizia di Mycroft è la sua forma più alta di efficienza. Non spende energie in cose inutili. Le conserva tutte per ciò che conta davvero: pensare.

Alla fine, Mycroft Holmes è soddisfatto del suo lavoro “di routine” perché quel lavoro non è mai stato di routine. È il perno silenzioso dell’Impero britannico, l’uomo che sa tutto, che collega tutto, che risolve tutto senza mai lasciare la sua sedia. E mentre Sherlock corre per Londra al freddo e al buio, Mycroft resta al caldo, al Diogenes Club, con un tè caldo e la mente che si muove più veloce di qualsiasi treno.

Non è il detective più famoso del mondo. Ma forse, è il più indispensabile.


venerdì 29 maggio 2026

Come ha fatto Peter Parker a diventare un combattente così abile? Non è solo questione di poteri

 


Per decenni, Peter Parker ha fatto affidamento su un trio vincente: forza sovrumana, agilità da insetto e quel famigerato "senso di ragno" che lo avvisava del pericolo prima ancora che si manifestasse. Taskmaster, il criminale che imita alla perfezione le arti marziali, odiava notoriamente affrontarlo perché le sue mosse non avevano alcun fondamento nelle arti marziali tradizionali . Era imprevedibile, istintivo, efficace. Ma non tecnico.

Poi, un giorno, quella rete di sicurezza è saltata. E Peter ha scoperto, sulla sua pelle, che i superpoteri da soli non bastano.

Correva l'anno 2011. Durante gli eventi di Spider-Island, Peter Parker si scontrò con una versione potenziata dello Scorpione. Nel combattimento, il suo senso di ragno andò in sovraccarico e si spense completamente . Senza la sua precognizione, Peter si ritrovò improvvisamente fragile, esposto, vulnerabile.

I numeri da circo che aveva sempre schivato con un movimento istintivo ora lo colpivano. Criminali di serie D, teppisti da due soldi che prima erano solo fastidi, diventarono minacce serie. Per la prima volta, Peter si rese conto di non avere vere basi difensive. Aveva imparato a combattere guardando film di Jackie Chan e Rocky . Fino a quel momento, era bastato. Ma non più.

Fu Madame Web a indicargli la strada: cercare Shang-Chi, il supremo maestro di Kung Fu dell'universo Marvel . Shang-Chi non si limitò a insegnargli qualche posizione di karate o wing chun. Riconobbe che la fisiologia unica di Peter richiedeva un sistema di combattimento completamente nuovo. Insieme, svilupparono un'arte marziale su misura, che Peter soprannominò affettuosamente "Spider-Fu" , o più ufficialmente "La Via del Ragno" .

La filosofia era semplice ma geniale: smettere di affidarsi esclusivamente ai sensi e iniziare a usare il corpo in modo strutturato.

Le componenti principali del suo nuovo stile includevano:

  • Arrampicata sui muri: colpire da angolazioni impossibili, utilizzando soffitti e pareti come trampolini di lancio.

  • Ragnatele: non solo per bloccare i nemici, ma per disarmarli, accecarli, ridurre le distanze e controllare il campo di battaglia.

  • Colpi mirati ai nervi: Shang-Chi gli insegnò a usare la sua incredibile forza in modo chirurgico, prendendo di mira specifici punti di pressione per neutralizzare senza uccidere .

Prima ancora di Shang-Chi, un altro eroe aveva messo un tassello fondamentale nella formazione di Spider-Man. Steve Rogers, ovvero Capitan America, non gli insegnò mosse spettacolari. Gli insegnò qualcosa di più importante: a combattere senza ragnatele e a leggere il campo di battaglia .

Capitan America gli mostrò come analizzare un ambiente, come usare la tattica per compensare le debolezze, come concentrare la mente non solo sul nemico davanti, ma su tutto ciò che lo circonda. Fu una lezione che Peter non dimenticò mai, e che integrò perfettamente nello Spider-Fu.

Quando il senso di ragno di Peter tornò a funzionare, non fu più una stampella. Divenne parte integrante di un sistema di combattimento completo. Invece di schivare freneticamente gli attacchi in arrivo, Peter ora usava la sua precognizione per anticipare i colpi e contrastarli con disciplina e precisione.

Oggi, Spider-Man è in grado di combattere bendato, di tenere testa ad assassini esperti nel corpo a corpo, e di mettere in difficoltà persino Shang-Chi in un combattimento leale . Non è più solo il "ragazzo fortunato con i poteri". È diventato un vero artista marziale.

Taskmaster odiava Spider-Man perché non riusciva a prevederlo. E aveva ragione: i suoi movimenti erano caotici, non codificabili. Ma oggi, anche se Taskmaster riuscisse a decifrare i movimenti di Peter, dovrebbe comunque fare i conti con un lottatore che ha forza sovrumana, agilità, riflessi, e un'arte marziale pensata appositamente per lui.

Alla fine, la storia di Peter Parker dimostra che i superpoteri possono renderti un combattente efficace. Ma l'allenamento, la disciplina e la volontà di migliorarsi sono ciò che rende un eroe immortale. E Peter, da ragazzo che imparava a combattere guardando Rocky, è diventato uno dei lottatori più completi dell'universo Marvel.

Non male per un "sfigato del Queens".





giovedì 28 maggio 2026

Il superuomo decaduto: perché Homelander è più debole di quanto sembri (e più spaventoso di quanto si creda)

 


Proviamo a mettere subito in chiaro un punto: Homelander non è Superman. Chiunque abbia letto un fumetto di Superman sa che l’Uomo d’Acciaio ha spostato pianeti, viaggiato più veloce della luce, resistito a esplosioni di supernova. Homelander, al confronto, è un bulletto di quartiere con il dono della superforza e una fragilità emotiva che lo renderebbe ridicolo sulla pagina di un fumetto mainstream. Eppure, nel suo universo – quello deforme e disincantato di The Boys – Homelander è il male assoluto non perché sia il più potente, ma perché non ha limiti morali. E la sua forza, per quanto incoerente e mal rappresentata dalla serie, è comunque tale da renderlo un avversario temibile per la stragrande maggioranza degli eroi cinematografici – con alcune clamorose eccezioni.

Il punto di partenza per qualsiasi discussione sulla potenza di Homelander è la dichiarazione di Madelyn Stillwell nella prima stagione: “Non c’è arma sulla Terra che non gli abbiano scagliato contro, e tutte hanno fallito”. Se presa alla lettera, questa frase implica che Homelander sia in grado di sopravvivere a esplosioni nucleari – una resistenza che lo porrebbe al di sopra del Superman del DCEU (che è stato messo in ginocchio da una bomba atomica in Batman v Superman, anche se non ucciso). Tuttavia, la serie stessa contraddice questa affermazione in più occasioni. Homelander viene ferito da una cannuccia di metallo conficcata nell’orecchio da Queen Maeve, un’arma improvvisata e di bassissima tecnologia. Viene fatto sanguinare dal pugno di Soldier Boy, un supersoldato potente ma non certo capace di distruggere pianeti. E la sua vulnerabilità ai suoni ad alta frequenza (rivelata nella terza stagione) dimostra che esiste un punto debole fisico, non solo psicologico. La verità, probabilmente, è che la frase di Stillwell è propaganda Vought, non documentazione tecnica. Homelander è fortissimo, ma non indistruttibile.

Sul piano delle prestazioni, Homelander mostra capacità di volo ipersoniche: a dodici anni supera la barriera del suono senza sforzo, e in età adulta copre distanze continentali in tempi brevissimi. La sua velocità di reazione è sufficiente a intercettare e fondere al volo coltelli lanciati da Black Noir, un combattente di élite. Ha una visione a raggi X che gli permette di vedere attraverso i muri, una visione termica in grado di tagliare un jet e far esplodere porte blindate, un udito in grado di captare esplosioni a chilometri di distanza e persino il suono di una persona che tocca il telefono. L’olfatto è così sviluppato da poter sentire sulla pelle di Queen Maeve l’odore di Billy Butcher dopo una notte di sesso. Sono tutti sensi potenziati che, in combattimento, gli darebbero un vantaggio tattico enorme.

Tuttavia, la serie è notoriamente incoerente nel rappresentare le sue abilità in combattimento. Homelander combatte raramente contro avversari alla sua altezza, e quando lo fa – contro Soldier Boy, Butcher (temporaneamente potenziato dal Composto V) e Hughie – la sua velocità di combattimento appare appena superiore a quella di un atleta umano potenziato. Non c’è mai quella sensazione di “velocità da brivido” che si prova guardando Superman o Flash. I combattimenti sono lenti, goffi, quasi da bar. Questo ha portato molti fan a sottovalutarlo, collocandolo addirittura al di sotto di Spider-Man dell’MCU – un’affermazione che, come dicevo, è oggettivamente ridicola. Spider-Man ha forza, agilità e senso di ragno, ma non potrebbe sopravvivere a un raggio laser che taglia l’acciaio, né potrebbe reggere un pugno di Homelander che ha scaraventato un jet contro un edificio.

Dove collocarlo, allora? Personalmente, lo metto più o meno allo stesso livello di Aquaman del DCEU (resistente, forte, ma non invincibile) o forse leggermente sotto Wonder Woman. Sia Aquaman che Wonder Woman hanno affrontato minacce di livello superiore (Steppenwolf, Doomsday) e hanno mostrato una capacità di combattimento corpo a corpo molto più raffinata. Homelander, al contrario, non è un guerriero: è un bullo che ha sempre vinto perché nessuno poteva opporgli resistenza. Quando incontra un avversario che può ferirlo (Soldier Boy, Maeve, Butcher potenziato), la sua abilità di combattimento si rivela mediocre. Tende a usare la forza bruta e i laser, non le tecniche. E questo è il suo vero punto debole.

Il problema più grande di Homelander, però, non è fisico. È psicologico. È un narcisista fragile, un sociopatico con bisogni infantili di approvazione, un uomo che ha bisogno disperatamente di essere amato e temuto nello stesso tempo. In un combattimento contro un avversario che non lo teme – come potrebbe essere un Batman determinato o un Deadpool che lo prende in giro – Homelander andrebbe in pezzi molto prima di subire un danno fisico. La sua forza è reale, ma la sua volontà è di vetro. E in questo, forse, la serie è più realistica di quanto sembri: i tiranni sono spesso fragili dentro. Basta un graffio alla loro immagine per farli crollare.

Cesio Endrizzi


mercoledì 27 maggio 2026

I mortali che misero in ginocchio i semidei: La storia segreta della Terra di Mezzo

 



Nella mitologia di Tolkien, la gerarchia di potere sembrava scritta nel destino: in cima c'erano i Valar, i "dei" del mondo. Subito sotto, i Maiar — semidei immortali di immenso potere, che includevano maghi come Gandalf e Saruman, mostri come i Balrog, e l'Oscuro Signore Sauron stesso. In fondo, gli Uomini: fragili, mortali, destinati a morire giovani, fisicamente più deboli.

Eppure, più e più volte, gli Uomini alzarono la spada contro i semidei... e vinsero. Non per miracolo. Non per caso. Per coraggio, disperazione, e talvolta per la pura e semplice forza bruta dei numeri.

Analizziamo tre episodi in cui i "dei" caddero per mano dei mortali.

Prima di essere l'Oscuro Signore temuto da tutti, Sauron subì un'umiliazione senza precedenti per mano di un re umano. Quel re era Ar-Pharazôn, ultimo e più potente sovrano di Númenor, l'isola-regno degli Uomini elevati a gloria immensa dopo la guerra contro Morgoth.

Ar-Pharazôn era un uomo dalla volontà di ferro e dall'orgoglio smisurato. Sauron si stava dichiarando "Re degli Uomini" nella Terra di Mezzo. Ar-Pharazôn non poteva tollerarlo. Così, radunò il più grande esercito che il mondo avesse mai visto e salpò alla volta della Terra di Mezzo.

Quando mise piede sulle coste, le forze di Sauron... fuggirono. Non combatterono. Semplicemente, si rifiutarono di affrontare quella potenza. Lo stesso Sauron, di fronte all'evidenza, comprese che la guerra era persa.

Allora adottò una strategia diversa. Uscì dalla sua fortezza, si presentò ad Ar-Pharazôn, e si arrese. Volontariamente. Si fece portare a Númenor come prigioniero.

Sauron aveva perso la battaglia, ma non la guerra. In cattività, iniziò a corrompere Ar-Pharazôn dal di dentro, sussurrandogli l'idea che la morte fosse un'ingiustizia, che egli avrebbe potuto ottenere l'immortalità impossessandosi di Valinor, il reame immortale dei Valar. Ar-Pharazôn, accecato dall'orgoglio, costruì la più grande flotta mai vista e salpò alla conquista del cielo.

Fu la rovina di Númenor. E la più grande vittoria di Sauron, ottenuta senza colpo ferire.

Ma l'atto di resa di Sauron resta unico nella storia della Terra di Mezzo: un Maia che si consegna nelle mani di un Uomo, perché non poteva batterlo con le armi. 

Secoli dopo, la sconfitta di Sauron fu fisica. Lo scontro che chiuse la Seconda Era è una delle battaglie più epiche mai raccontate.

Elendil, discendente dei re di Númenor, e Gil-galad, ultimo grande re degli Elfi Noldor, guidarono l'Ultima Alleanza contro Sauron. Per sette anni assediarono Barad-dûr, la fortezza nera dell'Oscuro Signore.

Alla fine, Sauron uscì a combattere personalmente . Sapeva di non poter più resistere.

Il duello che ne seguì fu tremendo. Sauron, armato dell'Unico Anello, uccise Gil-galad con il calore delle sue stesse mani, come tramandano le cronache degli Elfi . Elendil cadde a sua volta, e la sua spada Narsil si spezzò sotto di lui mentre cadeva .

Ma insieme, i due re riuscirono ad abbattere Sauron. L'Oscuro Signore fu gettato a terra, il corpo fisico distrutto. A quel punto, il figlio di Elendil, Isildur, prese i frammenti di Narsil e tagliò l'Unico Anello dalla mano di Sauron, ponendo fine alla sua potenza per quell'era .

Elendil e Gil-galad morirono. Ma la loro vittoria permise a Isildur di sferrare il colpo decisivo. Due re mortali e un elfo riuscirono dove nessuno aveva mai osato: uccidere il corpo di un Maia .

La storia più cinica e meschina è anche la più umana.

Saruman il Bianco era un Maia, uno dei più potenti inviati in Terra di Mezzo. Nel corso della Guerra dell'Anello, tradì la sua missione e fu infine sconfitto nella sua fortezza di Isengard. Gandalf gli spezzò il bastone, privandolo della maggior parte del suo potere.

Ma Saruman non morì. Scampò alla cattura e si rifugiò nella Contea, cercando di sottometterla con metodi meschini.

È lì che la sua fine arrivò. Gríma Vermilinguo, il suo servitore traditore, dopo anni di abusi e maltrattamenti, stanco e disperato, gli tagliò la gola sotto gli occhi dei presenti.

Saruman, il Maia, il mago che aveva sfidato i re, morì per mano del suo lacchè. Non una morte epica. Non un duello. Un pugnale traditore e un risentimento covato per anni .

È la morte più umana di tutto il legendarium: un dio caduto ucciso da un uomo senza gloria, solo con la rabbia e un coltello.

C'è un ultimo capitolo nella storia di Uomini e Maiar, e riguarda i Balrog, quelle creature di fuoco e ombra al servizio del primo Oscuro Signore, Morgoth.

Nelle prime stesure del Silmarillion, i Balrog erano numerosi (si parla di "centinaia") e meno potenti di quanto divennero poi nella versione definitiva. In quelle prime versioni, Tuor, un guerriero umano, uccise cinque Balrog con la sua grande ascia, Dramborleg, durante la Caduta di Gondolin. Ecthelion ne uccise altri tre, incluso Gothmog, il Signore dei Balrog .

Tolkien, in seguito, rivide drasticamente questa storia. Decise che i Balrog dovessero essere molto più potenti e rari (probabilmente non più di sette in totale). Nella versione finale, il Balrog ucciso da Gandalf a Moria è descritto come una creatura di immenso potere, e lo stesso Gandalf morì nello scontro .

Rimane però la suggestione di quelle prime versioni: un uomo, con un'ascia, che uccise cinque semidei. Un'immagine che non fa parte del "canone" ufficiale, ma che resta nella memoria di molti lettori .

Nella Terra di Mezzo di Tolkien, la forza bruta non è mai l'unico fattore. A volte, un re umano può piegare un dio con un esercito così potente da costringerlo alla resa. A volte due re possono sacrificare la propria vita per abbattere l'Oscuro Signore. A volte un servitore traditore può uccidere un mago con un pugnale e un rancore vecchio di anni.

I Maiar erano immortali. Gli Uomini no. E forse, proprio quella mortalità, quella disperazione di chi sa di avere una sola vita da vivere e da spendere, rendeva i mortali capaci di imprese che nessun essere immortale avrebbe mai osato tentare.

La risposta alla domanda "c'è mai stato un uomo in grado di battere un Maia?" è sì. Più di uno. In modi diversi. Per tutti e tre i casi, la risposta è SÌ.


martedì 26 maggio 2026

Longshot: il migliore amico che un essere umano possa desiderare (per ragioni eticamente discutibili)

 


Se potessi scegliere un supereroe come migliore amico, molti opterebbero per Superman: l'incarnazione della speranza, qualcuno che ti copre le spalle in ogni situazione. Altri sceglierebbero Spider-Man: simpatico, alla mano, sempre pronto con una battuta e con un cuore enorme. Alcuni, più pragmatici, sceglierebbero Batman: ricco, influente, con un piano per ogni evenienza.

Io scelgo Longshot.

Non perché sia il più forte, non perché sia il più saggio, non perché abbia il miglior costume. Lo scelgo perché il suo superpotere è la fortuna. E la sua fortuna funziona solo quando ha un cuore puro e nobili intenzioni. Questo significa che non può usare il potere per sé stesso. Non può vincere alla lotteria per comprarsi una casa. Non può far sì che l'ascensore arrivi subito quando è in ritardo. Non può trovare un parcheggio comodo dopo una giornata storta.

Ma se sei suo amico?

Amico mio, hai appena vinto alla lotteria della vita.

Per chi non lo conoscesse, Longshot è un personaggio minore dell'universo Marvel. È un essere artificiale creato per essere uno schiavo in una dimensione distopica chiamata Mojoverse. È bello, innocente, ha un cuore purissimo e tre dita per mano. I suoi poteri sono apparentemente modesti: agilità, riflessi, una certa resistenza fisica. E la fortuna.

La sua fortuna non è casuale. È attiva. Funziona come un campo di probabilità alterata: le coincidenze positive si accumulano intorno a lui. I nemici inciampano. Le ragnatele mancano il bersaglio. Le porte si aprono al momento giusto. Ma solo quando lui agisce per il bene degli altri. Non può sfruttare questo potere per avidità o egoismo.

Ecco il dettaglio che cambia tutto: Longshot non può usare la fortuna per sé, ma chi gli sta accanto? Quella è una zona grigia che la morale dell'universo Marvel non ha mai esplorato a fondo. E io, da buon amico, sono disposto a sfruttare questa zona grigia fino all'ultimo briciolo.

Porta Longshot al supermercato. All'improvviso, c'è uno sconto dell'80% sul prosciutto che ami. L'unico carrello senza ruote bloccate è proprio quello che prendi tu. Alla cassa, la persona davanti a te ti fa passare perché ha solo due cose. Non è magia. È Longshot.

Porta Longshot a un colloquio di lavoro. "Mi dispiace", dice l'HR. "La posizione è stata appena occupata." In quel momento, il candidato prescelto chiama per dire che ha accettato un'altra offerta. "Sa cosa? In realtà, il posto è di nuovo libero. Inizi lunedì." Non è fortuna. È Longshot.

Porta Longshot a un appuntamento al buio. Sei nervoso, impacciato, hai le mani sudate. L'altra persona ti sorride e dice: "Mi piacciono gli uomini impacciati. Mi fanno sentire a mio agio". Chiedi a Longshot come abbia fatto. Lui scrolla le spalle. "Non ho fatto niente. È solo una coincidenza." Certo, amico mio. Una coincidenza.

C'è un piccolo problema: Longshot è buono. È genuinamente, quasi fastidiosamente buono. Se capisse che lo sto usando per arricchirmi o per manipolare il destino a mio vantaggio, probabilmente si allontanerebbe da me. O peggio, la sua fortuna smetterebbe di funzionare per me, perché lui non avrebbe più un "cuore puro" nei miei confronti.

Ma io non lo uso. Lo amo. È il mio migliore amico. Gli voglio bene davvero. E se, per puro caso, ogni volta che usciamo insieme mi capita qualcosa di bello, beh, è solo una coincidenza. Lui non c'entra. Io non sfrutto niente. Siamo solo due amici che si divertono.

E se il destino, per puro caso, decide di sorridermi ogni volta che lui è nei paraggi, chi sono io per lamentarmi?

"Stai approfittando di Longshot", mi direbbe Spider-Man.

"È moralmente ambiguo", mi direbbe Capitan America.

"Lo farei anche io", mi direbbe Deadpool.

"Non ho opinioni in merito", mi direbbe Batman. Ma lo guarderebbe male.

"Sei un genio del male", mi direbbe Loki. E sarebbe un complimento.

Longshot, invece, mi guarderebbe con i suoi occhioni azzurri e mi chiederebbe: "Stiamo andando a prendere un gelato?" E io direi di sì. E il gelataio ci offrirebbe il doppio cono gratis perché "oggi è il primo cliente della giornata". Anche se sono le quattro del pomeriggio.

Forse, in fondo, il vero superpotere di Longshot non è la fortuna. È la capacità di rendere felici le persone che gli stanno intorno senza nemmeno accorgersene. Non lo fa apposta. Non cerca di compiacerti. È semplicemente lui.

E forse, avere un amico così non ha bisogno di fortuna. È già la fortuna più grande. Che poi, se ogni tanto vinciamo alla lotteria insieme, pazienza. Non lo dirò a nessuno. Promesso.